9 dicembre 2019
Aggiornato 01:30
Protesta della Federvini

Il fisco si accanisce su il limoncello

Quattro aumenti delle imposte in 16 mesi mettono a rischio 6700 posti di lavoro. In pericolo ci sono eccellenze del made in Italy. E Renzo Arbore si schiera a favore della birra.

ROMA - Se il governo ha intenzione di stangare la stabilità e lo sviluppo di uno dei rami più fiorenti del made in Italy alimentare è sulla buona strada.

NEL MIRINO AMARI, BIRRE, SAMBUCA, APERITIVI - Nel mirino del fisco è finita infatti la produzione della liquoristica nazionale, dalla birra, agli amari, al limoncello, e a tutti i vini cosiddetti fortificati, oltre a mettere in ginocchio quelle iniziative intorno alle birre artigianali che stanno per essere una valvola di sfogo imprenditoriale per molti giovani. Quello rappresentato dalla Federvini è uno dei pochi settori in Italia dove la filiera produttiva è composta sia da piccolissime imprese familiari che dalla grande industria. Accanto ai boys delle birre artigianali o delle grappe, fanno parte del settore colossi come Campari, che nel 2013 ha fatto registrare un fatturato di 1,5 miiardi di euro.

IL FISCO SI ACCANISCE CONTRO LE ECCELLENZE - Troppo bello per essere vero. Inevitabile quindi che il governo a caccia disperata di quattrini ci mettesse sopra le mani. Ecco quindi che sta per scattare dal prossimo gennaio il quarto aumento delle accise sugli spiriti, la materia prima per questo tipo di prodotti. Una manovra fiscale che se portata a compimento fino in fondo comporterà per questo settore nel giro di pochi mesi (quattro aumenti in 16 mesi) un incremento delle imposte di circa il 30 per cento.

6700 POSTI A RISCHIO -Risultato, secondo la Federvini, l'impatto di questa nuova scure fiscale metterebbe a rischio perlomeno 6700 posti di lavoro. La filiera degli spiriti in Italia, insieme a quella dei vini, conta più di 340mila strutture produttive e dà lavoro a tempo pieno a 332.500 addetti. La filiera allargata occupa 1,2 milioni di addetti, che direttamente o meno sono collegati alla catena della produzione e commercializzazione. Il valore della produzione è stimato in circa 25 miliardi di euro e genera entrate fiscali e contributive pari a 8,5 miliardi. "In un mercato che sconta gli effetti della crisi generalizzata nei consumi, gli aumenti delle accise sugli spiriti adottati per finanziare voci disparate della spesa pubblica - afferma Federvini - sono una minaccia reale per la tenuta di un segmento del Made in Italy molto importante e apprezzato nel mondo. Il rischio che il gettito generato sia di molto inferiore alle attese e soprattutto che il prezzo da pagare in termini occupazionali e di capacità di sopravvivenza del comparto sia pesante, è reale».

LA PROTESTA DI FEDERVINI - Gli incrementi di accisa sugli spiriti finirebbe per minare gravemente la vita di etichette di eccellenza famose in tutto il mondo, che vanno dalla Grappa al Limoncello, dagli Amari alla Sambuca, dal Nocino di Modena al Mirto di Sardegna. Secondo uno studio di Trade Lab, in un mercato che già mostra una variazione tendenziale media delle vendite pari al -3,7% a volume e -1,4% a valore, il maggior gettito ipoteticamente generato dalla crescita delle accise al 30% risulterebbe neutralizzato dagli effetti derivanti da un'ulteriore contrazione delle vendite pari al -9,4% a volume, con circa 23 milioni di litri persi.

UN AUTOGOL DEL MINISTRO DELL'ECONOMIA - La filiera degli spiriti in Italia, insieme a quella dei vini, conta più di 340mila strutture produttive e dà lavoro a tempo pieno a 332.500 addetti. La filiera allargata occupa 1,2 milioni di addetti, che direttamente o meno sono collegati alla catena della produzione e commercializzazione. Il valore della produzione è stimato in circa 25 miliardi di euro e genera entrate fiscali e contributive pari a 8,5 miliardi. Ma a rischio finirebbe l’intero comparto della liquoristica nazionale, uno dei gioielli delle tipicità italiane e importante motore della cultura enogastronomica nazionale che ha contribuito a far conoscere le eccellenze del made in Italy nel mondo.

Il risultato per il Fisco, secondo la Federvini, sarebbe invece tutto in discesa. All'inizio. Le maggiori entrate originate nel breve termine dalle accise verrebbero, infatti, interamente compensate dai minori introiti da tasse sulle imprese e sul lavoro legati alla perdita dei posti di lavoro. L’operazione porterebbe alla perdita delle vendite con circa 23 milioni di litri di liquori che andrebbero persi. Vuol dire che l’impatto delle accise sul bilancio pubblico sarebbe nullo, con un saldo netto delle entrate fiscali pari a -2,8 milioni di euro.

RENZO ARBORE DIFENDE I MASTRI BIRRAI - «Se ci sono sacrifici da fare in un momento difficile allora tutti devono fare la loro, ma quattro aumenti in 16 mesi vuol dire un accanimento su un settore che è facilmente tassabile» spiega Sandro Boscaini, Presidente di Federvini. Assobirra in poco tempo ha raccolto oltre 100mila firme in difesa del settore. E una mano alla causa, come testimonial l'ha data anche Renzo Arbore.