12 novembre 2018
Aggiornato 21:30

30 anni fa la "prima" del Milan di Sacchi, il rivoluzionario del calcio

L'intuizione di Silvio Berlusconi che scovò l'allora sconosciuto tecnico romagnolo al Parma, gli esordi, i trionfi nazionali ed internazionali e la difficoltà del profeta di Fusignano nel ripetersi successivamente
Arrigo Sacchi è stato l'allenatore del Milan dal 1987 al 1991 e dal dicembre 1996 a giugno 1997
Arrigo Sacchi è stato l'allenatore del Milan dal 1987 al 1991 e dal dicembre 1996 a giugno 1997 (ANSA)

MILANO - 23 agosto 1987, 23 agosto 2017: sono passati 30 anni esatti dalla nascita del Milan di Arrigo Sacchi, 30 anni da quando Silvio Berlusconi scelse questo emerito sconosciuto che sedeva sulla panchina del Parma in serie B, 30 anni da quell'esordio in Coppa Italia a San Siro contro il Bari, quel 5-0 con debutto e gol di Marco Van Basten e col debutto in panchina di quel tecnico che avrebbe capovolto il calcio italiano. Si, perché Sacchi è stato il rivoluzionario principe, l’antesignano di un nuovo modo di concepire il calcio in Italia, sradicando dai polverosi muri del nostro paese la concezione che pareggiare in trasferta e cercare di vincere 1-0 in casa fosse il massimo traguardo possibile, specialmente in Europa. I quattro anni al Milan con due Coppe dei Campioni consecutive (ultima squadra a riuscirci prima del Real Madrid di Zidane) e un gioco spettacolare con pressing, intensità e aggressività, sembravano il preludio ad una carriera di altissimo livello, prestigio e successi, invece, uscito da Milanello, qualcosa si è rotto, qualcosa è andato perduto, Arrigo Sacchi e il suo gioco da allora non sono stati più gli stessi.

La Nazionale

Il 26 maggio del 1991 Sacchi guida il Milan per l’ultima volta nel pareggio a San Siro per 0-0 fra i rossoneri e il Parma di Nevio Scala: è una gara storica, per il Milan che saluta l’ex signor nessuno dopo 4 anni da leggenda (come da striscione di saluto della curva milanista quel giorno), per gli emiliani parmensi che da neopromossi in A conquistano un incredibile piazzamento in Coppa Uefa. Berlusconi ingaggia Fabio Capello (altra scommessa vinta dal presidente rossonero) e Sacchi viene chiamato dalla Federazione a guidare la nazionale dopo il fallimento di Azeglio Vicini che un anno dopo aver condotto gli azzurri al terzo posto di Italia ’90 ha mancato clamorosamente la qualificazione agli Europei del 1992 a beneficio dell’Unione Sovietica. L’intento della Federazione è chiaro: affidare la nazionale al miglior tecnico su piazza, che possa coniugare bel gioco, allenamenti intensi e risultati, puntando alla qualificazione e a un buon piazzamento ai mondiali statunitensi del 1994. Sacchi è entusiasta, anche se consapevole che lavorare in nazionale vorrà dire avere a disposizione i calciatori una volta ogni 3-4 mesi e che sarà impossibile ripetere i metodi di allenamento maniacali di Milanello. Ma il tecnico romagnolo è intransigente, lavora con dedizione e dedica tutte le sue giornate a guardare partite e a tracciare schemi per far rendere al meglio la nazionale, pretendendo assoluta collaborazione dalle società di serie A e dai calciatori italiani che storicamente, mondiali ed europei a parte, non sono mai stati particolarmente attaccati alla maglia azzurra. Sacchi inizia a spaccare l’Italia in due: i sacchiani e gli antisacchiani, non esistono più vie di mezzo, perché l’ex allenatore parte in quarta, sceglie calciatori esordienti per il nuovo corso ed esclude elementi del calibro di Roberto Mancini, Giuseppe Bergomi, Gianluca Vialli e Walter Zenga, zoccolo duro del gruppo storico di Vicini. Durante le qualificazioni a Usa ’94 la nazionale ottiene discreti risultati, partendo dal 2-2 col brivido di Cagliari contro la Svizzera, ma arrivando anche ai due brillanti successi contro il Portogallo, 3-1 in Lusitania e 1-0 a San Siro dove gli azzurri staccano il biglietto per gli Stati Uniti. Il gioco è però poco brillante, la nazionale sembra una formazione italiana vecchio stampo, prova ad imporsi in campo ma non ci riesce, Sacchi diviene il bersaglio preferito degli italiani che avevano, oltretutto, negli occhi il Milan guidato dal tecnico di Fusignano, una squadra in grado di dominare contro chiunque.

