12 aprile 2024
Aggiornato 20:00
Rapporto dell'Unione europea

«Investire in politiche sociali fa bene alla crescita»

L'Italia è fra i paesi dell'Ue con la più bassa spesa per le politiche sociali (al netto della spesa pensionistica che è fra le più alte in assoluto), ed anche, senza sorpresa, fra gli Stati membri meno capaci di ridurre il rischio di povertà per la propria popolazione fra 0 e 65 anni, secondo i dati del 2010

BRUXELLES - L'Italia è fra i paesi dell'Ue con la più bassa spesa per le politiche sociali (al netto della spesa pensionistica che è fra le più alte in assoluto), ed anche, senza sorpresa, fra gli Stati membri meno capaci di ridurre il rischio di povertà per la propria popolazione fra 0 e 65 anni, secondo i dati del 2010. Lo rivela un grafico presentato dalla Commissione europea oggi a Bruxelles, con un pacchetto di rapporti e dati sugli investimenti pubblici nelle politiche sociali, visti come un fattore importante per la crescita economica.

In Italia il numero delle persone a rischio di povertà o esclusione sociale è aumentato dai 15,099 milioni del 2008 ai 17,112 milioni del 2011 (il 28,2 della popolazione, rispetto a una media Ue del 24,2%). Un trend che rende più difficile conseguire l'obiettivo nazionale di una riduzione di 2,200 milioni di individui in quest'area, fissato dalla Strategia 2020 dell'Ue. Un grafico relativo al 2010 mostra che rispetto all'Italia solo due paesi Ue, Bulgaria e Grecia, hanno ridotto meno il rischio di povertà (ma con Atene che ha speso di più per le politiche sociali).

«Con queste analisi - ha detto durante una conferenza stampa il commissario per l'Occupazione e gli Affari sociali, Laszlo Andor, rispondendo a una domanda specifica proprio sulla situazione italiana - vogliamo dimostrare che spesso vengono stabilite false alternative ('trade-off', ndr), che in realtà non esistono» fra spesa sociale e crescita economica. «Vogliamo dimostrare che molta spesa sociale, specialmente quando è lungimirante, quando possiamo parlare di 'investimento' sociale, è molto produttiva dal punto di vista economico, e questo è ciò che le cifre mostrano».

«Nel lungo termine, risparmiare, tagliare, tagliare e tagliare sulla spesa sociale non paga né dal punto di vista finanziario né dal punto di vista economico», ha sottolineato ancora Andor, sostenendo una posizione alquanto diversa dalle politiche di austerità anche attraverso pesanti riduzioni del welfare, promosse e in certi casi imposte dalla stessa Commissione negli anni scorsi, e in particolare dal collega agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, nei paesi dell'Eurozona colpiti dalla crisi del debito sovrano.

«Naturalmente - ha continuato il commissario - si può sempre migliorare la spesa sociale», e con il pacchetto presentato oggi «si evidenziano le opportunità di semplificare i sistemi di protezione sociale». Ma, ha continuato Andor, «vogliamo sottolineare che un'assistenza universale e inclusiva, anche se può richiedere una più alta spesa sociale, se gli investimenti sono fatti con saggezza ha senso anche dal punto di vista economico, e non solo sociale, sempre che non metta a rischio gli equilibri di bilancio».

Nell'Ue, le persone a rischio di povertà o esclusione sociale sono quasi 120 milioni, il 24,2% della popolazione, mentre i disoccupati sono 26 milioni (il 10,7% della popolazione attiva), ma il record più drammatico è quello della disoccupazione giovanile, che ha raggiunto il 22,7%.

In Italia, hanno spiegato i tecnici della Commissione, c'è innanzitutto il problema dell'«effetto regressivo» che ha la spesa pensionistica «sproporzionata» sul resto della spesa sociale, lasciando poco spazio per gli investimenti negli altri settori della protezione sociale.

Nella spesa per le famiglie, ad esempio, «i bambini dei gruppi sociali più svantaggiati dal punto di vista del reddito ricevono meno sostegno di quanto dovrebbero». Inoltre, «è problematico che in Italia non ci sia un reddito minimo garantito a livello nazionale», e che il sostegno economico minimo «dipenda solo dagli enti locali, che spesso non hanno risorse».

Per quanto riguarda i sussidi di disoccupazione, l'Italia è in un gruppo di paesi al quarto posto su cinque nella classifica delle migliori 'performance' dell'Ue: i sussidi riguardano un numero relativamente ridotto di persone e sono molto bassi, e anche se per la durata massima (10 mesi) sono vicini alla media europea, il confronto non regge con gli altri 'vecchi' Stati membri dell'Ue. In Belgio la durata è illimitata, in Olanda è di 60 mesi, in Danimarca di 48, in Francia di 36, in Portogallo di 30 e in Germania di 18 mesi.

Altro punto dolente è quello della spesa insufficiente per i servizi sociali (asili nido, servizi per disabili e anziani) che potrebbero liberare il potenziale di occupazione femminile. L'Italia ha uno dei peggiori tassi di occupazione delle donne fra i 20 e i 49 anni con figli sotto i 6 anni (stanno peggio solo Estonia, Bulgaria, Malta, Slovacchia, Repubblica ceca e Ungheria).

L'Italia, infine, al penultimo posto, davanti alla Bulgaria, per la percentuale di giovani che non studiano, non lavorano e non seguono alcuna formazione, il 20% nel 2011 con un aumento netto rispetto a poco più del 16% del 2008. Secondo la Commissione, questo significa una perdita economica stimabile a più del 2% del Pil nazionale.

Questi dati, assicura la Commissione, saranno presi in conto nelle raccomandazioni specifiche per paese che saranno rivolte all'Italia durante l'esercizio di sorveglianza multilaterale a livello Ue delle politiche economiche e di bilancio nell'ambito del 'Semestre europeo'.