28 maggio 2020
Aggiornato 20:00
Parole choc del francese

Jean Todt, l'ex boss Ferrari ora difende la Mercedes

Incredibile presa di posizione dell'ex idolo dei ferraristi, oggi presidente della Federazione: «Non c'è niente di male se le frecce d'argento dominano incontrastate: piuttosto, sono gli altri che dovrebbero migliorare».

ROMA – Il suo nome è legato a filo doppio a quello della Ferrari. E, in particolare, agli anni migliori della storia recente della rossa: quelli dei cinque titoli mondiali consecutivi di Michael Schumacher, l'uomo che lui stesso portò a Maranello per costruirgli intorno una squadra capace di annichilire la concorrenza. Oggi, però, che ha lasciato il Cavallino rampante per assumere il ruolo più prestigioso di tutto l'automobilismo, quello di presidente della Federazione internazionale dell'automobile, il francese sembra per certi versi rinnegare la Scuderia. O, per meglio dire, difendere la sua acerrima rivale: la Mercedes, che oggi con Lewis Hamilton si è trasformata in una corazzata imbattibile, tale e quale quella che era la Ferrari ai tempi suoi e di Schumi.

Monologo inevitabile
Sarà forse per questo che Todt ha definito «ingiuste» le critiche rivolte alle frecce d'argento per il loro dominio assoluto, invitando piuttosto la concorrenza (Ferrari in testa, inevitabilmente) ad alzare il livello della competizione nei loro confronti. «Sarei più che contento se ad ogni Gran Premio ci fosse un vincitore diverso, ma questo non accadrà mai – ha dichiarato il 69enne ai microfoni della rivista specializzata inglese Autosport – Bisogna accettare che il dominio fa parte dello sport. E non solo nell'automobilismo, perché domini del genere si vedono nel calcio, nel tennis, nell'atletica, nel rugby. Ovunque. Dunque, perché non ci si dovrebbe aspettare un dominio anche nell'automobilismo? La negatività che lo circonda è assolutamente ingiusta, ma le critiche costruttive, invece, le accetto».

Va tutto bene... o no?
I cicli di successo, dunque, secondo Todt fanno parte dello sport e non si può criticare chi vince solo perché è il migliore. «Ovviamente non sono soddisfatto – aggiunge però il numero uno della Fia – Penso che la sfida potrebbe essere migliore, e quando ci sediamo a un tavolo, a porte chiuse, cerchiamo di capire come potremmo migliorare le cose. Ma non c'è alcun motivo di punirci. O almeno io non sono così ambiguo da comprenderlo». Un pizzico di ambiguità, però, nelle parole di un uomo che deve tutta la sua carriera al periodo che ha trascorso a Maranello e che oggi sembra velatamente tifare per i suoi diretti avversari, non la si può negare. Chissà come la prenderanno i tifosi, per i quali dieci anni fa lui era una specie di idolo, a leggere queste sue dichiarazioni.

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