2 giugno 2020
Aggiornato 08:00
Amministrazione Trump

Russiagate, la vendetta di Rosenstein

Ieri, ha preso una decisione contro la Casa Bianca, portando il «caso Russia» a un nuovo livello, molto pericoloso per Trump, con l'affidamento delle indagini sull'interferenza di Mosca nelle elezioni presidenziali statunitensi e sui possibili legami tra lo staff del presidente e funzionari del Cremlino a un procuratore speciale, Robert Mueller III, capo dell'Fbi dal 2001 al 2013.

Il Presidente americano, Donald Trump
Il Presidente americano, Donald Trump ANSA

NEW YORK - La scorsa settimana, era stato «l'eroe» della Casa Bianca, l'uomo che aveva permesso al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di licenziare il capo dell'Fbi, James Comey. Rod Rosenstein, vicesegretario alla Giustizia, non aveva però apprezzato di essere dipinto come il maggiore responsabile della decisione di Trump e, secondo le fonti del Washington Post, aveva persino minacciato le dimissioni. Ieri, ha preso una decisione contro la Casa Bianca, in autonomia, portando il «caso Russia» a un nuovo livello, molto pericoloso per Trump, con l'affidamento delle indagini sull'interferenza di Mosca nelle elezioni presidenziali statunitensi e sui possibili legami tra lo staff del presidente e funzionari del Cremlino a un procuratore speciale, Robert Mueller III, capo dell'Fbi dal 2001 al 2013.

Trump aveva affermato di aver solo agito su raccomandazione del segretario alla Giustizia, Jeff Sessions, e di Rosenstein, figura centrale nel «caso Russia», visto che è a lui che Comey riferiva, dato che Sessions si era dovuto fare da parte, a causa dei suoi incontri con l'ambasciatore russo in campagna elettorale. Trump si era fatto scudo di Rosenstein, definendolo un uomo «universalmente rispettato» e una figura apolitica, da tempo funzionario del dipartimento di Giustizia.
Infuriato, Rosenstein si è preso una rivincita otto giorni dopo il licenziamento di Comey, nominando Mueller come procuratore speciale, che ha ottenuto un'autonomia molto ampia per le indagini. È autorizzato a indagare «su qualsiasi legame o coordinamento tra il governo russo e le persone associate con la campagna elettorale del presidente Trump», ha spiegato Rosenstein. «È nel pubblico interesse, per me, esercitare la mia autorità e incaricare un procuratore speciale che assuma le responsabilità su questa materia».

Trump sarebbe stato informato della decisione solo dopo la firma di Rosenstein, meno di un'ora prima dell'annuncio pubblico, e contemporaneamente alla maggior parte dei media statunitensi, secondo il sito Axios. Trump si è augurato che l'inchiesta su una possibile collusione tra i suoi uomini e la Russia sia «rapidamente» portata a termine. «Come ho già detto più volte, un'inchiesta completa confermerà quello che sappiamo già: non c'è stata alcuna collusione tra la squadra della mia campagna elettorale e un'entità straniera» ha indicato in un comunicato.

Pubblicamente, la Casa Bianca non può criticare la decisione di Rosenstein, di cui per giorni ha lodato capacità di giudizio e decisioni. Già questa mattina, però, l'insofferenza di Trump è esplosa in due tweet, in cui ha definito l'inchiesta sull'interferenza della Russia come «la più grande caccia alle streghe contro un politico nella storia americana», aggiungendo che «con tutti gli atti illegali avvenuti durante la campagna di Clinton e l'amministrazione Obama, non è mai stato incaricato alcun procuratore speciale!».

Le indagini di Mueller ricadono sotto l'ombrello del dipartimento di Giustizia e, con Sessions escluso dal caso, l'ex direttore dell'Fbi, altra figura al di sopra delle parti, riferirà proprio a Rosenstein. Non ci sarà modo, per Trump, di influenzare in alcun modo le indagini. Secondo molti resoconti della stampa statunitense dei giorni scorsi, Trump, infuriato con Comey per il 'caso Russia', avrebbe chiesto a Sessions e Rosenstein di trovare un motivo per licenziarlo. Le raccomandazioni del dipartimento di Giustizia sarebbero quindi state scritte solo per dare una copertura al presidente, che si è poi contraddetto nei giorni seguenti, affermando che avrebbe comunque licenziato il direttore dell'Fbi, considerato incapace di comandare il Bureau e sfiduciato, secondo lui, da democratici e repubblicani.

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