24 giugno 2019
Aggiornato 17:00
Manovra finanziaria

Il governo punta su un maxi piano di dismissioni del patrimonio pubblico per ridurre il debito al 126%

Il governo scommette sulle privatizzazioni per assicurare a Bruxelles la volontà di mantenere il rapporto debito/Pil su una traiettoria discendente

Il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio
Il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio ( ANSA )

ROMA - Un maxi piano di dismissioni del patrimonio pubblico per assicurare la discesa del rapporto debito/Pil. Il governo scommette sulle privatizzazioni per assicurare a Bruxelles la volontà di mantenere il rapporto debito/Pil su una traiettoria discendente. Una scommessa dai numeri decisamente rilevanti. L'aggiornamento del Dpb prevede una accelerazione del programma di privatizzazioni. Gli obiettivi di governo indicano cessioni pari all'1% del Pil per il 2019 e poi lo 0,3% l'anno nel successivo biennio. In cifre, si tratta di un valore che sfiora i 30 miliardi di euro, di cui 18 miliardi nei prossimi 12 mesi. Nella Nadef era previsto lo 0,3% l'anno tra il 2019 e il 2021.

L'1 % del Pil
Nella lettera inviata alla Commissione europea l'esecutivo italiano fissa dunque all'1% del Pil gli incassi dalle dismissioni del patrimonio pubblico per il 2019, e il vice premier Di Maio al termine del consiglio dei ministri ha voluto subito precisare che non «venderemo i gioielli di famiglia». «Nel programma di dismissioni non ci sono i gioielli di famiglia, stiamo parlando di immobili, di beni secondari dello Stato e sicuramente avrà un effetto positivo sul debito» ha detto il vice premier. Obiettivo ambizioso, dicevamo. Nella nota di aggiornamento del Def gli incassi dalle dismissioni erano indicati allo 0,3% del Pil l'anno, comprendendo anche la possibile revisione del sistema delle concessioni. Nel biennio 2019-2020 quindi circa 10 miliardi di euro.

In un anno ciò che gli altri volevamo fare in tre
Il nuovo impegno dell'esecutivo Conte, Di Maio, Salvini alza l'asticella all'1% del Pil per l'anno prossimo. In appena un anno realizzerà l'obiettivo precedentemente previsto in un triennio. A titolo di confronto, in media nell'ultimo decennio gli importi da dismissione sono stati pari a 1,2 miliardi all'anno e sotto il miliardo tanto nel 2015 quanto nel 2016. Ogni nuovo governo in tempi recenti ha annunciato consistenti piani di cessioni da 0,5 fino a 0,7 punti di Pil all'anno ma i risultati a consuntivo sono sempre stati modesti rispetto ai propositi. Il precedente governo guidato da Paolo Gentiloni indicò lo 0,5% del Pil per il 2017, arrivando poi a stento allo 0,1%. Nella stima di 600 milioni di euro di incassi per l'anno in corso e la previsione di 640 milioni nel 2019 e 600 milioni nel 2020.

Fabbricati e partecipazioni
Il patrimonio pubblico censito due anni fa dal Mef conta circa un milione di fabbricati pubblici per un valore di 283 miliardi ma il 77% non è disponibile per la vendita in tempi rapidi in quanto utilizzato dalle amministrazioni centrali e periferiche. Oltre al patrimonio immobiliare lo Stato e gli enti locali possono contare ancora su un rilevante portafoglio di partecipazioni. Quelle detenute direttamente e indirettamente dal Mef si possono stimare in circa 80 miliardi di euro, mentre quelle che fanno capo agli enti locali sono valutate intorno ai 14 miliardi nei conti finanziari.

Discesa del debito ancora più marcata
Negli ultimi anni la Corte dei conti ha evidenziato tuttavia che il contributo delle dimissioni alla riduzione del debito pubblico è certamente necessario ma «difficilmente potrà risultare determinante nel breve-medio periodo». Ma il governo è certo che i maggiori ricavi considerati per il 2019 costituiscano un «margine prudenziale» che mette in sicurezza gli obiettivi approvati dal Parlamento, anche qualora non si realizzasse appieno la crescita del Pil ipotizzata. Tenendo conto di questi introiti e del loro impatto anche in termini di minori emissioni di debito sul mercato e quindi minori interessi, la discesa del rapporto debito/Pil sarebbe ancora più marcata, e pari a 0,3 punti quest'anno, 1,7 punti nel 2019, 1,9 nel 2020 e 1,4 nel 2021. Il rapporto scenderebbe dal 131,2 per cento del 2017 al 126 nel 2021.