24 febbraio 2024
Aggiornato 01:00
La tesi di Giannuli

Bye-bye Cina: prepariamoci alla terza ondata di crisi, ancora più devastante

Con un debito reale alle stelle e un Paese spaccato a metà tra città e campagna, ecco perché il gigante asiatico è in crisi sul serio. E perché, presto, l'economia mondiale non sarà più la stessa

PECHINO - La luna di miele cinese è finita: il suo «trentennio glorioso» ha imboccato, inesorabile, la via del tramonto. Ora che stanno venendo fuori le dimensioni reali del debito pubblico, l'economia asiatica è sull'orlo dell'esplosione. Senza peli sulla lingua, Aldo Giannuli sul suo blog parla dell'imminente arrivo di una terza ondata di crisi, devastante. Storico, ricercatore in Storia Contemporanea all’Università di Milano e per diversi anni consulente delle Procure di Bari, Roma, Palermo, Pavia, Milano (strage di piazza Fontana) e Brescia (strage di piazza della Loggia), Giannuli sottolinea come i rimedi adottati a giugno e la svalutazione dello yuan non siano riusciti a fermare la crisi borsistica cinese. «Già a luglio – spiega – c’erano state altre due ondate, dopo una tregua: la borsa di Shanghai perdeva oltre l’8%, subito seguita da quella di Shenzhen con meno 7 e Hong Kong con un meno 3».

Mercati impazziti

Chia-Liang Lian, manager del gruppo Legg Mason, dichiarava che non è possibile ignorare i rischi che una prolungata contrazione dei prezzi azionari può avere sulla crescita del Pil cinese, nella seconda metà dell’anno, alimentando episodi speculativi che amplificano la volatilità dei mercati e rendono più arduo il percorso di stabilizzazione intrapreso dalle autorità cinesi. «Lian è stato servito molto prima del previsto e lunedì 24 si verificava un nuovo picco del meno 8% che, questa volta, si è portato appresso le borse del resto del mondo, con flessioni nell’ordine del 4-6%. Roba che non si vedeva dal 2008 e che è stata subito definita 'lunedì nero' della finanza mondiale».

Il "salto del gatto morto"

Poi la decisione di abbassare il costo del denaro da parte della Pboc, con un'iniezione da 150 miliardi di yuan, ha provocato un momento di ottimismo con recuperi sia a Shanghai che nelle altre borse mondiali. «Nulla di cui esaltarsi, però: è quello che in gergo tecnico si chiama il 'salto del gatto morto': come ebbe a dire un economista una ventina di anni fa,'anche un gatto morto se lanciato da sufficiente altezza poi rimbalza'. Probabilmente ci sarà una nuova tregua, ma tutto lascia intendere che assisteremo ancora per mesi a questo 'stop and go', come già accadde fra il 2007 ed il 2008, prima del botto di settembre che lasciò a terra la Lehman Brothers, ed, entro gli inizi del prossimo anno, ci troveremo di fronte ad un nuovo grande episodio della crisi che dura ininterrottamente da 7 anni: la terza ondata». Fra cinque mesi circa, scadranno le misure di blocco di vendita delle azioni imposte dal governo alle aziende di Stato ed altri soggetti correlati e, quindi, bisognerà rifare seriamente i listini di borsa. E se il governo procrastinasse il blocco? «Non cambierebbe molto, al massimo guadagnerebbe un po’ di tempo, ma potrebbe anche essere peggio perché la misura potrebbe far sorgere il dubbio di una situazione molto più grave del previsto e, di conseguenza, scatenare una ondata di panico anche più violenta».

