25 gennaio 2020
Aggiornato 21:30
Brexit

Brexit, due o tre motivi per cui anche l'Irlanda dovrebbe optare per il divorzio dall'Ue

L''Irexit', dopo la Brexit, è un tabù nel dibattito politico irlandese. E invece, secondo l'economista Ray Kinsella dell'Irish Times, è un'ipotesi da considerare attentamente

DUBLINO – Mentre, a oltre un anno dal referendum che ha decretato il divorzio di Londra dall'Ue, i negoziati stentano ancora a decollare, c'è chi è convinto che l'Irlanda dovrebbe seguire l'esempio del vicino. Ray Kinsella, autorevole economista irlandese, dall'Irish Times denuncia con grande lucidità l'assoluta mancanza di democrazia che caratterizza l'Unione europea, e spiega perché, a suo avviso, Dublino dovrebbe seriamente considerare una Irexit, scenario che dopo la Brexit, nel dibattito politico irlandese, è diventato un tabù. E invece, secondo Kinsella, un tabù non dovrebbe esserlo, visto che l'Irlanda, ormai da diversi anni a questa parte, ha reso l'Ue l'unica vera custode dei propri interessi nazionali e la vera responsabile dei rapporti con la Gran Bretagna, il suo più importante partner commerciale e lo stato a lei più vicino. Un vero paradosso. Anche perché, scrive l'economista, dietro la farsa di una «posizione unita» sulla Brexit, c’è invece un’ Europa profondamente divisa, percorsa da frizioni e spinte centrifughe.

Marginalizzata, periferica e dipendente
Una delle conseguenze dello status quo è che l’Irlanda, che con il Regno Unito ha posizioni comuni su questioni chiave, è invece «marginalizzata, periferica e dipendente». Kinsella definisce l’Europa «un mastodonte politico con mire egemoniche e sempre più militarizzato, controllato dalla Germania e, in misura minore, dai comuni interessi franco-tedeschi».  Nulla a che vedere con quelli che sarebbero dovuti essere i suoi valori di base.

Zero autocritica nel'Ue post Brexit
Al contrario: nel suo cuore, scrive l'economista, c’è un’unione monetaria bacata e profondamente sbilanciata verso i Paesi in surplus e con un «deficit democratico» che si allarga. La Brexit avrebbe dovuto rappresentare il punto di rottura dopo il quale promuovere una riforma, un ripensamento. Così non è stato: Bruxelles è paga di aver sventato, almeno per il momento, il pericolo «populismo», e così l’establishment ha calato nuovamente la saracinesca sulle riforme.

Chi baderà all'interesse nazionale?
Da qui in avanti, a maggior ragione con l'addio del Regno Unito, Kinsella si chiede chi tutelerà l'interesse nazionale irlandese. Dublino, infatti, con la Brexit diventerà uno stato periferico, ininfuente, e l'Europa gli presterà ben poca considerazione. Come è già avvenuto in passato, del resto. L'economista sottolinea che, nei negoziati sul bailout, la Banca Centrale Europea (BCE) ha «scavato il terreno sotto i piedi dell’Irlanda» proprio nel momento di sua massima vulnerabilità. Ajai Chopra, allora capo della missione del FMI, ricorda che era il Fondo Monetario Internazionale, non l’Europa, a opporsi alla durezza dell’aggiustamento della BCE alla pressione esercitata dall'istituzione europea per imporre all’Irlanda perdite che avrebbero dovuto essere sostenute dagli obbligazionisti delle banche delinquenti. Le minacce su ciò che sarebbe accaduto se l’Irlanda non avesse accettato quei termini, insomma, provenivano dall’Europa.

Proteggere le relazioni con Londra
Di fronte a uno scenario post-Brexit, insomma, una Irexit, per l'economista, ripristinerebbe la sovranità sugli interessi nazionali e l'autonomia di gestire lo sviluppo delle risorse locali. Il tutto, senza mettere a repentaglio le relazioni con Londra, alle prese con un'hard Brexit imposta da Bruxelles. Ecco perché, secondo Kinsella, la politica irlandese dovrebbe parlare di Irexit.