24 maggio 2022
Aggiornato 00:30
Guerra Russia-Ucraina

Vladimir Putin spacca anche la chiesa ortodossa: Kirill tra due fuochi

La tragedia della guerra ucraina sta provocando una spaccatura profonda nella Chiesa ortodossa. Al centro di tutte le contraddizioni è Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, che si trova tra due fuochi

Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie con il Presidente russo, Vladimir Putin
Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie con il Presidente russo, Vladimir Putin Foto: kremlin.ru

La tragedia della guerra ucraina sta provocando una spaccatura profonda nella Chiesa ortodossa. Al centro di tutte le contraddizioni è Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, che si trova tra due fuochi: da una parte il presidente russo, dall'altra i fratelli ortodossi. Se sta fermo, il leader religioso russo rischia di vedersi dimezzata la Chiesa e declassato il ruolo stesso del Patriarcato. Se si muove, fa crollare l'ideologia che ha pazientemente costruito per tutta una vita. Eppure il metropolita della sua Chiesa in Ucraina, Onufryj, gli chiede di fermare Putin, i fedeli hanno smesso di commemorare il suo nome durante le funzioni religiose, e, fuori dall'ortodossia, molti leader cristiani, a partire da papa Francesco, fanno pressione affinché si schieri apertamente contro la guerra. Ma Kirill, spiega in questa intervista ad askanews don Stefano Caprio, uno dei massimi esperti di Chiesa e Russia, non può.

'Kirill è in una posizione difficile', afferma il sacerdote, docente di cultura russa al Pontificio istituto orientale di Roma. 'Da un lato è l'ispiratore di Putin, dall'altra è personalmente contrario all'invasione dell'Ucraina, ma non può dirglielo troppo in faccia'. Spiega don Caprio: 'E' Kirill che ha suggerito a Putin una concezione della Russia come paese chiamato a difendere la vera fede, l'ortodossia, nel mondo secolarizzato, il richiamo alla terra comune russa, al battesimo comune con gli ucraini e con tutto il mondo russo che sta al di fuori dei confini russi, in particolare quella che era l'Unione sovietica. Nel 2000 - ricorda il sacerdote che è stato missionario a Mosca in quegli anni cruciali - il Sinodo della Chiesa ortodossa russa approvò un documento sulla dottrina sociale della Chiesa che era già il programma politico che poi Putin ha realizzato. L'idea di fondo è che la Chiesa appoggia lo Stato perché lo Stato si deve basare sui principi indicati dalla Chiesa, seguendo l'ideologia di un sovranismo antioccidentale'.

'Ora, essendo Kirill l'ispiratore di Putin è difficile dire a Putin ciò per cui Putin ritiene di mettere in pratica gli insegnamenti di Kirill', spiega don Caprio.

Certo, 'Putin ha realizzato quel programma ma poi si è spostato su posizioni più estreme, più radicali', prosegue il professore dell'Orientale, eppure 'per Kirill è impossibile criticare apertamente Putin. In Russia non riuscirebbero a capire una contrapposizione tra Kirill e Putin. Se Kirill si staccasse da Putin farebbe crollare tutto il castello, andrebbe in crisi tutta l'ideologia ortodossa russa. Inoltre, se mettesse in discussione la sacralità del potere di Putin renderebbe la vita difficile agli ortodossi russi, creerebbe una grossa tensione interna alla Russia mettendo in discussione'.

Questa dinamica si era già realizzata con l'annessione della Crimea da parte di Putin, alla quale Kirill era contrario. 'Il patriarca condivide l'idea che la Russia debba riuscire a mettere insieme tutto il mondo russo, soprattutto i paesi fratelli legati dal battesimo, ma non pensa che ciò vada realizzato con la forza, imponendosi', spiega don Caprio. 'Tanto è vero che Kirill non partecipò alla cerimonia di annessione e a livello ecclesiastico ha lasciato la Chiesa locale rispondere al patriarcato di Kiev'.

Ora la situazione si ripresenta, in peggio, in Ucraina. 'Perdendo l'Ucraina la Russia perderebbe una parte molto consistente della sua stessa Chiesa. Anche in Russia la maggioranza dei sacerdoti russi sono ucraini, molti fedeli sono ucraini. L'Ucraina è la terra fedele per eccellenza, la terra ortodossa. Nel mondo ortodosso, su 15 Chiese autocefale la Chiesa russa ha il 60/70 per cento dei fedeli, se perdesse l'Ucraina diventerebbe molto meno della metà di quel che è adesso, e con ciò perderebbe anche il primato universale nell'ortodossia. Prima dell'aggressione russa in Ucraina Kirill andava due tre volte all'anno in Ucraina, ora non ci va più. Oggi con questa aggressione gli ortodossi ucraini del patriarcato di Mosca non si riconoscono più nel patriarca, molte diocesi stanno smettendo di commemorarlo nella liturgia. I fedeli che vanno a messa sono a disagio'.

