16 novembre 2019
Aggiornato 01:30

La debacle mondiale della Russia inguaia Capello

Al tecnico friulano è arrivata una convocazione inattesa da parte del Parlamento russo per spiegare il flop mondiale. Insieme a Capello, chiamati a rapporto anche i dirigenti del ministero dello sport.

MOSCA - Capello convocato domani al parlamento russo, insieme ai dirigenti del ministero dello sport e dell'Unione calcistica, per spiegare il flop della nazionale russa ai Mondiali e i suoi progetti per il futuro: lo ha annunciato il deputato Igor Ananskikh, capo della commissione sport della Duma, come riferisce R-sport. Dopo la mancata qualificazione agli ottavi (due pareggi e una sconfitta in un girone non impossibile), Don Fabio è finito nel mirino della stampa russa (Sport-Express, il maggior quotidiano sportivo del Paese ne ha invocato le dimissioni in prima pagina dopo il pareggio con l'Algeria) e del mondo politico, anche per il suo ingaggio stellare: secondo i media, 5-6 milioni di euro l'anno nel primo contratto biennale firmato nel 2012 e 8-9 milioni di euro l'anno nel rinnovo dello scorso gennaio sino al 2018, quando la Russia ospiterà i prossimi mondiali. Cifre che fanno del tecnico friulano uno dei 5 allenatori più pagati al mondo, e quello più pagato tra i ct del Mondiale 2014.

CAPELLO: FATTO UN BUON LAVORO - Ieri alla Duma, la camera bassa del parlamento russo, l'istrionico leader ultranazionalista Vladimir Zhirinovski, lo ha chiamato «ladro», mentre l'on. Oleg Pakholkov ha chiesto che restituisca tutti o almeno metà degli 800 milioni di rubli (oltre 17 milioni di euro) ricevuti finora per un risultato «vergognoso». Secondo una fonte di Itar-Tass, Capello avrebbe ottenuto nel rinnovo del suo contratto un «paracadute d'oro» di 25 milioni di dollari in caso di licenziamento. All'indomani dell'uscita dal torneo brasiliano, Capello, che da ieri risulta in ferie, si era auto assolto: «Con questa squadra siamo arrivati al Mondiale per la prima volta in 12 anni. Penso di aver fatto un buon lavoro finora ed è un peccato che non siamo riusciti ad andare avanti».