Usa ’94 ed Euro ‘96

Nonostante le critiche ed il gioco poco brillante, l’Italia acciuffa la qualificazione ai mondiali e parte per gli Stati Uniti con l’obiettivo di pareggiare almeno il risultato di quattro anni prima, ovvero la semifinale. Inoltre, il periodo storico del calcio mondiale vive una fase di transizione: Inghilterra e Francia non si sono qualificate, Olanda, Brasile ed Argentina hanno una qualità inferiore rispetto agli anni precedenti, la Germania campione del mondo in carica sta invecchiando e non ha ricambi all’altezza, mentre l’Italia presenta molti dei migliori calciatori del pianeta: dalla difesa rocciosa del Milan, al pallone d’oro 1993 Baggio, gli azzurri possono candidarsi seriamente per vincere il torneo. Ma l’inizio è durissimo: il caldo torrido e un gruppo sfilacciato causano il ko contro l’Eire all’esordio, la soffertissima vittoria sulla Norvegia regala 3 punti fondamentali a Sacchi ma apre una frizione con Roberto Baggio, la stella italiana, che accusa il tecnico di essere matto dopo averlo sostituito a seguito dell’espulsione di Pagliuca. L’Italia agguanta gli ottavi di finale dopo il pareggio contro il Messico e solamente per ripescaggio, Baggio sembra un pesce fuor d’acqua, Sacchi in panchina appare imbambolato, guarda il campo con la stessa faccia dei tifosi italiani, è attonito, con un punto interrogativo stampato sulla pelata. L’Italia non ingrana, vince contro la Nigeria agli ottavi 2-1 in rimonta e grazie a due guizzi (finalmente) di Baggio, poi batte la Spagna sempre per 2-1 e sempre in extremis e va in semifinale senza brillare. L’ennesimo 2-1, stavolta alla Bulgaria, regala a Sacchi la finale mondiale, gli azzurri volano a Pasadena dove troveranno il Brasile ma senza incantare. L’Italia è in fibrillazione, ma critica nei confronti di un tecnico che sta ottenendo i risultati ma con estrema fatica. La sconfitta ai rigori contro la Seleçao è dura da digerire, ma ancor di più per Sacchi lo sono le critiche al ritorno in Italia, stampa e tifosi accaniti contro di lui, i suoi metodi rigorosi e una nazionale presa per brillare e ridotta ad arrancare contro Nigeria ed Eire. Arrigo Sacchi inizia a soffrire di uno stress violento che lo porta a trasformarsi in panchina molto più del passato, il suo volto trasfigurato anche in gare abbordabili contro avversari mediocri; conduce tuttavia senza patemi la nazionale agli europei inglesi del 1996, costruendo un gruppo nuovo senza Baggio e Baresi, con qualche giovane rampante come Chiesa e Ravanelli. L’Italia arriva in Inghilterra come una delle favorite, batte la Russia nella prima gara e si avvia a qualificarsi per i quarti di finale; ma la sconfitta contro la Repubblica Ceca e l’inutile 0-0 contro la Germania con rigore fallito da Zola, estromettono gli azzurri dal torneo e pongono di fatto fine all’avventura di Sacchi a Coverciano. In Italia, infatti, il commissario tecnico della nazionale diventa l’uomo più odiato del paese, anche più dei politici (ed è tutto dire), vengono aperti addirittura dei Fan Club anti Sacchi, nelle piazze si organizzano petizioni e raccolte firma per cacciar via l’ex allenatore del Milan. Sacchi lascia la nazionale il 1 dicembre del 1996, richiamato da Berlusconi e dal Milan che nel frattempo, dopo i trionfi di Fabio Capello, è incappato in una stagione disgraziata, culminata con l’esonero dell’uruguaiano Tabarez.

