2 dicembre 2022
Aggiornato 18:00
Oggi la riunione del FOMC

FED: focus su timing rialzi tassi, dubbi su scelte di dicembre

Se secondo una buona parte degli economisti il costo del denaro non sarà aumentato di nuovo (anche se l'istituto guidato da Janet Yellen ha anticipato che ulteriori giri di vite potranno arrivare nel corso di quest'anno), c'è chi si chiede se la stretta di dicembre non sia in realtà stata un errore.

NEW YORK - La tempesta di neve Jonas, che ha colpito e paralizzato la costa est degli Stati Uniti, compresa la capitale Washington, non ferma la Federal Reserve, che, come da calendario, si riunirà domani e mercoledì per decidere la rotta della politica monetaria americana. Se secondo una buona parte degli economisti il costo del denaro, alzato per la prima volta dal 2006 a dicembre, non sarà aumentato di nuovo (anche se l'istituto guidato da Janet Yellen ha anticipato che ulteriori giri di vite potranno arrivare nel corso di quest'anno), c'è chi si chiede se la stretta di dicembre non sia in realtà stata un errore.

Intanto le notizie operative: la riunione del Fomc, il comitato monetario della Banca centrale americana, appunto in calendario per oggi e mercoledì, si terrà come previsto, con il comunicato finale che sarà pubblicato alle 14, le 20 in Italia, del 27 gennaio (la conferenza stampa del presidente Janet Yellen non è in programma per questa riunione, si terrà invece al termine del meeting di metà marzo). Come si legge in una nota della Fed, «i partecipanti che non saranno in grado di essere presenti di persona, potranno seguire i meeting in videoconferenza».

Per quanto riguarda la sostanza della riunione, economisti e investitori vogliono avere indicazioni sulla tempistica dei prossimi aumenti: i tassi sono stati alzati dai minimi storici, in un range tra 0 e 0,25%, dove si trovavano da dicembre 2008, a un intervallo tra 0,25 e 0,50%. La Fed ha detto chiaramente che i prossimi aumenti saranno vincolati all'andamento dell'economia e non procederanno in modo automatico, cosa che lascia supporre che non ci saranno altri aumenti questa settimana.

Da dicembre, infatti, varie cose sono cambiate: negli Stati Uniti sono arrivati alcuni dati poco entusiasmanti, la crescita cinese è fonte di ansia crescente, il mercato energetico, e petrolifero in particolare, è ulteriormente crollato, con il greggio finito anche sotto i 27 dollari al barile salvo poi riportarsi attorno ai 30 dollari, i mercati azionari sono stati scossi da forti ondate di vendite e l'estrema volatilità è diventata una costante.

Alla luce di tutto questo, c'è chi si interroga sulla possibilità che la Banca centrale americana abbia commesso un errore iniziando a stringere le maglie della politica monetaria, mentre le altre principali controparti, Bce in testa, optano ancora per una strategia ultra accomodante.

«E' ragionevole che gli investitori si chiedano se l'aumento del costo di denaro di dicembre sia stato un errore», ha detto Bob Michele, capo degli investimenti di JPMorgan Asset Management, sottolineando che «storicamente, a Fed ha alzato i tassi perché l'economia o l'inflazione erano eccessivamente alte, ma questa volta è diverso, perché la crescita è lenta, l'aumento dei salari limitato e c'è rischio deflazione».

A spaventare gli investitori è in particolare il fatto che ora si trovano a operare con minori reti di sicurezza, che tenderanno a ridursi sempre più, in un contesto di mercato che non appare stabile. «E' stato divertente finché è durato, ma i ritorni del 2015 sono stati abbastanza diversi e l'esperienza di inizio 2016 rafforza la probabilità di un nuovo contesto per gli investimenti», ha scritto in una nota Jeffrey Knight, responsabile della gestione di asset di Columbia Threadneedle.

Qualcuno arriva addirittura a chiedersi se la stessa Fed, con la sua decisione di alzare i tassi, non sia tra i motivi scatenanti delle recenti turbolenze dei mercati e di un improvviso, e fino a poco tempo fa non previsto, aumento dei rischi di un ritorno alla recessione.

Secondo Jesse Edgerton, economista di JPMorgan, un incremento di un quarto di punto percentuale dei tassi di interesse non può fare finire gli Stati Uniti in recessione, ma gli effetti di un giro di vite più aspro sarebbero più difficili da prevedere. «I recenti indicatori dell'economia reale, come la fiducia dei consumatori o i permessi per costruzioni, implicano una possibilità del 21% di recessione nei prossimi dodici mesi, al di sopra della media del 18% di un anno qualsiasi. Gli indicatori finanziari, come azioni e corporate bond, implicano una possibilità tra il 30 e il 40%», ha detto.

(con fonte Askanews)