3 aprile 2020
Aggiornato 03:00
Crisi libica

Libia, approvata la dichiarazione di Berlino. Ma Sarraj-Haftar non si parlano. E resta l'incognita petrolio

«Tutti hanno collaborato in modo costruttivo», spiega la cancelliera tedesca Angela Merkel nella conferenza stampa finale. Il premier Giuseppe Conte: «Siamo soddisfatti, passi avanti»

Conferenza di Berlino sulla Libia
Conferenza di Berlino sulla Libia ANSA

BERLINO (ASKANEWS) - Quasi sei pagine di documento. Sette titoli e 55 punti. Il successo diplomatico di Angela Merkel è, nero su bianco, in una dichiarazione adottata da tutti i partecipanti alla Conferenza di Berlino sulla Libia, a cui hanno dato il loro assenso anche Fayez al Sarraj e Khalifa Haftar. Un testo che delinea un percorso, sotto l'egida dell'Onu, che dovrebbe accompagnare la Libia fuori dalla crisi, garantendo un «forte impegno per la sovranità, l'indipendenza, l'integrità territoriale e l'unità nazionale». Senza farsi troppe illusioni, perché il percorso è irto di ostacoli, alcune posizioni restano rigide, e la sfida forse più difficile sarà trasformare le parole in fatti.

Tanto più che il capo del governo di Tripoli e il generale della Cirenaica continuano a ignorarsi. Sarraj e Haftar non si parlano. Restano chiusi per ore in due stanze diverse della cancelleria tedesca, in attesa di notizie. Angela Merkel, padrona di casa e donna tra le più potenti al mondo, fa la spola tra i due leader libici e i capi di Stato e di governo convocati in Germania per cercare di trovare una soluzione alla crisi nel Paese Nordafricano. La cancelliera tesse la tela di un faticoso accordo tra le parti. E quando lo ottiene, può dirsi soddisfatta. Oggi è stato creato «lo spirito, la base per poter procedere sul percorso Onu designato da Ghassan Salamé», dirà al termine dei lavori, senza nascondere che, nonostante tutto, «restano delle differenze».

Impegno per una soluzione pacifica

Dalla conferenza di Berlino sulla Libia, comunque, emerge un forte impegno di tutti per una soluzione pacifica della crisi. «Tutti sono d'accordo sul fatto che vogliamo rispettare l'embargo delle armi con maggiori controlli rispetto al passato», spiega Merkel, confermando che i Paesi partecipanti hanno adottato la dichiarazione finale in 55 punti che prevede, tra l'altro, il cessate il fuoco permanente, il rispetto dell'embargo sulle armi, l'avvio di un processo politico per arrivare a un governo libico unico.

«Abbiamo preparato un piano molto ampio e tutti hanno collaborato in modo costruttivo», convinti della necessità di una «soluzione politica» alla crisi, senza lasciare «alcuna chance» a quella militare. Una generale intesa cui non sono venuti meno, in separata sede, neppure Sarraj e Haftar. I due leader libici, informati da Merkel sull'esito dei lavori, hanno dato il loro assenso alla convocazione di una conferenza intra-libica, che dovrebbe avere luogo a Ginevra, e all'istituzione di un comitato militare misto composto da cinque ufficiali designati da ciascuna delle due parti libiche in conflitto, così come previsto dal vademecum operativo della missione Unsmil, adottato in allegato alla dichiarazione di Berlino.

Nessuna decisione, invece, è stata presa sull'eventuale invio di una forza internazionale di pace, sotto l'egida dell'Onu. Dell'ipotesi si è certamente discusso, ma tale possibilità è rimasta fuori dal documento finale, segno che su questo ci sarà ancora molto da lavorare. L'idea, caldeggiata dall'Italia, ha trovato consensi nell'Alto rappresentante Ue per la Politica estera Josep Borrell e nel primo ministro britannico Boris Johnson, ma continua a suscitare qualche perplessità in altri leader. «Non sono sicuro che ci sia spazio per una missione europea in Libia», ha commentato l'inviato Onu Ghassan Salamé. «Se c'è un accordo politico forte, sono meno necessari i soldati. Se invece l'accordo politico è molto debole, non ci saranno mai abbastanza soldati sul terreno per controllare la pace».

Soddisfatto il Premier Conte

«Ci possiamo ritenere soddisfatti», ha dichiarato alla fine dei lavori il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, a Berlino con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. «Abbiamo compiuto passi avanti, con 55 punti condivisi, che includono il cessate il fuoco, l'embargo sull'arrivo di nuove armi ed un percorso politico-istituzionale ben definito. E' stato nominato anche il comitato militare congiunto che veglierà, monitorerà che la tregua sia rispettata, abbiamo dei passi avanti significativi», ha riassunto il premier.

Una soddisfazione condivisa da Di Maio. «La conferenza di Berlino ha raggiunto i risultati che si era data. Non sono stati risolti tutti i problemi, ma è stato compiuto il passo in avanti che aspettavamo», ha scritto il ministro su Facebook. «Tutti gli attori al tavolo, coinvolti nel conflitto in Libia, hanno infatti firmato una dichiarazione finale che contiene quanto richiesto dall'Italia in queste settimane: stop alla vendita di armi e rispetto delle sanzioni a chi viola l'embargo; impegno all'istituzione di un comitato militare che garantisca la tregua; non esistono soluzioni militari, ma deve prevalere il dialogo».

Rispettare gli impegni

La vera sfida sarà ora rispettare gli impegni. Perché oltre alle rivalità interne, bisognerà fare i conti anche con le reali intenzioni degli sponsor di questa o quella fazione. Che poi sono gli stessi che si sono riuniti attorno al tavolo tedesco. La Turchia, la Russia, l'Egitto, gli Emirati arabi uniti, in primis. Soprattutto quest'ultimi, stando a indiscrezioni diffuse dal New York Times, si sarebbero messi non poco di traverso per rallentare il processo di pacificazione, invitando Haftar a non abbandonare le armi. Cosa, tra l'altro, che le fazioni fedeli al generale della Cirenaica, anche oggi, si sono ben guardate dal fare.

Colpi d'arma da fuoco ed esplosioni sono state segnalate a Sud di Tripoli, mentre un gruppo armato che lo sostiene ha cercato di paralizzare la produzione del più grande campo petrolifero della Libia, quello di Sharara, chiudendo una valvola dell'oleodotto che porta il greggio dal campo alla raffineria di Zawiya. Dopo i campi petroliferi bloccati alla vigilia della conferenza, Haftar ha dunque deciso di inviare un nuovo segnale a Tripoli e alla comunità internazionale. La gestione del petrolio, vera grande ricchezza del Paese, è una grande partita ancora in gioco. E potrebbe trasformare il successo di Berlino in carta straccia.

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