28 marzo 2020
Aggiornato 18:30
Vigilia del vertice OPEC a Vienna

Petrolio, la «guerra» è sulle quote di mercato

Solitamente il cartello dei produttori reagisce ai cali marcati dei prezzi aggiustando l'offerta, con strette ai rubinetti che evitano un eccessivo affossarsi delle quotazioni. Tuttavia da mesi, secondo numerose ricostruzioni di stampa, gli Stati Opec sono in lotta tra loro stessi per difendere le rispettive quote di mercato.

VIENNA - Resta apparentemente aperta la frattura tra esportatori di petrolio, alla vigilia del vertice Opec a Vienna che al primo punto dell'ordine del giorno inevitabilmente avrà le recenti pesanti cadute dei prezzi degli ultimi mesi. Dal picco di 112 dollari toccato nel maggio scorso, il barile di Brent, il greggio di riferimento del mare del Nord, è arrivato a perdere oltre il 32 per cento, con un recente minimo pluriennale a 76,76 dollari. Un valore non molto lontano dai 78,22 dollari cui si attestava in serata sul mercato di Londra, mentre a New York il barile di West Texas Intermediate risultava poco mosso a 74,02 dollari.
Sono diversi i fattori che hanno contribuito a far calare così pesantemente l'oro nero. Il primo è la diffusa tendenza al rallentamento della crescita economica, che è risultata particolarmente evidente in Europa e in Cina in questi ultimi mesi, tanto da spingere le rispettive Banche centrali a orientarsi in modo più aggressivo verso politiche monetarie espansive. Un altro fattore strutturale è nell'aumento dell'offerta di gas naturale derivante dalla frammentazione idrolitica, specialmente nel Nord America.

DIFENDERE LE QUOTE DI MERCATO - Ma a questo si è aggiunto anche il fattore Opec, o meglio la totale assenza di reazioni da parte sua. Solitamente il cartello reagisce ai cali marcati dei prezzi aggiustando l'offerta, con strette ai rubinetti che evitano un eccessivo affossarsi delle quotazioni. Tuttavia da mesi, secondo numerose ricostruzioni di stampa, gli Stati Opec sono in lotta tra loro stessi per difendere le rispettive quote di mercato. E lo avrebbero fatto con accordi di fornitura fuori dalle contrattazioni ufficiali, in cui si sarebbero combattuti a colpi di ribassi.
Un quadro di divisioni che sembra confermarsi negli scambi prevertice. Da un lato coloro che vorrebbero ridurre l'offerta, come Venezuela e forse Algeria. Dall'altro il peso massimo, l'Arabia Saudita che non ne vuole sapere. Una posizione appena ribadita dal suo ministro del petrolio Ali al-Naimi, che si è limitato a pronosticare che il mercato dovrebbe «autostabilizzarsi». E senza il consenso dei sauditi è praticamente impossibile concordare strategie all'Opec. Non solo, stavolta secondo diversi paesi si richiederebbe una azione coordinata anche con altri Stati, a cominciare dalla Russia.
Lo ha appena ribadito il rappresentante dell'Iran, il ministro del petrolio Bijan Namdar Zanganeh secondo cui nel mercato c'è un eccesso di offerta che in assenza di interventi aumenterà il prossimo anno. «Dobbiamo discuterne, confrontarci e prendere una decisione. E per gestire questa situazione - ha aggiunto - serve un contributo dei paesi produttori fuori dall'Opec». Ma sarà già tanto se i soli Stati Opec riusciranno a trovare una strategia comune.

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