16 novembre 2019
Aggiornato 02:30
Espulso il numero tre del movimento

Spagna, l'evoluzione di Podemos: dal successo alle epurazioni

Dopo il successo elettorale, prime epurazioni in seno a Podemos: Pablo Iglesias ha espulso il numero tre, Sergio Pascual, responsabile dell'organizzazione del movimento di cui il leader intende assumere il controllo più stretto possibile

Il leader di Podemos Pablo Iglesias.
Il leader di Podemos Pablo Iglesias. Shutterstock

MADRID - Dopo il successo elettorale, prime epurazioni in seno a Podemos: Pablo Iglesias ha espulso il numero tre, Sergio Pascual, responsabile dell'organizzazione del movimento di cui il leader intende assumere il controllo più stretto possibile. Podemos deve infatti affrontare due minacce alla sua ascesa meteorica, sullo sfondo di una pur necessaria trasformazione da movimento antisistema - nato dalle ceneri degli «idignados» - a partito del sistema, in quanto inserito in una logica parlamentare di cui finora Iglesias ha scelto di non trarre le conseguenze.

Problemi
La prima è infatti di natura politica: la base non sembra aver accolto con favore il rifiuto di Iglesias a qualsiasi trattativa con il premier incaricato, il socialista Pedro Sanchez, pur nel quadro di un'alleanza con gli avversari ideologici e rivali per il voto di protesta, Ciudadanos. I sondaggi più recenti quindi danno un Podemos che lungi dal poter insidiare la posizione egemone nella sinistra del Psoe hanno subito un forte calo di consensi, in quanto visto come principale responsabile dello stallo politico in cui versa il Paese e che se non verrà sbloccato entro il 2 maggio prossimo porterà la Spagna di nuovo alle urne.

Le due anime
Di fatto, nel movimento convivono due anime politiche, quella più intransigente incarnata da Iglesias e quella più accomodante - per lo meno nei confronti dei socialisti - guidata dal numero due di Podemos, Iñigo Errejon, di cui Pascual era uno dei principali collaboratori: al momento dunque sembra avere la meglio la linea di Iglesias, nonostante il prevedibile e salato conto elettorale. La seconda minaccia è la tendenza centrifuga di un movimento che non è affatto monolitico ma che è formato da organizzazioni nate spesso a livello locale e che nel caso di Catalogna, Valencia e Galizia si articolano in veri e propri «movimenti consociati» e di fatto semiautonomi, un fattore di rischio tanto più quando la stessa linea politica all'interno di Podemos è tutt'altro che unanime. Compromìs, il ramo di Valencia, ha addirittura lasciato il gruppo parlamentare di Podemos per crearne uno proprio, mentre i catalani di En Comù Podem potrebbero andare per la loro strada se andasse in porto il progetto del sindaco di Barcellona, Ada Colau, di creare un proprio partito; e ciò nonostante l'impegno di Iglesias a difendere un referendum di autodeterminazione in Catalogna (nonostante il suo 'no' all'indipendenza) che rimane uno dei principali ostacoli ad un accordo con il Psoe. In Galizia poi dieci membri della direzione regionale si sono dimessi nello scorso febbraio, seguiti a marzo da altri dieci a Madrid.

Crisi
Una crisi - comune peraltro a molti movimenti che hanno avuto una genesi e un'evoluzione simile - che secondo gli analisti è in parte frutto di un necessaria trasformazione in partito, una realtà cioè in grado di ospitare varie correnti senza implodere ma allo stesso tempo di imporre una politica unitaria. Propio questa sembra essere al momento al principale difficoltà di Podemos, stretto fra l'incudine del «purismo» di Iglesias e il martello del possibilismo di una parte della sua dirigenza ma anche di una buona parte - forse della maggioranza - della sua base, che in una situazione di intensa volatilità politica potrebbe decidere di votare altrove.

(Con fonte Askanews)