8 marzo 2021
Aggiornato 07:00
Pechino: limitate strutture di difesa, in linea con leggi

Cina-Usa verso una guerra?

Si riscalda ulteriormente il clima in Mar cinese meridionale. L'area contesa tra le isole Spratly e Paracel torna a essere la miccia che accende i fuochi della polemica tra Washington e Pechino.

PECHINO - Si riscalda ulteriormente il clima in Mar cinese meridionale. L'area contesa tra le isole Spratly e Paracel torna a essere la miccia che accende i fuochi della polemica tra Washington e Pechino, mentre gli altri Paesi della regione osservano con crescente preoccupazione l'attivismo cinese: la Repubblica popolare - secondo quanto hanno riferito prima il network americano Fox e poi Taiwan - ha dislocato nella principale delle Paracel batterie di missili antiaerei.

Nè conferme nè smentite
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, dal canto suo, non ha né confermato né smentito la notizia, affermando che nell'area ci sono «limitate strutture di difesa» che sono pienamente in linea con le leggi internazionali e che non implicano una «militarizzazione» della regione. Intanto l'agenzia di stampa ufficiale Xinhua ha lanciato un attacco contro gli Usa, sostenendo che le sue attività navali militari FON («Freedom of Navigation») sono «provocazioni» con le quali viene messa a rischio la «fiducia reciproca».

L'importanza dell'area
L'area contesa è importantissima per tutte le parti in causa. Secondo gli analisti, ospita importanti riserve energetiche, ma soprattutto è fondamentale perché vi passa un terzo del petrolio mondiale e il suo controllo - compresa la possibilità di bloccare i traffici - dà un vantaggio strategico cruciale nella regione ed è in un certo senso vitale per Pechino. Non a caso la Repubblica popolare non sta badando a spese per consolidarvi la sua presenza, anche costruendo controverse isole artificiali con piste d'atterraggio per i suoi aerei.

Le mosse della Cina
La Fox, basandosi su immagini satellitari, ha riferito oggi che la Cina ha collocato sull'isola di Woody (Yonxing) due batterie da otto lanciamissili e un sistema radaristico. Si tratterebbe di razzi HQ-9, un sistema antiaereo dalla gittata di 200 km. E Taiwan - uno dei paesi che, assieme a Brunei, Vietnam, Malaysia e Filippine contende a Pechino l'area - ha confermato: «Il ministero della Difesa ha appresa di un sistema di difesa aerea missilistica dispiegato dai comunisti cinesi sull'isola Yongxing».

Le dichiarazioni di Obama
La notizia è uscita in concomitanza con una serie di dichiarazioni del presidente Usa Barack Obama, che ha ospitato in California i leader dell'Associazione dei Paesi dell'Asia sudorientale (Asean), nelle quali l'inquilino della Casa bianca ha auspicato «misure tangibili» per mettere sotto controllo le tensioni nel Mar cinese meridionale. Tuttavia ha chiarito che gli Usa «continueranno a volare, a navigare e ad operare ovunque il diritto internazionale lo permetta», ribadendo insomma la nozione di difesa della "libertà di navigazione" in base alla quale gli Usa giustificano l'invio di mezzi militari nell'area contesa.

Tensioni
Tra Obama e il governo del presidente Xi Jinping ci sono insomma punti di vista difficilmente conciliabili tra loro, che vengono richiamate anche nel duro editoriale pubblicato oggi dall'agenzia di stampa ufficiale Xinhua. «Nonostante la rivendicazione della 'libertà di navigazione', il vero obiettivo di Washington è quello di poter far operare senza ostacoli le sue navi da guerra» in tutto il mondo, afferma la Nuova Cina. «Le azioni di prevaricazione come questa non solo mineranno la fiducia strategica tra Pechino e Washington e faranno infuriare il popolo cinese, ma non sono neanche buoni per gli interessi nazionali Usa».

Verso una militarizzazione?
Il rischio, a questo punto, è che alle parole stiano seguendo i fatti e che si stia producendo una militarizzazione della contesa. In questo senso, non tranquillizzano le precisazioni del ministro degli Esteri cinese Wang Yi in una conferenza stampa a Pechino, dove ha incontrato la sua omologa australiana Julie Bishop (accolta, a sua volta, da un preventivo invito del portavoce del ministro degli Esteri Hong Lei a non immischiarsi nelle questioni del Mar cinese meridionale). Wang ha rivendicato il dispiegamento di «limitate strutture di difesa» sulle isole Nansha (cioè le Spratly), sostenendo che non rappresentano una «militarizzazione» della regione e che sono «in linea con la legge internazionale, la quale garantisce a ogni stato sovrano ogni stato sovrano ha il diritto all'auto-protezione e all'autodifesa». Come a dire: il Mar cinese meridionale è nostro, quindi possiamo metterci le strutture di difesa che vogliamo.

Il ruolo degli altri Paesi
Al di là delle schermaglie Pechino-Washington, bisognerà anche vedere quanto gli altri Paesi coinvolti nella contesa sono disposti a tollerare. Nel vertice Asean di Sunnylands, Obama e i 10 leader Asean hanno auspicato in un comunicato congiunto una «soluzione pacifica». Tuttavia le inquietudini di queste nazioni sono forti. Le Filippine, alleate strategiche degli Usa, hanno chiesto un arbitrato Onu (che Pechino però non riconosce) e potrebbero condurre operazioni congiunte di pattugliamento FON con gli americani. Non è, poi, un caso che oggi le autorità del Vietnam non abbiano impedito una manifestazione ad Hanoi dai toni fortemente anti-cinesi in memoria della breve ma sanguinosa guerra iniziata il 17 febbraio 1979, quando le forze di Pechino invasero il paese del Sudest asiatico da poco reduce dalla guerra con l'America.

(Con fonte Askanews)