18 giugno 2019
Aggiornato 08:30
Sette anni di guerra

Caos in Siria: la guerra totale ad assetto variabile è già in atto

Il Cremilino ammette perdite di mercenari russi, scontro diretto tra gli eserciti di Turchia e Siria, Iran e Israele a un passo dallo scontro diretto

DAMASCO - Il primo a parlarne è stato lo scrittore NazBol (Nazional Bolscevico, estrema destra ed estrema sinistra fuse), Eduard Limonov: «I wagneriani sono caduti, tra di essi un mio amico». Si riferiva alla strage di mercenari russi fatta dai bombardamenti statunitensi in Siria. I mercenari sono riconducibili alla società privata militare russa, la OSM, meglio conosciuta come «Wagner Group» dal soprannome del suo fondatore la cui identità è ignota e sarebbero tremila. Sul territorio siriano, e non solo, operano combattenti di ogni nazionalità e su ogni fronte.
In un comunicato diffuso due giorni fa, il ministero degli esteri russo ha ammesso che «durante i recenti scontri militari nei quali in nessun modo hanno partecipato soldati della Federazione Russa, sono morti o sono stati feriti decine di cittadini della Csi». Il ministero ha informato anche che corpi e feriti saranno in breve tempo rimpatriati. Il comunicati si riferisce ai bombardamenti statunitensi dello scorso 7 febbraio a Deir el Zor.

Inferno Goutha
I mercenari russi sono schierati con l’esercito regolare siriano che sta tentando di bonificare il suo territorio dagli ultimi ribelli, jihadisti, rimasti. Il cuore sanguinante dell’operazione è Goutha, popoloso centro ad est di Damasco: dove in questi giorni i bombardamenti siriani stanno facendo strage di jihadisti e civili. Il presidente vuole chiudere i cinti con i ribelli, con mezzi e metodi che probabilmente vanno al di là degli accordi con Putin.
Ma oltre a Goutha c’è l’immenso caso di Afrin, dove le stragi non sono meno dure. Le operazioni che si compiono nel Kurdistan siriano stanno portando al conflitto diretto tra l’esercito turco impegnato a distruggere la resistenza kurda a suon di bombardamenti, e quello siriano.
La guerra civile assume contorni sempre più caotici e pericolosi, perché a questo punto lo scontro armato non è solo più tra Siria e Turchia, di per sé già dirompente, bensì tra Usa e Russia. La posizione della Turchia, da sempre molto ambigua, a esser generosi, giorno dopo giorno diviene più chiara. Né da un parte, né dall’altra ma solo con i propri interessi, gli interessi del califfato – o del nuovo impero ottomano – che vuole ricreare. Con successo, peraltro. Con una spregiudicata politica delle alleanze, in vendita a chi offre di più, Recip Erdogann abbandona momentaneamente l’asse con l’Iran e Vladimir Putin, per tornare a strizzare l’occhio agli Stati Uniti, desiderosi di deporre il presidente siriano Bashar Assad, e soprattutto di infliggere una sconfitta militare alla Russia.

Caccia d'attacco russi
La risposta russa alla recrudescenza militare turca non si è fatta attendere. La Russia ha dislocato nella sua base siriana di Khmeimim due caccia SU-57 di quinta generazione (ovvero con tecnologia stealth). E' la prima volta che questi aerei vengono utilizzati attivamente. Lo riporta Meduza che cita a sua volta il blogger Wael Al Hussaini, che ha pubblicato su Twitter un video con i due velivoli. I jet SU-57 sono 'il gioiello della corona' dell'aviazione russa. Mosca avrebbe inoltre inviato 4 jet SU-35, 4 SU-25 e 1 aereo da ricognizione A-50U. Il ministero della Difesa non ha commentato. Ovviamente si tratta di un mossa simbolica, che mette in guardia la Turchia, e gli Stati Uniti, da nuovi azzardi nei confronti della basi dove sono presenti soldati russi. Ieri le milizie fedeli al regime di Damasco sono entrate nell'enclave di Afrin per cercare di dare man forte alle unità curde. L’esercito siriano, che non è direttamente coinvolto nelle operazioni ma agisce attraverso i reparti iraniani del Ndf, sta operando a difesa del suo territorio: controllato dalle milizie kurde. La situazione è quindi surreale: perché i kurdi, fieri nemici di Assad e da sempre armati dagli Usa, ora si trovano difesi dall’esercito dell’uomo che vorrebbero buttare giù. Come era facilmente prevedibile i Kurdi del Rojava, che portano avanti un esperimento politico chiaramente socialista, nel momento della verità sono stati abbandonati dagli Usa, e dati in pasto alla Turchia. In loro soccorso l’asse Assad – Putin, anche se quest’ultimo appare trascinato dentro un conflitto che non vuole. Il garbuglio mediorientale appare senza soluzione. L'artiglieria turca ha pesantemente bombardato costringendo le milizie filo-Assad a ritirarsi di una decina di chilometri, secondo l'agenzia turca Anadolu.  

Prossima tappa: la balcanizzazione totale
La balcanizzazione totale della regione quindi appare prossima: Siria, il nord dell’Iraq stanno per diventare un immenso teatro di guerra con gli eserciti regolari prossimi a confrontarsi. La scintilla turco – siriana potrebbe innescare un esplosione a catena che coinvolgerebbe immediatamente Libano, Israele (testate atomiche) e Iran. Sullo sfondo l’apocalisse dello scontro diretto Russia Usa allunga le sue ombre. 
Gli accordi Astana al momento sono l’unico pezzo di carta che dovrebbe mettere fine alla guerra civile: ma sono ormai paragonabili a quelli di Dayton della guerra Jugoslava. Russia, Turchia e Iran hanno trovato un’intesa su tre aree di influenza: la Russia controllerà la zona costiera e l’area intorno alla capitale Damasco. Controllerà militarmente, e per lungo tempo ovviamente. Assad rimarrà presidente, ma di fatto sarà un uomo di Putin: quale già è, anche se la mossa di Afrin probabilmente non è stata concordata con il capo del Cremlino. La Turchia controllerà buona parte del Kurdistan ovvero dove si sta combattendo ora. L’Iran prende il controllo della regione al confine del Libano in funzione pro Hezbollah: l’abbattimento di un jet israeliano due settimane fa dimostra quanto questo piccolo territorio possa diventare una polveriera, o soprattutto il livello di armamenti che gli iraniani hanno giù spostato in queste zona. In particolare le alture del Golan diventano il centro di una scenario bellico da brividi.

Caos totale, tutti contro tutti
Il centro bellico di questa situazione esplosiva è Afrin: Erdogann solo pochi giorni fa ha tuonato: «Assedieremo Afrin, non avranno spazio per alcun accordo con il regime siriano.» Il presidente turco vuole scongiurare la saldatura tra YPG/YPJ (le milizie kurde regolari e guerrigliere) e non  vuole sedersi ad alcun tavolo di trattativa. Gli accordi di Astana, in linea teorica, gettavano già le basi per questa «svendita» dei curdi a turchi. Ora che l’esercito siriano, in buona parte composto dalle Ndf (truppe di creazione siriana), tenta di sovvertire quello sciagurato accordo, Erdogann reagisce. A tentare di mediare, come sempre, il ministro degli esteri russo Lavrov, che ha fatto appello alla Turchia affinché tratti direttamente con Assad una soluzione per Afrin.