19 dicembre 2018
Aggiornato 11:05

S&P detta la linea al nuovo Governo: avanti con le riforme o bocciatura

Nel suo rapporto, S&P ha descritto le condizioni in base alle quali potrebbe promuovere o bocciare il nostro Paese

Mario Draghi e Pier Carlo Padoan
Mario Draghi e Pier Carlo Padoan (ANSA)

NEW YORK - In un colpo solo, S&P ha lasciato invariati i rating su Italia, Germania e Regno Unito, rispettivamente pari a BBB, AAA e AA. L'outlook è rimasto «stabile» sia per il nostro Paese sia per la nazione tedesca (per cui è prevista una crescita «al di sopra del potenziale») mentre è stato confermato a «negativo» quello per la nazione d'Oltremanica alle prese con una «incertezza persistente» sulla Brexit.

I commenti dell'agenzia di rating per il nostro Paese non fanno altro che ribadire i concetti espressi dal Fondo monetario internazionale nel corso dei suoi Spring Meetings di metà aprile: c'è «incertezza politica» dopo le elezioni del 4 marzo scorso, cosa che «potrebbe pesare sulla performance economica e sulle condizioni finanziarie» della nazione. Senza fornire una ricetta precisa come quella offerta dall'Fmi, S&P dà ragione al ministro dell'Economia uscente Pier Carlo Padoan e al governatore di Banca d'Italia Ignazio Visco, che partecipando al lavori dell'Fmi a Washington avevano fatto capire al prossimo governo la necessità di proseguire sulla strada delle riforme.

S&P non si aspetta che il prossimo governo «metterà in dubbio l'adesione dell'Italia all'Eurozona, anche se esso includerà un partito non tradizionale». Tuttavia, crede che «l'adozione di misure che ribalterebbero le riforme economiche strutturali adottate, come quelle del mercato del lavoro e delle pensioni, o che cambierebbero rotta al consolidamento fiscale potrebbero mettere a repentaglio la fiducia dei consumatori e delle aziende».

L'agenzia crede che «le riforme degli ultimi due anni volte a provare a risolvere le difficoltà del settore finanziario dovrebbero sostenere il miglioramento economico in corso». Grazie a una «domanda interna» che tiene a fronte di un «continuo miglioramento del mercato del lavoro e di una accelerazione degli investimenti» e grazie a una domanda dall'estero alimentata dalla forte performance dell'Eurozona, dal commercio globale e dalla politica monetaria della Banca centrale europea, S&P ha migliorato le previsioni di crescita dell'Italia per il 2018: il Pil è visto in aumento dell'1,5% (come calcolato dall'Fmi e in linea alle stime di Roma), lo 0,2% oltre le previsioni precedenti. Dal 2018 al 2020 è prevista una decelerazione, anche per via di un cambio di rotta atteso dalla Bce, del venire meno di passati tagli alle tasse e di un aumento dell'inflazione che nel tempo limiterà la crescita delle spese private.

Nel suo rapporto, S&P ha descritto le condizioni in base alle quali potrebbe promuovere o bocciare il nostro Paese. Un upgrade ci potrebbe essere se il nuovo governo - con cui gli Usa sono «impazienti di lavorare», come detto in settimana ad AskaNews da un portavoce del dipartimento di Stato - adotterà riforme strutturali «che migliorano le prospettive della crescita economica» o se ridurrà il debito pubblico. Anche progressi ulteriori nel rafforzare il settore finanziario (riducendo i non performing loan) o l'introduzione di una garanzia Ue sui depositi potrebbe portare S&P a promuovere l'Italia. Una bocciatura invece ci sarà se l'economia rallenta «riportando la sua performance di nuovo ben al di sotto dei livelli di altri Paesi con un rating simile». Anche un cambio di rotta sul piano delle riforme, dei conti pubblici e del consolidamento fiscale potrebbero portare a un downgrade.

S&P resta convinta che l'eredità dei crediti deteriorati, «molti dei quali sono legati ai prestiti alle aziende, continuerà a pesare sulla crescita dei prestiti da parte delle banche e sulla redditività» di queste ultime. Una consolazione: quel peso sarà inferiore rispetto a prima del 2017 perché «con meno Npl, le condizioni per contrarre debito dovrebbero rafforzarsi e sostenere l'attività economica». Senza le riforme per eliminare gli impedimenti strutturali tipici della burocrazia italiana, però, «il potenziale di crescita italiano resterà frenato».