28 giugno 2022
Aggiornato 01:00
Usa protettori dell'ambiente?

Complotto o non complotto contro Marchionne? Questo è il dilemma

Quotazioni borsistiche fuori scala e posti di lavoro: cosa non torna nello «scandalo del diesel» made in Usa

DETROIT - Gli Stati Uniti sono il secondo Paese più inquinante del mondo. L’economia statunitense è basata sull’utilizzo di combustibili fossili e il mito del petrolio a buon mercato, e infinito, è ben più sentito della sostenibilità ambientale. In testa alla classifica dei maggiori inquinatori globali vi è la Cina, terra di nessuno e fabbrica del mondo che riesce a produrre a prezzi stracciati grazie ad una normativa ambientale tendente a zero. Perplime non poco lo scandalo denominato «dieselgate»: a fronte dei mega suv di seimila di cilindrata utilizzati dagli statunitensi, in massa, per andare a far la spesa nel mega-centro commerciale dove la temperatura interna è trenta gradi in inverno e sedici in estate, condizionamento d'aria generato da combustibili fossili iperinquinanti, la vicenda appare bizzarra, archetipica di un Paese dalla doppia morale.

Valori di borsa da capogiro
Due accadimenti interessanti sono prodromici. Il primo: l’impennata del titolo Fca negli ultimi due mesi, pari al 60%, con un prezzo obiettivo fissato a 16 euro, ovvero il 200% in più rispetto ai minimi del del 2016. Quando la notizia dell’inchiesta Epa è piombata sui mercati, il valore delle azioni Fca a Milano era pari a 10.4 euro. Secondo: due giorni prima dello «scandalo», Sergio Marchionne aveva massaggiato amorevolmente con il nuovo presidente Usa, Donald Trump, annunciando la costruzione di un nuovo stabilimento in Michigan e l’assunzione di duemila operai.

La tempistica sospetta
La tempistica dell'annuncio fa sorgere il sospetto che i vertici dell’azienda fossero a conoscenza dell’inchiesta Epa, e abbiano tentato una via d’uscita. Ciò che lascia maggiormente senza parole è l’impennata del valore delle azioni Fca, a fronte di una situazione che, da un punto di vista finanziario, risulta molto pensate. La multinazionale italo-statunitense, solo pochi giorni fa, ha riconosciuto che il debito strutturale è pari a 6,5 miliardi di dollari.  Per ripianare tale buco potrebbero essere «scorporate» Alfa Romeo, Maserati e Magneti Marelli. Fca diverrebbe una holding, ancor più di quanto lo sia oggi. Il grafico a 60 mesi è impressionante: il titolo vale quattro volte più del 2012 ed ha raggiunto lo stratosferico apice del 2015. Non solo: del coinvolgimento di Fca in un’inchiesta dell’Epa si vociferava da tempo, nonostante questo il titolo è stato trascinato in alto. Da chi? La ritracciatura avuta ieri, in ultima analisi, rappresenta una diminuzione di valore estemporanea.

Fca non è Volkswagen, dicono
L’inchiesta, in sé, è tipicamente statunitense. Fca è accusata dall’Epa (Environmental protection agency) di aver dotato circa centomila vetture, vendute dal 2014, un numero quindi marginale, di un software aduso ad alterare i valori delle emissioni inquinanti. Fca – afferma l’Epa – «ha installato e non comunicato all’Epa un software di gestione delle emissioni nei modelli degli anni 2014, 2015 and 2016 di Jeep Grand Cherokee and Dodge Ram 1500 con motori 3 litri diesel venduti negli Usa».

Violazione amministrativa
La violazione sarebbe di tipo amministrativo, quindi non risulterebbe un tentativo di truffa come quello che vide protagonista la Wolkswagen. Il tonfo in borsa del titolo, marginale e in parte recuperato, rappresenta la parte meno complessa di questa vicenda. Nel caso in cui venisse inflitta un multa pari al 50% del massimale, Fca dovrebbe ricorrere ad accantonamenti straordinari pari al valore della vendita del 50% di Alfa Romeo, vanificando quindi il piano industriale presentato solo pochi giorni fa al Salone dell’auto di Detroit in pompa magna. Questo per quanto riguarda l’eventuale multa: altro discorso riguarda il danno d’immagine, nonché le singole cause che i proprietari della autovetture potrebbero intentare verso la Fca.

E' tutto un complotto
L’impressione è che tutti i produttori siano conformi nel non rispettare le norme dell’Epa che, secondo alcuni commentatori del settore, sarebbero troppo stringenti per i motori diesel. Motori ormai superati tecnologicamente e intrinsecamente inquinanti. La vicenda, però, assume contorni politici incardinati, ancora una volta, sulla figura del neo presidente Donald Trump. Il magnate e l’amministratore delegato, come accennato, nei giorni passati avevano «amoreggiato» via twitter: Marchionne annunciando posti di lavoro, Trump sperticandosi in lodi. L’Epa, come noto, è guidata da una ferrea donna afferente al Partito democratico, Gina Mc Carthy, che, secondo i complottisti, avrebbe quindi teso una trappola a entrambi.

Marchionne: spero che Fca non sia finita in una guerra tra Obama e Trump
La macchinazione in realtà è peregrina, perché notoriamente Sergio Marchionne è un uomo molto vicino a Barack Obama: che non ha lesinato aiuti di stato durante la sua presidenza. In realtà, è lo stesso manager col maglioncino ad alimentare surrettiziamente il perenne fuoco del complotto: durante una conferenza stampa, ha dichiarato: «È strana una decisione di questa portata da parte di un’amministrazione in scadenza, spero che Fca non sia finita in una guerra politica tra Obama e Trump». Il presidente eletto ha risposto che la sua amministrazione non ha avuto alcun ruolo nell’inchiesta. Sergio Marchionne, solo pochi giorni, aveva scandito la sua filosofia pragmatica: «Fca è pronta a investire a patto che vi sia profitto»: facciamo affari con tutti, basta che si guadagni. Ovvero quanto hanno sempre fatto gli Agnelli in Italia. A capo dell’Epa giungerà nelle prossime settimane Scotto Pruiit, feroce anti ecologista che rifiuta di riconoscere l’origine antropica del cambiamento climatico in corso. La speranza di Sergio Marchionne è che i duemila posti di lavoro in arrivo, in Michigan, possano essere ben accolti dalla nuova dirigenza.