I problemi strutturali dell'economia cinese

Insomma, i nodi strutturali dell’economia cinese stanno venendo al pettine. Prima di tutto quello del debito reale, ben diverso da quello statale (questo, sì, da sempre rigorosamente tenuto sotto controllo), che deriva in gran parte dalle amministrazioni locali che hanno fatto lievitare i numeri. Secondo, tra non molto la popolazione non attiva supererà in termini numerici quella attiva («sta arrivando all’incasso la 'cambiale' del figlio unico sottoscritta negli anni Ottanta»). Terzo, la forbice fra città e campagna ha toccato il suo punto massimo, «dopo il quale il paese si sfascia»: in questi trent'anni c’è stato un processo di modernizzazione industriale e delle città, mentre il mondo rurale ha avuto pochissime innovazioni. Ora è arrivato il momento di modernizzare l’agricoltura, ma questo potrebbe lasciare senza lavoro oltre 200 milioni di contadini, da ricollocare in qualche modo. Tutto questo esige una programmazione di spesa ingentissima. «Questo sta incidendo fortemente sulla credibilità cinese sui mercati hot money, i capitali erratici alla ricerca del massimo profitto e che, in questi anni avevano costituito una bella fetta dei 4 trilioni di dollari di valuta estera accumulata nei forzieri cinesi (avevano toccato un massimo di 3,99 trilioni di dollari a giugno 2014) ma dopo il livello delle riserve ha iniziato a ridursi, con un’inversione di rotta molto pericolosa».

I capitali se ne vanno via

La valuta accumulata aveva le più diverse provenienze: avanzi commerciali, rimesse degli immigrati, movimenti della criminalità organizzata come il contrabbando, investimenti stranieri ed, appunto, hot money. Ora i capitali stanno defluendo dalla Cina a ritmo serrato e già da quattro trimestri di seguito: secondo l’analista Charles Dumas di Lombard Street Research il deflusso di capitali in un anno è stato di circa 800 miliardi di dollari, mentre, secondo Zhu Haibin, capo economista cinese di JP Morgan, il flusso in uscita è stato di 450 miliardi di dollari tenendo conto dei cambiamenti nella valutazione delle riserve estere. Una tendenza non da sottovalutare. «In parte – prosegue Gianulli – dipende da investimenti cinesi all’estero (aumentati negli ultimi tre anni), in parte dal calo delle esportazioni che, ovviamente, riduce il surplus commerciale. Poi ci sono spiegazioni meno fisiologiche: il crollo immobiliare, la riduzione dei profitti aziendali e le oscillazioni della valuta nazionale. Soprattutto, gli altissimi rendimenti che premiavano gli investitori che scommettevano sulla Cina, ormai sono un ricordo del passato».

Le ragioni "occultue e inquietanti"

Poi ci sono altre ragioni più «occulte ed inquietanti»: l’esportazione di capitali dei 'funzionari nudi' che stanno dando vita ad un vero sciopero dei capitali per rispondere alla campagna di Xi Jinping contro la corruzione. Oltre alle difficoltà del contrabbando, soprattutto di terre rare, che probabilmente sono un riflesso della lotta alla corruzione, «ma per capirlo occorrerà tenere d’occhio i prezzi dei lantanoidi nei prossimi mesi». «Questi movimenti in buona parte sono illegali, ma in parte sfruttano i margini offerti dalla relativa liberalizzazione degli spostamenti di capitale decisi da Pechino per ottenere lo status di economia di mercato».

"Effetti mondiali importanti"

In ogni caso, «questa tendenza sta destando allarmi sulla stabilità finanziaria e ostacolando le misure della banca centrale che cerca di sostenere l’economia in fase di rallentamento, abbassando i tassi di interesse. E, dunque, ingenti flussi di capitale lasciano la Cina, perché cercano rendimenti superiori altrove. Inizia a profilarsi il fenomeno del 'cane che si morde la coda', per cui ogni rimedio innesca dinamiche che riproducono la crisi. Non è detto che debba necessariamente accadere, ma tutto lascia intendere che non siamo di fronte ad un incidente di percorso ma ad una tendenza di lungo periodo, che produrrà dinamiche per ora imprevedibili ma sicuramente con effetti mondiali molto importanti».