17 ottobre 2018
Aggiornato 21:30

Il prezzo del petrolio sale perché la guerra del greggio l'hanno vinta quelli «sbagliati»

Per comprendere perché sta aumentando la quotazione del petrolio, è necessario capire l’equilibrio geopolitico dei maggiori produttori di oro nero
Il presidente russo Vladimir Putin
Il presidente russo Vladimir Putin (EPA/OLGA MALTSEVA / POOL)

NEW YORK - Per comprendere le ragioni che portano all’aumento della quotazione del petrolio, che sta per raggiungere i settanta dollari al barile e potrebbe arrivare a ottanta secondo gli analisti, è necessario capire l’equilibrio geopolitico dei maggiori produttori di oro nero. Un giro del mondo al termine del quale una base sostanziale in grado di spiegare il perché dell’aumento pare assente. Siamo quindi di fronte a pura speculazione? Lo scacchiere medio orientale e asiatico appare mai come in questo momento stabile. La Russia ha vinto la guerra in Siria, l’Iran ha respinto le proteste interne. Di fatto l’assedio economico militare ai due grandi paesi produttori è terminato.

Assedio Opec fallito
Portato avanti in sede Opec soprattutto dalla guerriglia sui prezzi dell’Arabia Saudita, questa strategia ha di fatto dissanguato il maggior produttore globale di petrolio: che non poteva più permettersi un prezzo troppo basso, intorno ai 30-40 dollari al barile. Una volta fatti i conti con la realtà – la Russia è stabilmente presente in Siria con le sue basi e i cosiddetti ribelli sunniti wahabiti sono stati spazzati via sul piano militare – è stato evidente che la pressione economica non aveva senso e anzi era controproducente. L’Arabia Saudita ha pagato un prezzo molto alto: crisi economica, deficit e debito pubblico senza precedenti, introduzione di nuove tasse, tra cui l’ignota Iva, e soprattutto la privatizzazione della Aramco: la compagnia petrolifera nazionale. 

Iran, il grande nemico dell'Arabia Saudita
L’Iran, il grande nemico religioso dell’Arabia Saudita, come detto in precedenza ha resistito alla improbabile rivolta interna capeggiata dagli oltranzisti dell’ex presidente Ahmadinejad, diventato nuovo idolo dell’occidente che auspica l’esplosione sul modello siriano di quella che fu l’antica Persia. Alla prese con una crisi economica molto pesante, stressato dalle riforme liberiste del presidente moderato Rohani, l’Iran necessita di esportare più petrolio a un prezzo maggiore. Questo per finanziare le esangui casse pubbliche, base dell’economia semi socialista dell’Iran. Russia e Iran sono ovviamente fiaccati dalle sanzioni sul commercio loro imposte in anni passati. In questo scenario si inserisce il Venezuela di Maduro, anch’esso semi distrutto da un’economia asfittica, centrata sul primato delle esportazioni petrolifere. Si può quindi ipotizzare un accordo tra questi quattro grandi produttori, politicamente contro natura ma necessario a tutti per ragioni economiche, per portare informalmente il prezzo del petrolio stabilmente intorno a quota 60-70 dollari al barile. Oltre sarebbe un prezzo fuori mercato che deprimerebbe l’economia globale.

Chi sostiene la domanda?
Dimentichiamo la chimera delle energie rinnovabili. Il capitalismo globale vuole petrolio e carbone, e lo vogliono sempre di più. La fabbrica del mondo, la Cina, ma per molti aspetti anche l’India e tutto il sud est asiatico, importano sempre più petrolio: in particolare dalla Russia. La Russia ha esportato in media 3,7 milioni di barili giornalieri verso i paesi europei nel 2016 e circa un milione di barili al giorno verso la Cina, secondo i dati dell’Energy Information Administration (EIA). La Russia conta di fornire fornire 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno in Cina. Il secondo oleodotto petrolifero tra Russia e Cina ha iniziato le operazioni. La sua apertura raddoppierà l’importazione annuale della Cina di petrolio greggio russo, riporta il China Daily. La richiesta mondiale dell’oro nero è salita, nel 2017, ad una media di 97,7 milioni di barili al giorno, con un aumento dell’1,6% rispetto al 2016. A questo risultato ha contribuito soprattutto la Cina, con ben 600.000 barili al giorno in più; la domanda cresce per il terzo anno consecutivo anche in Europa, superando la soglia dei 14 milioni di barili al giorno. A livello planetario, il petrolio si conferma la prima fonte di energia, con una quota stimata in circa il 32%, seguito dal carbone con il 27% e dal gas con il 22%.

Usa e le risorse infinite
Gli Stati Uniti in questo contesto si pongono come paese calmierante dei prezzi. La produzione di petrolio da shale oil, estremamente impattante sul piano ambientale, ha raggiunto l’apice storico. La produzione Usa è prevista salire ad oltre 10 milioni di barili al giorno entro il prossimo mese, facendo degli Stati Uniti il terzo produttore al mondo dietro solo ad Arabia Saudita e Russia. Gli Usa spingono al massimo per sostenere le loro esportazioni ma anche per non dar fiato agli introiti dei loro nemici strategici, Russia e Iran in testa. Lo fanno con una prospettiva di breve periodo, dato che gli analisti sostengono che la produzione da shale non avrà vita lunga, al massimo dieci anni. Anche se, come dimostrato in passato, le risorse petrolifere sono pressoché infinite: terminata la fase shale, si procederà con la perforazione dei giacimenti presenti in Alaska e poi nella regione artica.

Chi fa il prezzo?
Le quotazioni del petrolio sono da ritenersi quindi corrette se comprese in una fascia tra i 55 e i 60 dollari al barile, perché danno la possibilità a tutti i maggiori produttori e consumatori globali di tirare il fiato dopo un lungo periodo di guerriglia economica. Non sono però direttamente correlate ad una normale legge di mercato basata sulla domanda e sull’offerta, bensì siamo di fronte ad accordi costruiti in sedi non ufficiali. Per molto aspetti il prezzo del petrolio medio, come quello attuale, è un indicatore che fa immaginare un tempo di minori tensioni internazionali e ripresa economica globale.