28 novembre 2020
Aggiornato 14:00
Ieri a Riad l'appello ai leader musulmani

Trump in Israele: sarà lui a scogliere l'infinita crisi mediorientale?

Dopo la visita a Riad e il discorso ai leader musulmani, oggi il presidente Donald Trump è atteso in Israele. Su di lui puntati gli occhi del mondo intero, perché il piano del tycoon è ambizioso: essere il Presidente che risolverà la crisi infinita

GERUSALEMME - Dopo la sua visita in Arabia Saudita, accompagnato dalla moglie Melania e dalla First Daughter Ivanka, Donald Trump è atteso oggi a Gerusalemme, città santa per cristiani, ebrei e musulmani e fulcro delle tensioni tra israeliani e palestinesi, per una visita che si prospetta meno semplice di quanto i primi passi del 45esimo presidente americano nei confronti di Israele avevano lasciato pensare. Tra cambi di rotta, tensioni - non ultima quella sulla rivelazione alla Russia di informazioni segrete ricevute probabilmente da Israele - la stampa israeliana, subito ripresa dai media Usa, ha ironizzato sulla forte incertezza che accompagna Trump in Israele e nei Territori, definendo con un gioco di assonanze la visita «isterica piuttosto che storica». Il capo della Casa Bianca deve atterrare a Gerusalemme verso le 12.30 e anche l'arrivo all'aeroporto è stato circondato da polemiche: il premier Benjamin Netanyahu è stato costretto, secondo il Jerusalem Post, a dare un perentorio ordine ai suoi ministri di presentarsi all'aeroporto Ben Gurion per accogliere il presidente americano, dopo che molti avrebbero tentato di sfilarsi per evitare l'attesa sotto il sole, o più probabilmente per 'punire' la scelta del protocollo americano di evitare una stretta di mano a tutti i membri dell'esecutivo. E' stata poi cancellata la visita alla fortezza di Masada dopo che le autorità hanno vietato un atterraggio in elicottero.

Il discorso di Trump sull'Islam
Complicati preparativi a parte, Trump approda nello Stato ebraico dopo aver lanciato da Riad un appello ai leader di una cinquantina di Paesi musulmani a fare la loro parte nella lotta al terrorismo islamista, ufficializzando la correzione della sua linea nel rapporto con il mondo arabo: «Dovete battere voi questo nemico che uccide in nome della fede», ha detto, sottolineando che non si tratta di una guerra di religione. Sottolineatura importante, alla luce del «muslim-ban», il divieto di ingresso negli Usa per cittadini da una serie di Paesi musulmani, poi bloccato dalla magistratura, ma comunque una delle più clamorose prime iniziative da neo-presidente.

Prima fortemente pro-Israele, ora più cauto
E anche sul conflitto israelo-palestinese Trump ha modificato un po' la rotta rispetto alle prime dichiarazioni, molto sbilanciate a favore di Israele, tanto da mettere in dubbio il concetto dei due Stati in pacifica coabitazione come base di un possibile accordo. L'amministrazione americana ha anche adottato una linea più cauta sul trasferimento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme da Tel Aviv, promesso in campagna elettorale. «Chiedetemelo dopo la visita in Israele», ha detto di recente Trump, lasciando intendere che il trasloco diplomatico è possibile, ma solo se il governo israeliano si mostrerà aperto alle richieste Usa. Ulteriore fattore di tensione, la questione delle informazioni sulla lotta all'Isis rivelate al ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, che sarebbero state date agli Usa proprio da Israele. «Se queste tre grandi fedi sapranno allearsi e cooperare, allora la pace nel mondo sarà possibile, compresa la pace tra israeliani e palestinesi», ha detto ieri nella capitale dell'Arabia saudita, dove è stato accolto con grandissimi onori e fanfara.

Programma
Trump sarà oggi a Gerusalemme e domani nei Territori palestinesi, prima di arrivare in Vaticano e a Roma per incontrare Papa Francesco e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. L'agenda nella città santa contesa prevede oggi pomeriggio una visita al Santo Sepolcro, poi una breve passeggiata attraverso la città vecchia, sino al Muro del Pianto: quest'ultimo punto avrebbe provocato tensioni diplomatiche durante la preparazione del viaggio, perchè il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe voluto accompagnare il presidente americano al sito di preghiera più sacro per gli ebrei, ma l'amministrazione Usa ha declinato la proposta, adducendo come motivazione la natura privata della visita. Non viene però escluso che con Trump al Muro ci sarà un dirigente israeliano, cosa che equivarrebbe a un riconoscimento indiretto della sovranità israeliana sul sito, che come il Santo Sepolcro e la Spianata delle Moschee si trova a Gerusalemme Est, occupata da Israele nel 1967 ed annessa nel 1980. Trump sarà comunque il primo presidente americano in carica a recarsi al Muro del Pianto. Il capo della Casa Bianca in serata avrà un colloquio con Netanyahu, che offrirà poi una cena in suo onore. E domani mattina un incontro con il presidente palestinese Abu Mazen a Betlemme, in Cisgiordania. I negoziati israelo-palestinesi sotto egida americana sono naufragati nel 2014 e Netanyahu e Abu Mazen non hanno avuto un vero incontro bilaterale dal 2010.

Carico di incognite
Trump arriva con un pesante carico di incognite su quella che sarà alla fine la sua vera linea. Dopo aver seminato dubbi e allarme tra i palestinesi subito dopo l'elezione, prendendo le distanze dalla soluzione «dei due Stati», ha poi corretto in parte ed è approdato ad una posizione possibilista, ma in sostanza poco chiara. Anche la destra israeliana non ha apprezzato le dichiarazioni del presidente Usa sulle colonie ebraiche a cui porre un freno, una presa di posizione che ha raffreddato gli ardori suscitati dal primo Trump tra i conservatori israeliani. L'amministrazione Usa ha comunque messo le mani avanti, avvertendo di non aspettarsi un'ampia azione diplomatica durante il viaggio: il presidente vuole dapprima «facilitare» la ripresa dei negoziati di pace e ottenere dalle due parti impegni e misure che possano promuovere un nuovo clima di fiducia, hanno fatto sapere dall'entourage di Trump.

L'ultima mossa di Netanyahu
Intanto il governo israeliano, con il premier Netanyahu sotto pressione da parte della destra, ha adottato ieri sera una serie di misure volte a facilitare la vita dei palestinesi e a sostenere la loro economia. La decisione è stata «presa su richiesta del presidente americano Donald Trump», ha precisato un funzionario israeliano, citando proprio la necessità di un un clima di "fiducia" utile nell'ottica di una ripresa dei negoziati. Il governo israeliano ha così deciso di allungare gradualmente le ore di apertura del valico di Allenby (o ponte del re Hussein), importante punto di transito per i palestinesi tra la Cisgiordania e la Giordania, fino ad arrivare a un'apertura 24 ore su 24, sette giorni su sette, ha detto il funzionario. Israele controlla tutti gli accessi alla Cisgiordania. L'esecutivo ha anche deciso di ampliare il punto di valico tra Cisgiordania e Israele nei pressi di Tulkarem, nel Nord della Cisgiordania, dove transitano decine di migliaia di palestinesi che lavorano in territorio israeliano.