15 dicembre 2019
Aggiornato 05:30
Visco e Renzi vogliono ripulire il sistema bancario dei crediti deteriorati

A chi conviene la bad bank?

Le sofferenze bancarie hanno raggiunto la cifra record di 190 miliardi di euro. Nel 2008 erano circa 43 miliardi. Ed ora, chi paga?

ROMA – Il governo Renzi e la Banca d’Italia stanno lavorando al progetto di una bad bank italiana, che potrebbe nascere dopo l’estate. Ignazio Visco è convinto che «lo sviluppo di un mercato secondario dei crediti deteriorati, oggi pressoché inesistente, contribuirebbe a riattivare appieno il finanziamento di famiglie e imprese». Ma che cos’è una bad bank e, soprattutto, a chi conviene e perché?

Che cos’è una bad bank e a cosa serve
Con il termine inglese «bad bank» s’intende una sorta di scatola giuridico-economica costituita allo scopo di veicolare e rimettere sul mercato azionario le sofferenze bancarie, col fine di liberare gli istituti di credito dei loro titoli tossici e deteriorati. Le bad bank sono state già utilizzate negli altri paesi europei (e non solo) per risolvere le loro crisi bancarie e rilanciare l’economia nazionale. E’ convinzione comune, infatti, che allegerire il ventre delle banche dei loro pesanti fardelli possa aumentare la disponibilità del credito nei confronti delle imprese e delle famiglie, dando nuovo slancio all’economia reale. Bankitalia ha già investito  l'americana Boston Consulting Group – una ditta privata di consulenza che vanta tra le sue collaborazioni anche quella con la Goldman Sachs - del compito di  realizzare il progetto di una bad bank ad hoc per il caso italiano.

L’anomalia del caso italiano
Il caso italiano, però, è appunto diverso dagli altri perché arriva fuori tempo massimo. Rispetto a qualche anno fa – quando sono state realizzate le bad bank negli altri paesi europei – è cambiata la normativa internazionale: oggi l’Unione Europea considera il bail out un aiuto di stato a tutti gli effetti, vietato delle leggi comunitarie. Perciò, Matteo Renzi e Ignazio Visco dovranno scendere a patti con Bruxelles. Quando, nel pieno della crisi economica internazionale, Usa, Germania, Inghilterra e altri paesi decisero di intervenire col bail out per salvare gli istituti in gravi difficoltà, l’Italia intervenne soltanto con 7,9 miliardi di euro a fronte dei 167 e 144 miliardi liquidati da Londra e Berlino. L’Italia sembrava essere l’esempio più virtuoso dell’intero continente europeo. Per questa ragione, allora, non fu necessario intervenire con alcuna bad bank italiana. Il nostro sistema bancario sembrava in perfetta salute.

Le banche – tropo spesso – privatizzano gli utili e socializzano le perdite
Oggi, le cose sono molto cambiate. Non sole le leggi internazionali, ma soprattutto la salute del nostro sistema bancario. Le sofferenze hanno raggiunto la cifra record pari a 190 miliardi di euro. Nel 2008 erano circa 43 miliardi. E se si considerano tutti i titoli deteriorati (cioè le sofferenze bancarie più i crediti di imprese in oggettiva difficoltà) raggiungiamo i 350 miliardi di euro. Il problema non sono solo i dati a tre cifre, ma l’eccessiva velocità con cui la situazione italiana è così peggiorata. Il FMI sostiene che peggio dell’Italia hanno fatto solo la Grecia, Cipro e l’Irlanda. All’improvviso il sistema bancario italiano si è scoperto gravemente malato, ed è proprio questo il punto: perché in questi anni non ci sono stati controlli né interventi correttivi? Ben due terzi delle sofferenze bancarie nazionali sono concentrate nei primi 5 gruppi bancari d’Italia. A chi ha fatto comodo questo lassismo nella gestione degli investimenti? E ora chi pagherà il conto? Gli azionisti, i correntisti o tutti i cittadini indistintamente? La speranza – piuttosto vana a dire il vero – è che le banche non riescano ancora una volta a socializzare le perdite dopo aver privatizzato gli utili. E che la bad bank desiderata da Visco non serva piuttosto a nascondere la polvere sotto il tappeto di casa.