20 gennaio 2020
Aggiornato 08:00
La PGEU, presente in 34 paesi, protesta con la Lorenzin

«Medicine con ricetta fuori dalle farmacie? Non esiste in Europa»

Il presidente dell'Associazione Nazionale Parafarmacisti italiani, Pietro Marino, commenta smentisce le affermazioni del Pgeu, secondo cui in nessun Paese d'Europa i farmaci di fascia C vengono venduti fuori dalle farmacie. C'è un equivoco di base per Marino: «Le parafarmacie vanno risconosciute per ciò che sono: farmacie non convenzionate dallo Stato», perciò possono distribuire farmaci.

ROMA - Il Pharmaceutical Group of Eu (Pgeu), l'associazione europea che rappresenta le farmacie di comunità di 34 Paesi d'Europa, scrive al ministro della Salute Beatrice Lorenzin e al ministro dello Sviluppo Federica Guidi in merito alla possibilità di vendere i farmaci di fascia C con ricetta fuori dalla farmacia e sottolinea che tale scelta «non avrebbe precedenti nell’Unione europea» e che «senza eccezioni, nessun Paese permette la dispensazione di medicine su prescrizione al di fuori di farmacie regolarmente autorizzate». A commentare gli ultimi sviluppi relativi al disegno ddl concorrenza è il presidente dell'Associazione nazionale parafarmacisti italiani, Pietro Marino, che in un'intervista rilasciata a DiariodelWeb.it chiede che le parafarmacie vengano riconosciute per quello che sono, farmacie non convenzionate dallo Stato: «Purtroppo noi siamo piccoli e loro hanno una potenza mediatica enorme».

Il Pgeu, supportato da Federfarma, redarguisce il ministro Guidi in merito alla questione della liberalizzazione dei farmaci di fascia C perché è impensabile che vengano distribuiti fuori dal circuito delle farmacie. È davvero così?
Federfarma fa riferimento ad un equivoco: qui non si tratta di dire che i farmaci sono fuori dal canale di farmacia, ma si tratta di riconoscere alle parafarmacie lo status di farmacie non convenzionate dal Servizio Sanitario Nazionale, perché di questo stiamo parlando. È un luogo comune affermare: fuori dalle farmacie non si vendono farmaci. Ma il corner della grande distribuzione è di parafarmacie, sono definiti tali da una nota ministeriale dell'allora ministro della Salute Turco, nel 2006, che definì questi esercizi commerciali che vendono farmaci fuori dalle farmacie parafarmacie o corner della grande distribuzione. Dopodiché da lì ad oggi sono intervenute una serie di modifiche che hanno fatto sì che nei nostri esercizi, come nella grande distribuzione, bisogna essere iscritti al Sistema di tracciabilità del Farmaco, siamo soggetti a tutta una serie di controlli del Farmacovigilante e quant'altro, l'unico limite è la vendita dei farmaci: cioè fino a questo momento gli unici farmaci che possiamo vendere sono solo quelli senza ricetta. Per cui si fa riferimento ad un equivoco. In realtà quello che si chiede è di riconoscere questi esercizi commerciali – che probabilmente definire parafarmacie è una contraddizione di termini – per quello che sono: strutture commerciali dove si vendono farmaci non dispensati dal Servizio Sanitario Nazionale, e, quindi, in farmacie non convenzionate. Chiaramente poi nelle farmacie non si vendono farmaci di fascia C, è vero: come in Inghilterra, in Germania, come in altri Paesi, esiste un sistema di farmacie non convenzionate dal Sistema Sanitario Nazionale. E quindi tutto si basa su un equivoco di fondo, su una comunicazione, ovviamente, volutamente sbagliata, per dire le cose come in realtà sono.

Fuori dall'Italia succede la stessa cosa? Come funzionano le farmacie?
In alcuni Paesi esistono farmacie non convenzionali che si possono accreditare, eventualmente, con il sistema sanitario nazionale. Nel nostro Paese, invece, esiste un unico canale distributivo di farmaci – a parte le parafarmacie – che sono le farmacie. Sono tutte convenzionate col Sistema Sanitario Nazionale e hanno l'esclusiva non solo con il Sistema Sanitario Nazionale, ma anche per quello che il cittadino si paga di tasca propria, i farmaci di fascia C, che hanno un prezzo libero – quindi tutti teoricamente potrebbero fare degli sconti, ma sfido a trovare una farmacia che oggi faccia uno sconto sui farmaci di fascia C con obbligo di ricetta – chiaramente una pressione competitiva farebbe sì che il prezzo di questi farmaci scenda. È di questo che stiamo parlando. Tra l'altro si tratta di una quantità di farmaci che riguarda il 19% della spesa farmaceutica, quindi una parte minore, perché oltre il 70% dei farmaci venduti è dispensato dal Servizio Sanitario Nazionale.