Milan parte seconda

L’avventura numero 2 di Sacchi a Milanello sarà un calvario. Il tecnico non ha più la brillantezza degli anni precedenti, il Milan è cambiato, ma anche lui ha perso quella sfrontatezza che gli aveva permesso di portare i rossoneri in capo al mondo. Due giorni dopo il suo insediamento sulla panchina milanista, Sacchi si trova ad affrontare la partita decisiva per il passaggio del turno del Milan in Coppa dei Campioni a San Siro contro il Rosenborg: ai rossoneri basta un pareggio per piazzarsi al secondo posto dietro al già qualificato Porto, in più i norvegesi, battuti 4-1 all’andata, non sembrano rappresentare un ostacolo insormontabile per un Milan in difficoltà ma pur sempre dotato di calciatori di assoluto livello. Milan-Rosenborg diventa forse l’emblema, la fotografia chiara di un Milan e di un Sacchi che non ci sono più: i norvegesi segnano nel primo tempo, il Milan pareggia alla fine della prima frazione grazie all’attaccante francese Dugarry e per Sacchi sembra scacciato il peggio. Il dramma è invece dietro l’angolo, perché il Rosenborg intuisce le difficoltà di un Milan disorganizzato e di un allenatore nervoso e probabilmente in crisi di identità: un pasticcio fantozziano di Sebastiano Rossi regala il successo agli scandinavi che raggiungono un’insperata ma tutto sommato meritata qualificazione, mentre il Milan, a cui non basta un generoso ma confusionario forcing finale, va clamorosamente fuori al primo turno. Ben lontani sono i tempi dei trionfi di Sacchi con Gullit, Van Basten e compagni. Anche in campionato il Milan arranca e perde posizioni con inarrestabile costanza: Sacchi litiga con Panucci che viene ceduto con troppa fretta da Galliani, litiga con Roberto Baggio dopo le ruggini dei mondiali americani, litiga anche con Marco Simone, partito come spalla in attacco di Weah ad inizio stagione e finito a fare il tornante di centrocampo. Il Milan corre poco e male in campo, Sacchi non ha il polso dello spogliatoio, i tifosi rossoneri sono esasperati nonostante la stagione 1996-97 sia la prima negativa dopo dieci annate trionfali. Le due sconfitte di seguito contro Inter (1-3) e Juventus (1-6) creano una spaccatura insanabile fra il pubblico, la squadra e Sacchi; lo striscione «Avete infangato 10 anni da leggenda con 1 da vergogna» farà da accompagnamento a tutto il finale di stagione di un Milan che si trascina stancamente verso l’undicesimo posto che diventa il peggior risultato della storia rossonera da quando il presidente è Silvio Berlusconi. L’ultima vittoria di Sacchi alla guida del Milan è un irrilevante 3-1 alla già retrocessa Reggiana, mentre l’ultima panchina a San Siro del tecnico romagnolo è un deludente 0-1 contro il Cagliari, utile solo ai sardi per raggiungere lo spareggio salvezza contro il Piacenza. Sacchi lascia Milanello dopo sei mesi da incubo e tante certezze che iniziano a vacillare nella mente di un allenatore smarrito.

Atletico Madrid, Parma e ritiro

Il 16 giugno del 1998 Arrigo Sacchi torna in pista come nuovo allenatore dell’Atletico Madrid, in cerca di rilancio dopo la crisi del presidente Jesus  Gil e la retrocessione in serie B. La Liga affascina Sacchi che vuol tornare a regalare un calcio brillante in una piazza calda e in cerca di rilancio, proprio come lui. L’avventura si rivelerà però deludente, Sacchi fatica a rinnovarsi, non riesce a smussare il suo carattere rigido ma non riesce ad evolvere quelle concezioni di calcio che dopo dieci anni non riescono più ad imporsi in un mondo radicalmente cambiato. L’innovatore e rivoluzionario di un tempo è diventato vecchio, altri allenatori nel frattempo si sono affermati con idee nuove e schemi propositivi, Sacchi dimostra di non riuscire a tornare sui propri passi, almeno tatticamente parlando, e quando prova a farlo va in confusione. «Il gioco più dell’uomo», continua a ripetere, ma l’uomo nel calcio è diventato fondamentale, tecnicamente e fisicamente. L’Atletico Madrid esonera Sacchi il 14 febbraio del 1999, più o meno in concomitanza con le dimissioni di Marcello Lippi da tecnico della Juventus. Arrigo Sacchi, ormai stanco e stressato, accetta il ritorno in panchina il 9 gennaio del 2001, chiamato da un Parma in difficoltà e in crisi di identità e di gioco. Ma non è più il vero Sacchi, non è più probabilmente neanche un allenatore; nonostante risultati non del tutto deludenti, il tecnico romagnolo si dimette per troppo stress alla fine di quello stesso gennaio, lasciando ufficialmente la carriera di allenatore, iniziata dal basso, giunta all’apice del successo col più bel Milan della storia, ma avara di gloria e vittorie nei successivi dieci anni. Sacchi si ritaglia un discreto ruolo da dirigente, prima nel Parma stesso e poi nel Real Madrid, infine diviene nel 2010 coordinatore tecnico delle nazionali giovanili italiane, incarico che abbandona nel 2014. Oggi Arrigo Sacchi è un apprezzato opinionista televisivo, conoscitore infinito del calcio e dei calciatori, probabilmente troppo integralista per reggere un mondo in continua evoluzione; è questo, con ogni probabilità, il motivo principe per cui la carriera del tecnico di Fusignano è durata, in fondo, lo spazio di 4 anni, in cui Sacchi ha dimostrato tutte le sue capacità, anni insufficienti a farne un allenatore vincente a lungo termine, ma in grado di regalare al mondo del calcio una delle squadre più belle di sempre, oltre alla rivoluzione della storica sparagnina mentalità italiana. Comunque sia andata, quel 23 agosto di 30 anni fa resta a tutt'oggi indimenticabile.