19 settembre 2019
Aggiornato 01:30
Dopo il primo dibattito dem

Hillary Clinton è davvero diventata così «di sinistra»?

La vincitrice del primo dibattito tra i democratici è lei, Hillary Clinton. Ma la strategia che sta usando per svettare è degna di nota: impaurita dal successo del «socialista» Sanders e intenzionata a far dimenticare gli scandali, l'ex first lady svolta nettamente a sinistra. Una svolta autentica?

WASHINGTON – E’ stato un dibattito decisamente più «moderato» e meno «scintillante» rispetto allo stile a cui i repubblicani ci hanno abituati, ma per certi versi altrettanto degno di nota. Il primo confronto tra i candidati democratici, tenutosi a Las Vegas, si è infine chiuso con la «vittoria» di Hillary Clinton, unanimamente riconosciuta dalla stampa nazionale e internazionale. Secondo il New York Times, la sua performance è stata tanto maestosa che nemmeno i punti di maggior vulnerabilità – come lo scandalo riguardante il server privato di e-mail utilizzato da Segretario di Stato – le sono stati fatali come qualcuno ventilava. Forse, però, non è nemmeno questa la notizia principale. La vera notizia è che, grazie alla minacciosa presenza del candidato autodefinitosi «socialista» Bernie Sanders, la Clinton ha spiccato come «campionessa della sinistra», segnando una rapida ed evidente sferzata nella sua campagna elettorale.

Bernie Sanders, il Jeremy Corbyn d'America
Del resto, Sanders è uno che sa il fatto suo. Il senatore per lo Stato del Vermont ha visto infatti un’impennata nei sondaggi da far impallidire la sua principale rivale, e ha smosso l’entusiasmo dei suoi tanti sostenitori con le sue convinzioni – decisamente sfacciate per la cultura americana –, per così dire, «anti-capitalistiche». Sanders è un po’ (ci si passi il paragone forse azzardato) il Jeremy Corbyn d’America: il candidato che ai compagni di partito proprio non va giù, per le sue posizioni troppo nette e la tentazione di collocarsi un poco al di fuori del «sistema». Con un rivale così, la vittoria non è facile, e la sconfitta, se arriva, è schiacciante. Ben consapevole di ciò, Hillary Clinton è passata al contrattacco, e nel giro di qualche settimana, dalla candidata «istituzionale» che era, è diventata la paladina della sinistra americana: ha fatto dietrofront su TPP e TTIP – due dei maggiori «successi» dell’amministrazione Obama, che però raccolgono la preoccupazione degli ambienti più a sinistra –; ha dichiarato di voler far passare leggi che tengano sotto controllo Wall Street, ha annunciato la ferma intenzione di mettere la parola «fine» alle tragedie causate dalla straordinaria diffusione di armi negli States; ha addirittura espresso la sua opposizione all’oleodotto Keystone XL, mentre nel 2010 aveva detto di poter essere favorevole alla sua approvazione.

Cos'è di sinistra, e cosa no
E se sulla questione «armi» la Clinton ha addirittura «superato» il socialista Sanders, sostenitore di un approccio più «moderato» sulla questione tanto che votò, nel 1993, contro la legge sulle armi da fuoco, sulle altre posizioni dell’ex first lady ed ex Segretario di Stato è lecito nutrire qualche dubbio di autenticità. Innanzitutto, come ha rilevato Sanders, la «svolta» della Clinton su tali questioni è apparsa particolarmente tardiva, al punto da far sospettare che sia stata condizionata proprio dalla crescente popolarità del rivale. Inoltre, lo stesso dibattito ha di fatto messo in luce alcune contraddizioni sostanziali rispetto alla nuova virata a sinistra: in primis quando si è parlato di capitalismo. L’ex Segretario di Stato, infatti, ha sostanzialmente irriso l’ammirazione di Sanders per il sistema sanitario danese, nonché la sua abitudine a definirsi «socialista». «Mi piace la Danimarca», ha risposto la Clinton, «ma non siamo la Danimarca. Siamo gli Stati Uniti d’America. Faremmo un grave errore nel voltare le spalle a ciò che ha costruito la più grande classe media nella storia del mondo».  Del resto, la filosofia della Clinton rimane intrisa di realpolitik. Durante il dibattito ha fatto presente che il suo essere progressista non esclude la capacità di portare a termine gli obiettivi: «So come trovare un terreno comune, ma so anche come rimanere nel mio», ha dichiarato. Insomma: la Clinton ha voluto far sapere di essere perfettamente in grado di scendere a patti con i repubblicani, pur essendo di «sinistra». Non solo: Hillary rimane la stessa che, nel 2003, votò a favore dell’intervento in Iraq: una mossa che il «socialista» Sanders non ha potuto che rimproverarle con vigore. Lo stesso dicasi per il sostegno della candidata alla creazione di una no-fly zone in Siria, che per il rivale sarebbe un passo decisivo verso l’ingresso degli Stati Uniti nella guerra civile. Ancora, Sanders ha intimato ai grandi «comitati d’azione politica» (i cosiddetti «super pac») di non raccogliere fondi a suo favore, denunciando l’influenza politica del denaro delle grandi aziende. La Clinton, invece, è sostenuta da vari super pac: una mossa decisamente poco «di sinistra», soprattutto per una candidata che si dichiara a favore di un maggiore controllo su Wall Street, ma che rimane apparentemente vicina agli interessi di quel mondo.

I fallimenti e i riscatti delle sinistre occidentali
Insomma: sull’autenticità della svolta a sinistra di Hillary Clinton è lecito avanzare qualche dubbio. Al di là di ciò, tuttavia, rimane un dato: in tempi in cui la sinistra, quando va al potere, è solita perdere la propria identità e smarrire il mandato dei propri elettori più genuini (si pensi a Hollande, a Blair, a Renzi e allo stesso Obama), si assiste alla «riscossa» di candidati più ideologici, più vicini alla vecchia concezione del socialismo, più «pericolosamente» anti-sistema. Sanders, in questa campagna, riveste tale ruolo. E la Clinton deve aver capito che, per non rischiare di perdere il proprio vantaggio, è il caso di tenere d’occhio la tendenza. E, se necessario, di accodarsi.