17 giugno 2019
Aggiornato 08:30
Finanza e politica

Da Carige a Creval, così il sistema bancario colabrodo fa il gioco della grande finanza (e della Germania)

Carige e Creval sono solo gli ultimi due esempi della perpetua crisi del settore bancario italiano. Che, lentamente, viene assorbito dai grandi gruppi globali. Il risparmio legato al territorio sta per finire?

Una filiale del gruppo Banca Carige a Genova
Una filiale del gruppo Banca Carige a Genova ( ANSA )

ROMA - Il sistema bancario italiano, inondato con i denari della Bce, non riesce ad uscire dalla palude della sottocapitalizzazione in cui ristagna da anni. Quando si analizzano i casi di Creval e Carige non ci si può esimere dal considerare la bontà del Quantitative Easing che la Bce di Mario Draghi attua da quasi sei anni: ovvero lo strumento di finanziamento perpetuo, e illimitato, messo in piedi per sostenere i debiti pubblici – soprattutto quelli dei paesi mediterranei, Italia in primis – ma che si è trasformato in un flusso di risorse perpetuo per banche e finanza, praticamente a costo zero. In altre occasioni abbiamo già spiegato che la forza del Qe risulta vanificata dalla «trappola della liquidità» per cui il settore finanziario agisce sul reale flusso di euro che dovrebbe essere dalla Bce alla società: ora si scopre che questo mare di denaro, creato dal nulla, non riesce a mettere in sicurezza il settore bancario italiano. Di questo inquietante modello, che per altro rafforza le critiche tedesche e indeboliscono lo stesso Draghi, sono da esempio due banche minori: Carige di Genova e Creval, finanza lombarda.

Carige
La Carige (Cassa di risparmio di Genova) è al suo terzo aumento di capitale in quattro anni: un non invidiabile record. A Genova ora si dice che tutti i problemi sono stati risolti, che i piccoli azionisti apriranno il portafoglio e anche i grandi – si fa per dire – faranno la loro parte: in primis Intesa Sanpaolo e Unipol raccoglieranno il cosiddetto «inoptato» sull’aumento del capitale da 560 milioni. Il primo azionista Vittorio Malacalza che si è detto pronto a voler arrivare al 28% del controllo della banca (ora è al 17%) ma di non voler sostituirsi alle banche garanti, gli «advisor» (Deutsche Bank, Credit Suisse e Barclays). E' evidente la pressione del governo alla banche "amiche", chiamate ad aprire, poco, il portafoglio per non fare una figuraccia a pochi mesi dalle elezioni. Carige ha avuto un tracollo del 65% del valore in questo 2017. E questo dopo due aumenti di capitale da 800 e 850 milioni fra il 2014 e il 2015, mentre l’ex presidente dell’istituto Giovanni Berneschi veniva condannato a 8 anni e 2 mesi per truffa alla «sua» banca. Una nota della banca spiega che il cda di Carige, riunitosi il 15 novembre, ha deliberato per l'aumento di «emettere massimo 49,81 milioni di nuove azioni ordinarie, prive di indicazione del valore nominale, aventi godimento regolare, da offrire in opzione»; e, per gli azionisti ordinari e di risparmio della banca, «di stabilire il rapporto di opzione in numero 60 nuove azioni per ogni azione ordinaria e/o di risparmio posseduta; di stabilire il prezzo di emissione in 0,01 euro per ogni nuova azione ordinaria». Il controvalore massimo dell'aumento di capitale in opzione sarà, quindi, «pari a 498.108.705 euro». 

Credito Valtellinese
Ancora più complessa la situazione del Credito Valtellinese: nel 2017 il valore delle azioni è passato dai 5,27 euro a inizio anno agli attuali 1,14. Questo perché i conti registrano un perdita di oltre 400 milioni da gennaio ad oggi. Non mancano i crediti deteriorati, dai quali la banca si aspetta una perdita massima di 770 milioni. Serve un aumento di capitale pari a 700 milioni, ovvero 3,5 volte la sua capitalizzazione. Il titolo ha perso in due settimane il 70% del suo valore, perché il mercato si aspettava un aumento pari a 500 milioni di euro e, con ogni evidenza, ha giudicato l’operazione di salvataggio non realizzabile.