Quale è, nel mercato dei farmaci, il valore effettivo di quelli di fascia C?
Riguardo il valore di questi farmaci diciamo che il 10% dei farmaci sono farmaci Otc, il 19% sono farmaci di fascia C di cui stiamo parlando in questo disegno di legge e rispetto agli Otc che sono già stati liberalizzati nel 2006, il 90% di questo 10% di farmaci è ancora venduto, dopo otto anni, dalle farmacie. Allora di che cosa stiamo parlando? Della chiusura delle piccole farmacie rurali? Ma non facciamo ridere. Chiaramente stiamo andando a toccare interessi fortissimi. Ci ha provato Bersani e abbiamo visto come è andata a finire. Ci ha provato Monti con Balduzzi, che ha fatto la figuraccia che sappiamo e adesso ci si riprova. Vedremo. Però, chiaramente, questo rende l'idea di quali interessi ci siano dietro questa piccola liberalizzazione.

Con il disegno di legge del ministro dello Sviluppo Federica Guidi, il patrimonio delle farmacie verrebbe leso in qualche modo?
In realtà no, perché i numeri lo smentiscono. Ma non lo dico io che ovviamente sono un attore che ha un interesse economico nel favorire questa cosa. Lo dicono gli economisti: Nicola Salerno, ad esempio, ha fatto un report con tutti i dati puntuali di cosa comprende la fascia C. Oggi è uscito un altro report di un economista dell'Istituto Bruno Leoni che ha sostanzialmente ripreso il discorso sotto un profilo più giuridico. Prima un economista, Salerno, ha fatto un'analisi dei numeri, affermando che non esiste alcun pericolo di chiusura delle piccole farmacie rurali, oggi l'Istituto Leoni, attraverso quest'avvocato, avalla la tesi di Salerno. Il vero problema delle piccole farmacie rurali è il sistema di remunerazione del farmaci del Sistema Sanitario Nazionale, come avviene in molti Paesi, non deve essere legato al margine del prezzo, ma al servizio svolto. Cioè il SSN se vuole che le farmacie, in privato, distribuiscano per conto tuo un farmaco in un comune piccolo, chiaramente devi pagare di più che non se lo si dispensa in un centro commerciale. Questo è il problema delle remunerazioni, proprio soprattutto delle piccole farmacie rurali, perché appunto sono sempre troppo spesso tirate in ballo per coprire grossi interessi. La pianta organica è un sistema che è nato nei primi del Novecento, in piena fase di post industrializzazione, quindi i problemi di viabilità, grosse fabbriche che si aprivano in grossi centri e quindi spopolamento delle piccole realtà rurali. Conseguentemente in molti Paesi europei, ma non in tutti, è stato introdotto questo sistema di pianificazione territoriale delle farmacie. In molti Paesi ad oggi sono sparite, in primis la Germania, dove non esiste questo sistema di programmazione per cui ogni farmacista, laureato e abilitato, può aprire una farmacia. Il vero problema è che in Italia è comunque una concessione governativa, che dopo il 1913 con la Riforma Giolitti da esercizio commerciale libero quale era diventa una concessione governativa, dello Stato, assegnata per concorso pubblico, dopodiché dopo il pensionamento la farmacia tornava allo Stato che la assegnava, tramite un concorso, ad un altro farmacista. Dopodiché, nel 1968, una riforma del Governo ha reso ereditabile, cedibile questa concessione governativa. E questo ha creato un enorme valore economico delle farmacie che conosciamo oggi.

Quale potrebbe essere la soluzione?
Quello che noi diciamo è che o viene data l'esclusiva alle farmacie ed si ha la pianta organica ed è una concessione governativa ma dello Stato, non può essere un giro patrimoniale che vale diversi milioni di euro; o altrimenti si scindono le due cose: esistono i farmaci che il SSN dispensa e dà l'esclusiva a delle farmacie, decidendo lo Stato stesso quando, dove e come aprirle, ma a quel punto si parla di farmaci che il cittadino paga di tasca propria, il cui prezzo è libero e lo Stato dà la possibilità al farmacista abilitato di aprirsi una farmacia, perché è a costo zero dello Stato. Quindi lo Stato ha l'esclusiva per i farmaci che dispensa, ma deve dare la possibilità per quelli non dispensati dal Sistema Sanitario Nazionale di essere distribuiti da altre attività. È un problema di sicurezza? Niente affatto, visto che viene dispensato da un farmacista, laureato, abilitato e magari con un'esperienza precedente in farmacia. Servono requisiti strutturali? Ma anche noi iscritti all'Istituto di Tracciabilità dei Farmaci, anche noi dobbiamo fare farmacovigilanza. Purtroppo noi siamo piccoli e loro hanno una potenza mediatica enorme.

Riguardo l'accusa dell'abuso dei farmaci che conseguirebbe alla liberalizzazione?
Riguardo i farmaci Otc – quelli liberalizzati da Bersani nel 2006 –, secondo fonti ufficiali, il loro prezzo si è ridotto del 20, 25%, sia il consumo che i prezzi. C'è stata una diminuzione – causa anche la crisi economica – del consumo dei farmaci. A monte, soprattutto, c'è la prescrizione del medico. Non si può parlare di problemi di salute pubblica, perché se non c'è una prescrizione a monte di quel farmaco, io non posso distribuirlo. Quindi di che abuso stiamo parlando? Chi mi dispensa il farmaco, inoltre, non è il salumiere del corner della grande distribuzione, ma è un farmacista laureato, abilitato e iscritto all'albo.