21 settembre 2019
Aggiornato 02:00
Da Kiev bombe a Donetsk

Ucraina, il Donbass si tinge ancora di sangue. Un banco di prova per Trump?

La guerra dimenticata dell'Est Ucraina continua a infuriare, e a mietere vittime, mostrando il fallimento della diplomazia internazionale. Cosa cambierà con l'era Trump?

L'Ucraina il primo banco di prova per il reset Mosca-Washington.
L'Ucraina il primo banco di prova per il reset Mosca-Washington. Shutterstock

KIEV - Sembra paradossale: a un paio d'ore d'aereo dalle nostre sicure abitazioni si sta combattendo una guerra silenziosa e dimenticata, e si continua a morire. Paradossale sì, ma anche tristemente reale: è quanto sta accadendo nel Donbass, dove da giorni gli scontri si sono intensificati, al punto che il Consiglio di Sicurezza Onu ha lanciato l'allarme per il «pericoloso deterioramento» in corso nell'Est dell'Ucraina.

Deterioramento
Scontri che testimoniano, di fatto, il triste destino degli accordi di Minsk, che dovrebbero costituire, nelle speranze dei negoziatori, la chiave di volta per mettere fine al conflitto. Intanto, però, la battaglia infuria, con l'Unione europea che grida alla violazione dei patti e il presidente ucraino Petro Poroshenko costretto a interrompere la sua visita a Berlino. 

Le rassicurazioni europee a Poroshenko
Visita che non deve destare alcun stupore: proprio nella capitale tedesca, lo scorso novembre si era tenuto l'ultimo vertice tra Ue e Ucraina, vertice in cui l'allora presidente uscente Obama e cinque leader europei tra cui la stessa Angela Merkel avevano espresso l'intenzione di mantenere operanti le sanzioni alla Russia. Un messaggio di rassicurazione diretto a Poroshenko, preoccupato dai nuovi risvolti che la crisi ucraina avrebbe potuto assumere con l'entrata in carica di Donald Trump. Il quale, dopo la sua elezione, ha ribadito la sua intenzione (pur non specificando le tempistiche) di togliere le sanzioni alla Russia, e riconoscere la Crimea in cambio – pare – di un accordo con Mosca per la non proliferazione nucleare.

Leggi anche «L'Ue continua a sostenere l'Ucraina. Trump permettendo»

Gli aiuti europei
Il vertice di novembre, dunque, ha confermato l'impegno europeo in sostegno di Kiev, che non deve far fronte solamente al conflitto ibrido con i filorussi del Donbass, ma che naviga anche in acque agitate per la persistente instabilità politica interna, per la piaga della corruzione e per un'economia martoriata che solo la generosità di Bruxelles riesce a tenere sui binari. In due anni, l'Europa ha speso 3,5 miliardi di euro in aiuti all'Ucraina, a cui bisogna aggiungere l'ulteriore pacchetto di aiuti da 600 milioni di euro deciso in occasione dell'ultimo vertice, da investire in infrastrutture e trasporti.

Leggi anche «Donbass, le elezioni nella terra di sangue che l'Occidente continua a ignorare»

Minsk in stallo
La guerra, però, continua a infuriare. E la riunione tenutasi a Minsk, lo scorso 29 novembre, in formato Normanno poco o nulla ha potuto nel mettere a punto la tanto attesa roadmap per il Donbass: gli accordi siglati in quella città, in sostanza, sono ancora in fase di stallo. L'acutizzarsi dei combattimenti non può che costituire un segnale poco rassicurante.

L'attacco dell'artiglieria di Kiev
Nelle scorse ore, infatti, si è combattuto nell'area industriale di Avdiivka, dove il quartier generale delle truppe ucraine ha denunciato tre morti e 20 feriti. I separatisti, dal canto loro, hanno parlato di quattro morti e sette feriti. Quel che è peggio è che la battaglia è avvenuta con mezzi pesanti. Secondo un portavoce del ministero della Difesa di Donetsk, citato dall’agenzia Interfax, il bombardamento delle forze armate ucraine avrebbe interrotto le forniture di energia elettrica alla miniera Zasiadko, nel Donbass, e 207 minatori sarebbero rimasti bloccati nelle gallerie della struttura. Alcuni video attestano i segni dei bombardamenti ucraini avvenuti in quattro quartieri residenziali di Donetsk, con la via Artyoma, arteria principale del centro cittadino, bersagliata dalle artiglierie di Kiev.

Scambio di accuse
Secondo il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, non sarebbero state «le forze armate ucraine, ma battaglioni di volontari ucraini a compiere i tentativi di attacchi su questo territorio» con lo scopo di «distogliere l’attenzione da una situazione interna molto precaria». Ma da Kiev si continua a puntare il dito contro Mosca: «L’attuale escalation nel Donbass è una chiara prova del continuo lampante disprezzo della Russia per gli impegni presi a Minsk con l’obiettivo di impedire la stabilizzazione dell’area», si legge in un comunicato del ministero degli Esteri ucraino.

Un banco di prova per il «duo» Trump-Putin
Accuse incrociate, sullo sfondo del cambio di guardia alla Casa Bianca. Un cambio di guardia potenzialmente ricco di implicazioni, tanto più che è in discussione un'estensione del formato Normanno a Washington. Di certo, la crisi ucraina potrebbe costituire un importante banco di prova per sondare la tenuta del tanto profetizzato reset tra Stati Uniti e Russia. Un reset che pare confermato, almeno sul piano delle intenzioni, dalla recente telefonata intercorsa tra la Casa Bianca e il Cremlino, di cui è trapelato poco, se non la reciproca disponibilità ad attuare un «reale coordinamento» tanto in Siria, quanto in Ucraina. Intanto, nella sua telefonata con Washington il presidente Hollande ha specificato che le sanzioni alla Russia potranno essere revocate soltanto se la crisi «sarà risolta con l'applicazione integrale degli accordi di Minsk». Una formula condivisibile, se non fosse per una evidente disattenzione da parte degli arbitri europei: perché, in base a quegli accordi, Kiev alla fine del 2015 avrebbe dovuto realizzare una riforma costituzionale che prevedesse il decentramento e l’adozione della legge sullo status speciale delle regioni di Donetsk e Lugansk. Riforma, naturalmente, non ancora pervenuta...