12 marzo 2026
Aggiornato 11:39
Che cosa non funziona tra italiani e fisco?

G.d.f.: l'Italia nella morsa tra tasse, sprechi ed evasioni

Il rapporto delle Fiamme gialle dipinge un quadro poco rassicurante in merito a sprechi, reati contro la p.a. ed evasione: 8mila evasori totali sono solo quelli scoperti nel 2014, e 17.802 i reati tributari perseguiti. Di certo, non è una novità: già più di 50 anni fa due grandi italiani, Leonardo Sciascia e Luigi Einaudi, avevano intuito che cosa, tra italiani e fisco, proprio non funziona.

ROMA – Quello dell’italiano medio che le tasse, proprio, non le vuole pagare può sembrare un fastidioso e superficiale luogo comune. Già Luigi Einaudi parlava del tipico cittadino della Penisola che si esime volentieri dal comprare il biglietto del tram. In effetti, i dati continuano a confortare questa immagine poco onorevole per il nostro Paese. Seppure il gettito derivante dall’attività di accertamento e controllo registra, nei primi due mesi del 2015, un aumento del 32,6% rispetto allo stesso periodo del 2014, il quadro generale della situazione non pare essere molto rassicurante.

EVASORI TOTALI E APPALTI IRREGOLARI PER QUASI 2 MILIARDI - Secondo il rapporto della Guardia di finanza, sono quasi 8mila gli evasori totali, soggetti completamente sconosciuti al fisco, scoperti  nel 2014, ed è di un miliardo e duecento milioni il valore dei beni sequestrati per reati tributari. Complessivamente, sono 17.802 i reati tributari scoperti e 13.062 i soggetti denunciati, di cui 146 arrestati. Nell'ambito della lotta all'evasione fiscale e al sommerso, gli uomini delle Fiamme gialle hanno anche scoperto 11.936 lavoratori in nero e 13.369 lavoratori irregolari. 5.082 sono invece i datori di lavoro scoperti e denunciati, che utilizzavano manodopera irregolare o in nero. Non basta: nel 2014, appalti pubblici per 1,8 miliardi, più di un terzo di quelli controllati e monitorati, sono stati assegnati illecitamente. Tra frodi ai finanziamenti pubblici e sprechi nella pubblica amministrazione, lo Stato ha subito un danno di 4,1 miliardi nel 2014; i danni alle casse dello Stato dovuti invece agli sprechi nella pubblica amministrazione ammontano a 2,6 miliardi. Insomma: nulla di cui andare fieri.

CORTE DEI CONTI: LOTTA ALL’EVASIONE INADEGUATA - Del resto, che la lotta all’evasione in Italia sia qualcosa di non funzionante e mal interpretato lo ha confermato, lo scorso dicembre, la Corte dei Conti, che ha definito lo scenario del nostro Paese «desolante», visto che «la correttezza fiscale sembra affidata più alla lealtà del singolo contribuente che ad un organico sistema di regole». Nel nostro Paese, infatti, l’azione di accertamento avrebbe poche possibilità di incidere sui comportamenti successivi di famiglie e imprese, anche a causa della scarsa probabilità di essere controllati (una verifica ogni 33 anni per professionisti e piccole imprese, più frequenti le visite nelle grandi imprese). In più, nella lotta all’evasione italiana c’è l’annoso problema della sperequazione tra livello di contribuzione del lavoro dipendente e di pensione e quello derivante del lavoro autonomo: da pensionati e dipendenti proviene l’81% dell’Irpef totale che incassa lo Stato italiano. I colpevoli? Da un lato, una normativa fiscale spesso contraddittoria e mal coordinata, «adottata sulla spinta di emergenze contingenti e quasi mai inquadrata in una strategia di lungo periodo di contrasto all’evasione». Dall’altro, il mancato (ancora) utilizzo massiccio delle tecnologie informatiche e telematiche, anche se, pare, la nuova Legge di Stabilità, da questo punto di vista, avrebbe fatto qualche passo avanti. 

SCIASCIA E EINAUDI AVEVANO GIA’ TUTTO CHIARO - Il problema, dunque, parrebbe duplice: il contrasto all’evasione non sarebbe ancora sufficientemente efficace, e lo stesso sistema di tassazione, in Italia, poco incoraggia ad avere un atteggiamento onesto. Sembra paradossale, ma, di entrambi questi fattori si ragionava più di 50 anni fa. Già Leonardo Sciascia, nel suo Giorno della Civetta (1961), scrisse che quello che serviva, per contrastare la criminalità, era indagare sui patrimoni, seguire i flussi finanziari, mettere la Finanza a frugare sulle contabilità, e non solo dei mafiosi: annusare le illecite ricchezze degli amministratori pubblici, il loro tenore di vita, quello delle loro mogli e delle loro amanti, censire le proprietà e comparare il tutto con gli stipendi ufficiali; e poi «tirarne il giusto senso». Oggi, da allora, alcune cose non sono cambiate per nulla, ma altre sì: le strumentazioni telematiche e informatiche consentirebbero di effettuare controlli incrociati, utilissimi per contrastare efficacemente l’evasione e non solo.  Evidentemente, però, tanta strada abbiamo ancora da percorrere in questa direzione. Come se non bastasse, il problema «più a monte», cioè l’inadeguatezza del sistema fiscale italiano che porta il cittadino a una disaffezione, se non a un rifiuto, del fisco, fu denunciato addirittura nel 1946, e niente meno che da Luigi Einaudi. Egli attribuiva infatti alla virtuosa Inghilterra una «spinta a seguitare a lavorare ed a produrre nei tempi difficili perché si ha la certezza che, passata la mala ora, si tornerà a respirare ed a tenere per sé la miglior parte dei redditi prodotti»; in Italia, egli riconosceva invece, verso lo Stato, un inalienabile senso di scoramento, il cui unico effetto era quello di suscitare «il disgusto dal produrre per consegnare altrui, sia pure all’erario, il prodotto del proprio lavoro». Affinché i contribuenti siano onesti, scriveva Einaudi, occorre «anzitutto sia onesto lo stato»: per l’ex presidente della Repubblica, un americano avrebbe avuto terrore delle nostre tasse. Insomma: «bisogna ricreare anche in Italia questa atmosfera di fiducia, questo senso dell'avvenire, bisogna promuovere la ricostruzione che nasce dalla speranza». Lo scrisse Einaudi nel 1946, ma è un obiettivo che, settant’anni dopo, siamo ancora ben lontani dal raggiungere.