6 dicembre 2019
Aggiornato 21:30

«Io voglio andare in Centrafrica, se non ci riuscite, datemi un paracadute!»

La battuta che ha rivolto al pilota del volo Alitalia nei giorni scorsi spiega bene la determinazione di Papa Francesco ad andare fino in fondo al suo primo viaggio africano. E la sfida che ha vinto. Jorge Mario Bergoglio si è recato in uno dei luoghi più violenti del pianeta.

CITTÀ DEL VATICANO - «Io voglio andare in Centrafrica, se non ci riuscite, datemi un paracadute!». La battuta che ha rivolto al pilota del volo Alitalia nei giorni scorsi spiega bene la determinazione di Papa Francesco ad andare fino in fondo al suo primo viaggio africano. E la sfida che ha vinto. Jorge Mario Bergoglio si è recato in uno dei luoghi più violenti del pianeta. Tanti i timori per la sua incolumità nell'ex colonia francese guidata da un governo di transizione marcato dagli strascichi di anni di stragi ed eccidi tra popolazione «musulmana» e «cristiana». Molti suggerivano al Papa, non da ultimi i militari francesi, di cancellare l'ultima tappa del viaggio, la Repubblica centrafricana, dopo Kenya e Uganda. Ma il Papa che ha scelto il nome di San Francesco voleva proseguire a tutti i costi, per dare ad un mondo scosso dagli attentati di Parigi, da quelli di Beirut, dai venti di guerra tra Russia e Turchia, dalla crisi ucraina, dalla polveriera siriana, dalle ondate di migrazioni e dall'urgenza ecologica, la testimonianza che in questo mondo è possibile il dialogo, la riconciliazione, la pace.

Se in Vaticano prosegue un processo sulla fuga di documenti vaticani riservati, vatileaks, che fa balenare tensioni e scontri di potere molto italiani, il Papa, in un ribaltamento di prospettiva, toglie centralità a Roma e alla Curia romana e sceglie l'Africa per due appuntamenti mondiali. Pochi giorni fa, alla sede di Nairobi dell'agenzia Onu per l'ambiente (Unep), Bergoglio, il Papa dell'enciclica ecologico Laudato si', aveva pronunciato un forte discorso in vista del vertice di Parigi sul clima (Cop21) dicendo che sarebbe «disastroso» se prevalessero gli interessi privati. Ieri il Papa ha anticipato l'avvio del giubileo della misericordia, fissato a San Pietro per il prossimo otto dicembre, aprendo la «porta santa» della cattedrale di Bangui, capitale centrafricana nonché «capitale spirituale del mondo», come ha detto egli stesso.

Oggi, infine, il Papa ha visitato la moschea di Bangui, dove ha fatto un appello di pace: «Tra cristiani e musulmani siamo fratelli. Dobbiamo dunque considerarci come tali, comportarci come tali», ha detto. «Sappiamo bene che gli ultimi avvenimenti e le violenze che hanno scosso il vostro Paese non erano fondati su motivi propriamente religiosi. Chi dice di credere in Dio dev'essere anche un uomo o una donna di pace». Parole a parte, «in certe circostanze - scrive l'Osservatore romano in una cronaca di Maurizio Fontana - i gesti hanno un valore doppio e Francesco è arrivato alla moschea a bordo della papamobile scoperta. Lungo il tragitto ha così potuto vedere i segni della guerra civile, le case distrutte dai ribelli delle varie fazioni. Ha attraversato l'immenso mercato ormai praticamente chiuso da ottobre. Solo qualche banco vende poche cose ma esclusivamente agli interni. Ormai da fuori non viene più nessuno: è troppo pericoloso». Oggi, «la gente è tutta per strada. La comunità musulmana ha vissuto con intensità l'arrivo del Pontefice. Lo spiegamento di forze è imponente, le forze dell'Onu sono ovunque, a ogni incrocio, anche con carri blindati e mitragliatori. Il paziente lavoro per la pace intessuto dai leader religiosi, va avanti da tre anni con esiti altalenanti. La popolazione è vittima, più o meno consapevole, di chi ha fatto passare per conflitto interreligioso quello che in realtà è nato e sostenuto da interessi legati alle tante risorse del Paese: petrolio, diamanti, oro e l'altra grande ricchezza costituita dal legno. In realtà nel Paese le religioni hanno vissuto sempre una al fianco dell'altra senza problemi». E al suo arrivo in moschea, «Francesco è stato accolto da cinque imam. Dopo uno scambio di doni si è tolto le scarpe ed è passato tra i fedeli musulmani, raccogliendosi per un paio di minuti in preghiera». All'uscita, «il Papa ha voluto aggiungere una tappa non prevista dal programma, fermandosi nella scuola di Koudoukou dove sono ospitati molti sfollati del quartiere». E prima della messa nello stadio Barthélemy Boganda, ultima celebrazione pubblica del viaggio africano iniziato mercoledì scorso, «con un gesto significativo il Pontefice ha compiuto un giro in papamobile nel campo sportivo dell'istituto con accanto l'imam della moschea: un'ulteriore testimonianza di prossimità, di attenzione, di unità».