19 novembre 2019
Aggiornato 10:30
L'intervista all'esperta dello IAI

Terrorismo, l'Europa torna a tremare. Come possiamo difenderci?

Dopo la notizia dei fermi a Bari per terrorismo internazionale, l'Europa torna a tremare. Quanto siamo esposti al terrore islamico? E come possiamo difenderci?

ROMA - L'Europa torna a tremare per la minaccia terroristica, e anche il nostro Paese. A Bari ha avuto luogo un'importante operazione anti-terrorismo con un bilancio degno di nota: due afghani fermati e altre tre persone, tra cui altri due afghani e un pachistano ricercati per terrorismo internazionale e favoreggiamento all'immigrazione clandestina. La notizia è giunta a poche ore di distanza dalla notizia, diffusa da El Paìs, secondo cui l'Europol starebbe mandando agenti anti-terrorismo negli hotspot in Italia e in Grecia per prevenire possibili contaminazioni terroristiche nei flussi migratori. L'Europa è dunque sotto attacco? Come fare per difendersi? Ne abbiamo parlato con Silvia Colombo, Responsabile di ricerca per il Mediterraneo e il Medioriente dell'Istituto Affari Internazionali.

Dottoressa Colombo, dopo gli attacchi di Parigi e di Bruxelles, quanto l’Europa è esposta al rischio terroristico? Come possiamo difenderci?
L’allarme è alto, l’Europa è di certo molto esposta. Allo stesso tempo, rimane piuttosto imprevedibile – lo abbiamo visto – la capacità di queste nuove cellule terroristiche di attaccare. Si possono studiare i trend, si possono fare collegamenti tra ciò che accade in Paesi come Siria e Libia e il livello di violenza a cui potrebbe essere esposta l’Europa, ma bisogna tenere conto anche di dinamiche strettamente europee, locali e nazionali, che rendono il fenomeno terroristico islamico molto più complesso di quello che si può immaginare. Questo può anche rendere più difficoltosa la sua prevenzione e il suo monitoraggio.

In questo quadro, che ruolo giocano i foreign fighters?
Su questo tema si può intervenire più facilmente, perché il fenomeno è più monitorabile. Di certo i controlli alle frontiere sono utili, ma non bisogna dimenticare la questione dell’integrazione. Si deve fare molta attenzione anche alla presenza attuale di cittadini di origine straniera ma europei a tutti gli effetti sul nostro territorio che si sono radicalizzati e magari hanno preso parte a combattimenti in Siria o in altri Paesi mediorientali. Serve quindi molta cooperazione, dalla polizia alle prefetture fino alla rete di servizi presente sui diversi territori nazionali, fondamentali per mettere in luce situazioni di disagio e marginalità che possono favorire, appunto, fenomeni di radicalizzazione.

Gli attentati di Bruxelles hanno messo in luce la difficoltà di polizia e intelligence dei vari Paesi europei a cooperare efficacemente tra loro. L'Europa riuscirà a collaborare almeno sul fronte dell'anti-terrorismo?
Sì, su questo c’è ancora molto lavoro da fare. Le cancellerie nazionali funzionano ancora a compartimenti stagni, ma certamente il campanello di allarme si è sentito forte e chiaro. Certo è che alcuni primi passaggi sono stati compiuti, almeno a livello della disponibilità a riconoscere quanto sia importante mettere in cantiere forme di gestione della sicurezza in comune. La strada è ancora lunga, ma è fondamentale percorrerla per combattere queste minacce.