12 dicembre 2019
Aggiornato 14:00

Libia, rapporto del Parlamento inglese inchioda Cameron: «Responsabile dell'ascesa dei jihadisti»

Non serviva un rapporto per rendersi conto degli errori commessi dalla comunità internazionale in Libia. Ma quello del Parlamento inglese se la prende soprattutto con David Cameron

L'ex primo ministro inglese David Cameron.
L'ex primo ministro inglese David Cameron. Shutterstock

LONDRA - La storia non si fa con i «se» e con i «ma», e tantomeno con i giudizi a posteriori. Ma il «senno di poi» può aiutare a fare un bilancio, e (o così ci si augurerebbe) a non commettere gli stessi errori. Su campagne belliche come l'Iraq o la Libia, il «senno di poi» è abbastanza unanime, al punto che addirittura i diretti interessati hanno dovuto ammettere le proprie responsabilità. Si pensi a Hillary Clinton e al suo voto a favore dell'intervento in Iraq, o a Barack Obama e al suo «mea culpa» sulla scelta di bombardare la Libia, scelta che ha definito il «mio peggior errore», ma sulla quale ha anche cercato di scaricare la responsabilità sui suoi colleghi europei. In particolar modo, su Nicolas Sarkozy e David Cameron, definiti dal Presidente Usa responsabili di quel «casino» (parole sue).

Il rapporto che inchioda Cameron
E ora tocca proprio all'ex premier britannico David Cameron, che nel 2011 lanciò insieme alla Francia la rocambolesca campagna anti-Gheddafi. E che è stato colto in fallo, cinque anni dopo, da un rapporto del Parlamento britannico che lo inchioda alle «assunzioni erronee» in base alle quali optò per la guerra. Altro errore fatale, il fatto di non aver pianificato attentamente il periodo successivo, quello, ben più difficile a livello strategico, che si sarebbe aperto dopo che le bombe.

Gli errori di Londra
Il rapporto è stato compilato dalla Commissione esteri del Parlamento britannico che ha analizzato il processo decisionale che portò all'intervento militare congiunto con la Francia, il quale, in base alla giustificazioni fornite allora dal governo, era mirato a proteggere i civili dal dittatore Muammar Gheddafi. «Il governo non verificò la reale minaccia ai civili posta dal regime di Gheddafi, prese alla lettera selettivamente alcuni elementi della retorica di Gheddafi e non riuscì a identificare nella ribellione l'elemento estremista islamico» si legge nel rapporto. «La strategia britannica si fondò su assunzioni erronee e una comprensione incompleta delle evidenze».

La minaccia jihadista
Cosa ancora più grave, Londra non si è resa conto che, impegnandosi a defenestrare Gheddafi, stava aiutando «gli estremisti islamici militanti tra i ribelli». Intuizione per la quale, secondo la Commissione non sarebbe neppure stato necessario il «senno di poi» di cui parlavamo prima. In pratica, il documento in questione accusa esplicitamente David Cameron di aver creato in Libia una nuova Somalia, per di più alle porte dell'Europa.

Altre strade
Quasi cinque anni dopo la deposizione e l'uccisione di Gheddafi, il caos continua a regnare in Libia dove il Paese è diviso tra due governi e si combatte per il controllo delle infrastrutture petrolifere. Secondo il presidente della commissione Crispin Blunt, Londra poteva scegliere altre strade che avrebbero condotto a un esito migliore: «un impegno politico avrebbe potuto proteggere i civili, favorire un cambio di regime e promuovere riforme a un costo minore per il Regno unito e la Libia». Londra «non avrebbe perso nulla tentando questo approccio invece di concentrarsi esclusivamente sul cambio di regime per via militare» ha scritto in una nota Blunt.

Cameron responsabile
Cameron viene insomma descritto come «responsabile in ultima istanza dell'incapacità di sviluppare una strategia coerente». L'ex premier si è rifiutato di testimoniare davanti alla commissione, a differenza dei suoi ex ministri della Difesa e degli Esteri, Liam Fox e William Hague e dell'ex premier Tony Blair.

(Con fonte Askanews)