Da Camusso un «niet» ad Etihad
La Cgil non firma l'accordo per il salvataggio di Alitalia. Il numero uno della compagnia araba consegna un ultimatum al Ministro Lupi. In nottata una maratona fra governo e sindacati per scongiurare un fallimento che protrebbe avere ripercussioni incalcolabili.
ROMA - Dopo mesi di difficili trattative la Cigil di Susanna Camusso e la Cgil di settore che rappresenta i dipendenti di Alitalia hanno respinto al mittente il piano di salvataggio degli arabi di Etihad. Nessuno può gioire alla notizia che circa 900 persone perdono il posto di lavoro, eppure solo poche settimane fa praticamente tutta al stampa ha presentato l'uscita di circa 900 dipendenti dalla compagnia di bandiera come una conquista. Come è potuto accadere che tutta l'informazione compatta, anche quella di sinistra, presentasse con toni euforici un taglio di occupazione così vistoso? Forse tutta la stampa era stata infettata da un virus di basso e crudele cinismo? No, semplicemente un pò tutti in Italia avevano tirato un sospiro di sollievo nell'apprendere che la trattativa fra Etihad e il governo alla fine aveva portato al salvataggio di quasi millecinquecento lavoratori poichè si era riusciti a far scendere gli esuberi richiesti dagli arabi da oltre duemila a parecchio sotto i mille.
Inoltre, quella della riduzione degli esuberi era la sola nota positiva derivante dall'ingresso di Etihad in Alitalia? Che l'ingresso degli arabi nella compagnia di bandiera italiana fosse foriera di grandi prospettive non solo per l'Alitalia, ma anche per i nostri areporti principali e quindi, di riflesso, non solo per il traffico aereo ma per tutto il commercio italiano, è dimostrato dalla veemenza con la quale sia i tedeschi che i francesi hanno provato a fermare questo accordo a livello europeo.
Possiamo immaginare i festeggiamenti nelle grandi compagnie tedesche e francesi per l inaspettato favore che sta facendo loro la Cgil di Susanna Camusso: quando tutto sembrava perduto a Bruxelles ecco che, a sorpresa, il soccorso ai concorrenti diretti di Alitalia, arriva da Corso d'Italia.
Perchè a sorpresa? Perchè quando la Cgil ha chiesto tre giorni di tempo per firmare l'intesa con Etihad tutti pnsavano che ormai fosse fatta. Nella storia della Cgil i "no" sono infatti sempre secchi, senza tentennamenti, al primo colpo. La richiesta di tempo prelude invece, quasi sempre ad un assenso, magari quasi a tempo scaduto e con molti condizionali, ma comunque seguito da una firma. Come ai tempi in cui i sindacati non siglavano un accordo se non alle quattro del mattino, dopo estenuanti trattative a testimoniare l'abnegazione e la rinuncia al sonno dei rappresentanti dei lavoratori.
Questa volta invece la Cgil ha chiesto tre giorni di tempo per motivare meglio la sua uscita dall'intesa e la spallata forse definitiva all'accordo Alitalia-Etihad.
Ecco come.
«Ci eravamo riservati, vista la delicatezza della decisione-recita il comunicato ufficiale della Cgil- un breve lasso di tempo per una verifica con i nostri rappresentanti sindacali. Confermiamo qui il nostro giudizio, espresso in tempi non sospetti, sulla gravità della crisi di Alitalia».
«Con ogni evidenza - prosegue - si tratta di una crisi indotta dalla palese inadeguatezza del 'piano fenice' oltre che dall'assenza di una politica di settore e certamente non dipendente da fattori riconducibili al lavoro. Allo stesso modo confermiamo il giudizio sul piano Ethia": un piano molto prudente che però si muove, a differenza di quello targato Air France, nella direzione giusta: più qualità e più rotte intercontinentali. Nel lungo confronto sulla vertenza Alitalia abbiamo affrontato tutte le questioni poste, consapevoli della gravità della crisi. Sulla base di questa consapevolezza e della necessità di dare una risposta alle prospettive industriali dell'azienda e al futuro dei lavoratori, abbiamo ricercato con determinazione una soluzione negoziale».
Tradotto dal sindacalese questo primo passaggio vuol dire: buone le intenzioni di Atihad, ma non ci possiamo dimenticare del fallimento del passato salvataggio (costato migliaia di miliardi agli italiani, aggiungiamo noi) e soprattutto quello che ci sta più a cuore è la politica di settore: poichè non c'è, ecco un buon motivo per non firmare.
Ma poi il comunicato prosegue:
«Il nostro convincimento - sottolineano Cgil e Filt - sulla necessità di sostenere il tentativo di superamento di una crisi sempre vicina al fallimento è ulteriormente dimostrato dalla nostra decisione di firmare il contratto e l'accordo sul costo del lavoro. A questo proposito solleva pesanti interrogativi il fatto che di fronte alla dichiarata disponibilità alla firma da parte di Cgil, Cisl e Ugl non si sia ancora giunti alla conclusione. Non appare credibile un senso dell'urgenza e l'invocazione dello stato di necessità a fasi alterne, anche a fronte del fatto che le regole per determinare la validità di un contratto sono contenute nell'accordo confederale siglato il 10 gennaio scorso con Confindustria alla quale aderisce Assoaereo, e quindi Alitalia».
Tradotto dal sindacalese vuol dire: accettiamo pure tutte le potenzialità dell'accordo con Ethiad, ma come la mettiamo che sull'accordo sul costo del lavoro c'è chi fa melina? Ecco un altro motivo per mandare tutto all'aria.
Per poi concludere:
«Per quanto riguarda le modalità di trasferimento d'azienda ed i relativi effetti sul lavoro, permangono invece le nostre contrarietà espresse al tavolo di confronto. Rimane incomprensibile la posizione dell'azienda Cai che ha respinto qualsiasi mediazione utile ad evitare la messa in mobilità e i licenziamenti, rifiutando la proposta, ritenuta percorribile anche dal Ministero del Lavoro, di utilizzo della Cigs per accompagnare lo sviluppo del piano industriale. Le modalità di trasferimento del personale e la conseguente angosciosa prospettiva del licenziamento avviene peraltro attraverso soluzioni di dubbia legittimità che l'azienda dovrà affrontare.
Le ipotesi di ricollocazione appaiono incerte ed aggiungono ragioni di grande preoccupazione tra i lavoratori. Per questi motivi - conclude la lettera - la Cgil e la Filt confermano la non sottoscrizione dell'intesa così come si è determinata il 12 luglio 2014».
Che tradotto dal sindacalese vuol dire: c'è troppo incertezza per il collocamento degli esuberi e quindi è meglio andare tutti a fondo piuttosto che salvare la stragrande maggioranza.
Conclusione: il numero uno di Etihad, James Hogan ha incontrato nel pomeriggio il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi.Non ci vuole molta fantasia per immaginare il contenuto degli innumerevoli ultimatum che Etihad avrà messo nelle mani degli italiani.
Poi in serata il ministro Lupi ha riconvocato i sindacati. Chissà che il ritorno alla tradizionale maratona notturna delle trattative non riporti un po' di ragione a chi sembra averla persa fra le nebulose di una lingua e di una filosofia chiamate «sindacalese».
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