In Ucraina ci sono due Chiese ortodosse: una riconosciuta dal patriarca ecumenico Bartolomeo di Costantinopoli, gradita al governo ucraino, e guidata dal metropolit Epifanyj, l'altra, fedele al patriarcato di Mosca, è guidata dal metropolita Onufryi. Il quale 'in un certo senso si può permettere di essere abbastanza libero. Non ha mai tradito il patriarcato di Mosca, è sempre stato fedele, e anche quando gli ortodossi ucraini si sono buttati sull'autocefalia, riconosciuta dal patriarca di Costantinopoli Bartolomeo lui non ha ceduto. Ma negli anni 90 aveva chiesto egli stesso l'autocefalia, ed ha sempre difeso l'idea dell'indipendenza. Non è mai stato un burattino del patriarca, è un vescovo vero che ha sempre cercato di non esasperare i toni'. E, oggi, si è rivolto direttamente a Vladimir Putin alla fine di una funzione religiosa: 'Vladimir Vladimirovich, fai di tutto per porre fine alla guerra sul suolo ucraino!'.

Una posizione che Kirill non può seguire anche per un problema interno alla Chiesa ortodossa russa. 'Egli personalmente è un ortodosso molto illuminato, anche filo-occidentale. Da patriarca ha assunto una posizione più radicale di quella della sua giovinezza, anche perché così riesce a tenere unita una Chiesa che ha dei settori molto radicali, ad esempio tra i monaci, che altrimenti gli si rivolterebbero contro'.

Lo stallo di Kirill si propaga anche sulle relazioni con papa Francesco, che, pur senza scagliarsi apertamente contro la Russia, critica con forza l'intervento militare. Il patriarca ha ricevuto a Mosca il nunzio apostolico presso la Federazione russa, mons. Giovanni D'Agnello. Da un lato, recita un comunicato dello stesso patriarcato, Kirill ha elogiato il papa, che 'dà un importante contributo alla creazione di pace e giustizia tra i popoli'. Dall'altro, 'è molto importante - ha detto - che le Chiese cristiane, comprese le nostre Chiese, volontariamente o involontariamente, a volte senza alcuna volontà, non diventino partecipi a quelle tendenze complesse e contraddittorie che sono oggi presenti nell'agenda mondiale'. Massimo impegno, senza neppure citare l'Ucraina: 'Stiamo cercando di prendere una posizione pacificatrice, anche di fronte ai conflitti esistenti'.

Un 'imbarazzo', nota don Caprio, condiviso anche da parte cattolica. 'Il nunzio fa di tutto per sostenere Kirill, ma non può non riecheggiare la condanna della guerra di Papa Francesco', spiega don Caprio. Il papa stesso, in realtà, 'sull'Ucraina non ha mai preso posizione in modo netto. Nel 2016 quano all'Havana incontrò Kirill per la prima volta nella storia parlarono dell'Ucraina. Tempo dopo il papa rimproverò gli ucraini che litigavano tra di loro, non disse niente della Russia, e i greco-cattolici se la presero. Oggi il papa ha una grande importanza a livello di influenza morale, ma anche lui non sa bene come fare'. Oggi, 'condannando Putin e la Russia finiamo per essere costretti a condannare Kirill, con cui invece si cerca di avere rapporti fraterni'. L'ennesimo rebus quasi impossibile da sciogliere.

Lasciando da parte i destini sia di Kirill che di Putin, quanto mai a rischio, don Caprio cerca di immaginare un futuro per l'Ucraina. 'La soluzione migliore sarebbe la neutralità a livello politico, militare e perfino ecclesiastico', afferma il sacerdote, che nota come 'in Ucraina si giocano tutte le sfumature della giurisdizione ortodossa'.

Per comprendere questa considerazione serve un po' di storia. 'Nel 1589 dopo la morte di Ivan il terribile, il suo successore pensò di dare alla Chiesa uno status di patriarcato nazionale', spiega il docente del Pontificio istituto orientale. 'Era una grande novità ecclesiologica. Il patriarca di Costantinopoli, cacciato dal sultano, era in giro per l'Europa e arrivò a Mosca, dove lo chiusero a chiava al Cremlino e non lo fecero uscire prima che egli firmasse il decreto di elevazione del patriarcato. Una volta firmato questo decreto, che indicava in Mosca la terza Roma che doveva salvare l'ortodossia mondiale, il patriarca se ne andò passando dal regno di Polonia e disse ai locali ortodossi russi, quelli che oggi sono ucraini, di fare il patriarcato di Kiev per bilanciare il patriarcato di Mosca. Intervennero i gesuiti, il re Sigismondo III e la cosa alla fine virò verso l'unione con Roma, siglata nel 1596, sette anni dopo la nascita del patriarcato di Mosca. Gli 'uniati', come vengono definiti, sono l'altra faccia del patriarcato di Mosca'. Per questo, 'la vera vocazione degli ortodossi ucraini è di essere in unione con tutti'. Nel migliore dei mondi possibili, secondo don Caprio, Onufryj (Berezovskij), metropolita della Chiesa ortodossa del patriarcato di Mosca, Epifanyj (Dumenko), metropolita della Chiesa ortodossa autocefala, e l'arcivescovo maggiore greco-cattolico di Kiyv, Sviatoslav Shevchuck, 'si metterebbero insieme. E' un po' utopico, ma corrisponderebbe alle attese spirituali del popolo ucraino: non c'è un ucraino che non vorrebbe questa cosa, perché la liturgia è identica, la tradizione è identica'. E l'unità ecclesiale, tanto più se fosse benedetta da Kirill e dal Papa, potrebbe essere un viatico per una pace che oggi sembra quasi impossibile. (di Iacopo Scaramuzzi)