7 dicembre 2019
Aggiornato 07:30

L'esperto americano: se la Russia si intrufola nel sistema elettorale Usa «sarà l'inferno»

Secondo Robert Levgold, analista della Columbia, la politica estera del prossimo presidente Usa non sarà radicalmente diversa da quella attuale. Anche nei rapporti con Mosca.

SOCHI - La politica estera del prossimo presidente degli Stati Uniti? Non aspettatevi svolte epocali, consiglia Robert Levgold, professore alla Columbia University, appena arrivato a Sochi per partecipare al Valdai Club. Esperto di affari internazionali, veterano in materia di relazioni con l'ex Urss e la Russia, Levgold ha da poco pubblicato un libro intitolato «Guerra Fredda», eppure getta acqua sull'allarme elezioni americane che elettrizza il meeting del forum che ogni anno riunisce osservatori, accademici, giornalisti da tutto il mondo.

Rapporti con la Russia
Non che l'analista statunitense sia particolarmente ottimista. A preoccuparlo davvero è «l'inferno» che scoppierebbe se la Russia dovesse tentare «seriamente, a livello di sistema elettorale» di intrufolarsi nel sistema elettorale americano. E anche, in generale, quello che seguirà al voto dell'8 novembre sia dentro che fuori dal suo Paese. Cosa farà Donald Trump, sempre ammesso che perderà? Che ne sarà del partito repubblicano e in fin dei conti del sistema bipartisan che oggi più che mai serve all'America?

Crisi internazionali
Ma intanto per gli equilibri internazionali, spiega Levgold ad askanews, «sulle grandi crisi, i grandi problemi, che si tratti di Siria, Ucraina, Medio Oriente in senso più ampio o il problema del terrorismo, la Nato, le relazioni con la Cina? Possiamo aspettarci una linea di continuità, indipendentemente da chi sarà il presidente. Solo che sarà una continuità caotica, soprattutto se dovesse venire eletto Trump».

Con Trump, tante incognite
Troppe le incognite, troppe le variabili da mettere in conto per il miliardario che annusa la sconfitta, ma sai mai. «E' molto difficile prevedere in che modo concretizzerebbe la sua leadership - argomenta il professore della Columbia - chiaramente avrebbe forti pressioni dal suo partito, dai neoconservatori. Dipenderebbe molto dalle nomine che farebbe e in termini di politica internazionale gran parte degli esponenti repubblicani con maggiore esperienza si sono smarcati da lui, hanno condannato le sue idee, quindi difficile pensare che li prenderebbe a bordo o che loro accetterebbero una eventuale proposta. Ma direi che anche sulle questioni per cui ora prospetta la svolta, a partire dalle relazioni con la Russia, semplicemente credo che non saprebbe come farlo. Se non altro perché la Russia ha una sua agenda. E non è quella di Trump».

Clinton? Un Obama più hardline
E se sarà Hillary Clinton, come i sondaggi lasciano sempre più chiaramente pensare? «Con Clinton possiamo attenderci un Obama un po' più harldine, una linea un po' più dura - sintetizza Levgold - sulla Siria o sulle sanzioni alla Russia, o più intransigenza con la Cina, non ritengo che dovremmo aspettare tutti questi cambiamenti. Qui in Russia si teme Clinton per le sue relazioni 'avvelenate' con Putin, perché i due si disprezzano e ci sarebbe da subito una pessima chimica, ma questo riguarda l'opinione pubblica. Se parliamo di addetti ai lavori invece, anche nell'entourage di Putin si riconosce che Cliton non solo ha esperienza, ma è potenzialmente pragmatica e di fronte ad una possibilità di cooperazione non si tirerebbe indietro. Non prevedo grandi cambiamenti nei primi tempi, ci sarà una fase di revisione delle politiche, ma se pensiamo nell'ordine di 4 anni allora possiamo mettere in conto cambiamenti e una certa flessibilità».

Clinton sulla Siria
Prendiamo in particolare la questione Siria, continua l'accademico americano, «si dice che Hillary è un falco, che vorrà un maggiore coinvolgimento americano. Io non credo proprio. E' vero che sostiene l'idea di una no fly zone, che appare pericolosa data la presenza operativa dell'aviazione russa e di quella americana nello stesso spazio aereo, ma ha messo in chiaro che non spingerà verso questa opzione senza prima cercare un'intesa con i russi. Non dobbiamo aspettarci azioni irresponsabili da Clinton».

Clinton sull'Ucraina
«Se parliamo invece di Ucraina, penso che all'inizio Clinton vorrà continuare sulla linea di Obama, che è quella di incoraggiare gli alleati europei a mantenere le sanzioni, ma anche nell'amministrazione Obama c'è consapevolezza del fatto che l'unità dei Paesi europei sulle sanzioni alla Russia sarà sotto crescente pressione quindi gli Usa nel 2017, se in Ucraina non 'esplode del tutto il coperchio', si comincerà a ragionare in termini di condizioni per revocare le sanzioni. Non si attenderà che salti il banco tra gli alleati europei. Molto dipende anche da chi vorrà nel suo team: ci potrebbe essere William Burns segretario di Stato, Michelle Flournoy alla Difesa, anche se preferirei restasse Carter».

Nodo hacker
Il vero problema, avverte Levgold, è quello degli attacchi hacker. Sino ad oggi, afferma, hanno riguardato il Comitato Nazionale Democratico, hanno portato alla diffusione di documenti sulle Olimpiadi. «Questo dà molto fastidio» all'amministrazione americana, ma se Mosca non si spinge oltre, «è una questione che gli Usa cercano e cercheranno di affrontare senza arrivare alla rottura. C'è però un'altra dimensione che è tutta un'altra storia, ovvero gli hacker che si intrufolano nel sistema elettorale, che si tratti di registrazioni al voto o risultati delle stesse elezioni. Abbiamo un sistema molto complesso ed è davvero difficile che la Russia o qualsiasi altro Paese possano immischiarsi con reali conseguenze sul voto», spiega.

Se la Russia si spinge oltre
E continua: «Per ora siamo al punto in cui le nostre agenzie di intelligence dicono che i russi hanno tentato di influenza il sistema elettorale e ci sono state dichiarazioni ufficiali sul Comitato Nazionale Democratico. Se si dovesse arrivare a una presa di posizione ufficiale su un tentativo di attaccare il sistema elettorale, allora sarebbe l'inferno, ci sarebbe un impatto pesantissimo sulle sanzioni. E le sanzioni che non vedremo varate sulla Siria, le vedremmo, a pioggia, per l'ingerenza nel sistema elettorale e credo che gli europei non si tirerebbero indietro in questo caso. Penso che la questione sia già stata sollevata da Obama direttamente con Putin al G20, che Kerry ne abbia parlato con Lavrov e che ne parli l'ambasciatore Teft a Mosca. Ci sono prove di una certa attività da parte di agenzie russe e c'è solo un Paese che ha le capacità e le ragioni per voler influire in questo senso ed è la Russia». Il pericolo di una vera rottura è davvero dietro l'angolo. «Spero non si andrà oltre quello che già è stato fatto».