Banche italiane sul viale del tramonto
Il sistema finanziario italiano, e in particolare quello bancario legato al territorio, ci pone quindi di  fronte a diversi piani d’analisi. Le banche del territorio sono sotto attacco? Al di là dell’insipienza e della mancanza di coraggio di chi le amministra? Al di là della pervasività della politica, che da anni distrugge il mondo bancario sul modello del Monte Paschi Siena, ci si domanda il perché il questo accanimento. A voler essere dietrologici si può intravedere un disegno della «grande finanza» – e per tale non si intende certamente quella italiana – che vuole assorbire tutto il credito locale. D'altronde è un processo globale, che contamina ogni settore economico e culturale: il totalitarismo economico marcia ad ampie falcate da decenni. Se questo è il disegno, esso non potrà che essere progressivo: il credito locale quindi è solo un piccolo boccone, seguiranno le grandi banche di sistema italiane. Che, per altro, hanno già delle compagini azionarie slegate dal risparmio italiano.

Politica assente, o silente, o dannosa
Il ruolo della politica in tutto questo? E il ruolo della Consob? Se si pensa alla figura di Pierferdinando Casini a capo della Commissione parlamentare che dovrebbe occuparsi di scandali bancari non si può che inarcare il sopracciglio. La politica italiana appare passiva, se non accomodante verso questo processo. D’altronde le principali forze politiche ben vedono lo smantellamento del sistema bancario legato al territorio: esclusi la Lega di Salvini, Fratelli d'Italia della Meloni, e qualche frangia del M5s, gli altri tacciono, o al massimo esprimo commenti retorici. Anche perché il governo di coalizione in essere, che con ogni probabilità si ripeterà nella prossima legislatura, ha già dato ampia prova di insofferenza rispetto il settore bancario più piccolo. Prova che la visione ideologica del globalismo finanziario è vista come ineluttabile nel caso migliore, e doverosa in quello peggiore. La nazionalizzazione di Monte Paschi, temporanea, si deve considerare come il salvataggio di un simbolo italiano, e della sinistra in particolare, che non si ripeterà.

Terzo ed ultimo punto: l'Italia affossa Draghi?
Le continue crisi del sistema bancario italiano quanto indeboliscono il Qe? Molto, senza alcuni dubbio. Premesso che non è la panacea dei normali cittadini, e men che meno il denaro a bun prezzo per i piccoli imprenditori, il Qe ha mitigato l’impatto della speculazione globale sui debiti pubblici di più nazioni. Ovviamente ha ingrassato la finanza speculativa, che ha intercettato buona parte degli euro stampati dalla Bce. Ma senza il Qe con ogni probabilità oggi l’intera Europa, esclusa la Germania e qualche altro paese del nord, vivrebbe nelle condizioni della Grecia di Tsipras. Come noto i tedeschi di Schauble, inossidabile, e della Merkel sono portatori della loro verità che, come diceva Tolstoj, «è unica e indissolubile, ed è plasmata sullo stesso principio della realtà». Loro, i tedeschi, il Qe vorrebbero azzerarlo, per altro con qualche motivo se si vede come vengono «sprecate» quelle immense risorse in Italia. Rimaniamo, noi italiani e la nostra scadente componente civica, l’anello debole di una visione dell’Europa che non sia squisitamente mercatista e ragionieristica: indeboliamo con le nostre politiche clientelari, furbo respiro de––––gli ultimi baluardi di civiltà legato al concetto di «Stato». Ma magari, in fondo, non si tratta solo di di cialtroneria, è proprio un disegno.