20 gennaio 2020
Aggiornato 18:00
I poteri forti sono con lei. E anche gli Stati canaglia

Good morning Hillary, la candidata di Goldman Sachs e... dell'Arabia Saudita

La accusano di essere la candidata dei poteri forti. Hillary Clinton cerca di difendersi, ma una rapida scorsa dei suoi diretti e indiretti finanziatori non può non confermare il cliché

WASHINGTON - Come si giudica un candidato alla presidenza degli Stati Uniti d'America? Quali valutazioni dovrebbe compiere l'elettorato prima di recarsi alle urne? Il programma elettorale, verrebbe da dire: scontato. I valori di cui il candidato si fa rappresentante, nonché la sua appartenenza a questo o quel lato dello scacchiere politico: ovvio. Poi tanti fattori collaterali, che forse, facendo presa sulla «pancia» del popolo, contano ancora di più di tante razionali valutazioni: l'affidabilità, la simpatia, l'empatia, la fede religiosa, lo stile di vita, la famiglia, e così via. In parole povere, l'immagine del candidato, di norma pazientemente costruita da un sapientissimo staff di tecnici della comunicazione politica. Quanto a Donald Trump, il tycoon è riuscito a rompere clamorosamente tutti gli schemi e tutte le convenzioni del politicamente corretto, tanto da diventare il candidato in assoluto più odiato dall'establishment di ogni parte politica (anche la sua). Quanto a Hillary Clinton, la sua immagine (in apparenza più «presentabile») è stata già ampiamente intaccata dagli scandali legati alla sua corrispondenza e-mail. Ma neppure la soccorre la lista dei suoi finanziatori e supporters. 

Tra i suoi supporters, banche, hedge fund, Wall Street e...
Si consideri, ad esempio, il report della Federal Election Commission, secondo cui, a fine 2015, Hillary si era intascata la bellezza di 21,4 milioni di dollari da hedge fund, banche, compagnie di assicurazione e altre società di servizi finanziari. Se si considera l'insieme delle donazioni ricevute nel 2015 da soggetti collegati a Wall Street e ad altre società finanziarie, la cifra arriva a 44 milioni di dollari. Qualche mese fa, il Washington Post sottolineava come la Clinton, nonostante le sue piccate critiche ad aziende come Pfizer e Johnson Controls reduci da fusioni aziendali, non si fosse fatta troppi problemi nell'accettare 100mila dollari da Blair Effron, socio fondatore della Centerview Partners, una delle società di investimento che ha fatto da consulente nelle operazioni delle stesse Pfizer e Johnson Controls. Non il migliore biglietto da visita, insomma, per una candidata già frequentemente accusata di essere la rappresentante delle banche, delle élites e dei poteri forti.

... Goldman Sachs
Per non parlare, poi, dell’inchiesta del Washington Post che cita lauti pagamenti ricevuti dall’ex segretario di Stato in occasione di discorsi organizzati da banche e società finanziarie dal 2013 ad oggi. La cifra esatta sarebbe 3,7 miliardi di euro: di questi, 675mila dollari provengono da Goldman Sachs, e sono stati sborsati dopo tre orazioni. Del resto, Goldman Sachs ha lautamente rimpolpato le casse della Clinton Foundation.

L'influenza dei sauditi (a molti zeri)
Ma Hillary non vanta illustri supporters soltanto tra finanzieri e banchieri. Tra i suoi più fervidi sostenitori, infatti, si può citare nientemeno che l’Arabia Saudita. La notizia non è nuova, visto che già Donald Trump l’aveva accusata di ricevere denaro da cotanto alleato. Non direttamente, certo: la legge americana vieta ai cittadini stranieri di contribuire alle campagne elettorali americane, proprio per conservarne (almeno apparentemente) il più possibile l’indipendenza. Ciò non significa, però, che alle potenze straniere rimanga del tutto nterdetta la possibilità di influenzare nei fatti le elezioni americane: basta una donazione a una fondazione collegata al candidato. Una come la Clinton Foundation. I cui legami con Hillary sono degni del modo di dire «ça va sans dire».

Tra Hillary e Riad, la mano della Fondazione
A dimostrarlo, non c’è solo il fatto che la Fondazione sia stata fondata da Bill Clinton, che, con la figlia Chelsea, ancora vi lavora. E neppure il fatto che, dal 2013 al 2015, l’organizzazione si chiamava eloquentemente «Bill, Hillary & Chelsea Clinton Foundation», e la stessa Hillary sedeva nel consiglio di amministrazione. Perché, dalle stesse e-mail della candidata democratica, si evince che il suo staff era in contatto con il funzionario dell’organizzazione Doug Band, che, dai collaboratori della Clinton, cercava di ottenere svariati favori. Tra i quali, un canale diretto con il Dipartimento di Stato per Gilbert Chagoury, miliardario libanese-nigeriano che ha generosamente finanziato la Clinton Foundation, nonché la campagna di Bill.

Filantropi sospetti
Appurati dunque gli evidenti legami tra Hillary Clinton e la fondazione del marito, non sarà difficile interpretare la natura delle cospicue donazioni di provenienza saudita che hanno rimpinguato le casse dell’organizzazione. Secondo la lista dei donatori sul sito della Fondazione, la cifra in questione è compresa tra i 10 e i 25 milioni di dollari. La Fondazione ha però ricevuto lauti finanziamenti anche da Algeria, Kuwait, Oman e Qatar, mentre la Clinton era Segretario di Stato. Nella lista, compare anche lo sceicco saudita Mohammed Hussein al-Amoudi, al 63esimo posto nella classifica delle persone più ricche del mondo. Al-Amoudi vive tra l'Arabia Saudita e l'Etiopia, ed è il secondo più ricco cittadino saudita: non a caso, il titolo di sceicco gli è stato attribuito per la sua ricchezza e i successi, e ha ottenuto la sua fortuna grazie al grande portafoglio delle attività petrolifere, minerarie e agricole. Un ammirevole filantropo, se non fosse per una sospetta contiguità con ideologie radicali.

Ipocrisia
Questi pochi dati sono già sufficienti per ipotizzare una relazione privilegiata tra la candidata democratica e l’Arabia Saudita. Relazione che già sussisteva nel periodo in cui lei era Segretario di Stato, suggellata dalle commesse d’armi e da una politica estera americana sempre più amichevole con Riad. Per completare il quadro, può essere utile leggere il messaggio che la Clinton spedì nel 2009 ai suoi collaboratori – pubblicato tra i documenti di Wikileaks – e che riguarda i «meriti» di Riad: «L’Arabia Saudita resta una base decisiva di supporto finanziario per Al-Qaeda, i talebani, Lashkar-e-Taiba e altri gruppi terroristici, compreso Hamas». Non solo: «i donatori privati dell’Arabia Saudita costituiscono la più significative fonti di finanziamento per i gruppi del terrorismo sunnita nel mondo».

Relazioni privilegiate
Non si può dire che la Clinton non fosse consapevole, dunque, del curriculum del suo maggior alleato e supporter. Che, di recente, è stato pure inchiodato da un report ufficiale Usa che ha evidenziato collegamenti tra le autorità di Riad e i terroristi dell’11 settembre. Ma ciò non ha impedito alla candidata democratica di coltivare, per così dire, con dovizia le relazioni bilaterali con il controverso alleato, né tantomeno di riceverne i finanziamenti. Una linea che, qualora Hillary - anche grazie ai soldi sauditi - conquisterà lo scranno presidenziale, non sarà certo destinata a cambiare.