23 ottobre 2020
Aggiornato 01:30
Tutti a Copenaghen alla ricerca di una strategia globale

Al via il summit contro i cambiamenti climatici

Il Premier danese Rasmussen: «l'intera umanità ci guarda e spera». Ma sul vertice incombe l'incognita del «climategate»

COPENAGHEN - Si è aperta a Copenaghen la conferenza sotto egida Onu sul cambiamento climatico: da oggi e per 12 giorni i rappresentanti di 192 paesi si riuniscono alla ricerca di una strategia globale per fermare il riscaldamento del pianeta. Alla kermesse che si tiene al Bella Center della capitale danese è atteso oltre un centinaio di capi di Stato, un evento senza precedenti da tempi del Summit della Terra di Rio de Janeiro nel 1992.

La 15esima Conferenza dei partecipanti alla Convenzione Onu sul cambiamento climatico ha l'obiettivo dichiarato di dare un seguito al Protocollo di Kyoto, il primo trattato giuridicamente vincolante sul clima in scadenza a fine 2012. L'obiettivo largamente condiviso del summit è limitare la crescita della temperatura del mondo a due gradi centigradi, attraverso una drastica riduzione della emissioni di gas a effetto serra. Ma la ripartizione degli sforzi da compiere è tutt'altro che decisa.

RASMUSSEN - La conferenza di Copenaghen sul clima è «depositaria delle speranze dell'umanità», perchè il «cambiamento climatico non conosce frontiere, non discrimina, riguarda tutti», ha detto il premier danese Lars Loekke Rasmussen accogliendo 1.200 delegati da tutto il pianeta e aprendo i lavori del summit. «Sono dolorosamente cosciente del fatto che voi avete diverse prospettive sul quadro generale sul contenuto dell'accordo» sul cambiamento climatico che la conferenza persegue, ha sottolineato Rasmussen, confermando la partecipazione di 110 capi di stato e di governo da oggi alla fine del summit, prevista per il 18 dicembre. Il premier danese si è appellato alla necessità di raggiungere un accordo «giusto, equo, accettabile per tutti», ma allo stesso tempo «efficace ed operativo».

CLIMATEGATE - Intanto, dopo lunghi indugi e un ultimo cambio di programma la scorsa settimana, il presidente Usa Barack Obama sarà a Copenaghen il 18 dicembre (e non il 9, come da agenda sino alla settimana scorsa), mettendosi nella scomoda posizione di «potenziale leader» dei tagli agli emissioni. Ma al summit contro il surriscaldamento Obama arriverà debole sul fronte interno e con il dossier dei cambiamenti climatici insidiato dal «Climategate», una fuga di notizie che discredita il centro climatico inglese e le ricerche sulle cause umane del surriscaldamento. Proprio su questo 'incidente' rischia di incagliarsi il dibattito al Senato americano, che sta discutendo un progetto di legge per la riduzione delle emissioni a effetto serra e, chiaramente, indugia. Un atteggiamento che riporta alla mente l'esperienza del Protocollo di Kyoto, stilata con il contributo Usa e poi bocciata dal Senato.

Se gli scettici hanno segnato con il Climategate un importante punto alla vigilia dei lavori di Copenaghen, la posizione da cui parte il summit è che per restare sotto quota due gradi le emissioni globali di gas serra, dovute in larghissima parte alle combustione di carburanti fossili, vanno senz'altro dimezzate entro il 2050.

I CONTI NON TORNANO - Gli impegni annunciati fino ad oggi dai paesi industrializzati per il 2020 implicano un calo tra il 12 e il 16% delle loro emissioni rispetto ai livelli del 1990, ben lontano dalla forchetta 25-40% individuata dagli esperti come buona base di partenza per raggiungere gli obiettivi al 2050. Le ultime settimane hanno portato buone notizie, con l'impegno preciso, anche se modesto, degli Usa, che sono tornati alla lotta al cambiamento climatico dopo otto anni di inattività sotto l'amministrazione Bush, e della Cina, a cui si è aggiunta l'India.

Ma, mentre le emissioni di Co2 non sono mai state così elevate (nel 2008 hanno toccato il nuovo record), il negoziato si presenta difficile, aspro. La Cina e l'India esprimono la loro frustrazione e additano le «responsabilità storiche» dei paesi industrializzati nel riscaldamento globale. I paesi poveri, i più esposti ai danni di un cambiamento di cui non sono responsabili, chiedono a gran voce aiuti per l'adattamento. Al di là dell'aritmetica dell'inquinamento globale, la scommessa è quella di varare, attraverso il trasferimento di tecnologie e di fondi, un nuovo modello di sviluppo per i paesi del Sud del mondo, meno assetato di combustibili fossili di quanto sia stato quello dei paesi industrializzati negli ultimi decenni.