16 dicembre 2018
Aggiornato 19:00

Come freddo e vento possono farci venire un infarto

L’abbassamento delle temperature e il vento autunnale possono renderci più vulnerabili ai problemi di cuore. Lo studio

Freddo e salute cardiaca
Freddo e salute cardiaca (Shutterstock.com)

Ricercatori della Lund University in Svezia, coordinati dal cardiologo David Erlinge, hanno condotto uno studio in cui emerge che c’è un significativo «aumento degli attacchi cardiaci con le basse temperature, forte vento, ridotta esposizione al sole e bassa pressione atmosferica».

Se la temperatura cambia
Il dottor Erlinge e colleghi hanno dunque scoperto che freddo, vento e bassa pressione atmosferica possono avere un impatto negativo sul cuore. Le conclusioni sono giunte dopo che i ricercatori hanno studiato più di 274mila svedesi che hanno avuto attacchi di cuore tra il 1998 e il 2013. Per capire se il tempo meteorologico avesse un ruolo in tutto questo, gli autori hanno esaminato che tempo faceva nel giorno di ogni infarto, per osservare se alcune condizioni sembravano rendere le persone più inclini a problemi cardiaci. Ad aver avuto un impatto maggiore sul rischio di infarto del miocardio è stata la temperatura dell’aria – con un rischio più grande quando la temperatura è scesa sotto i 35 gradi Celsius (o 32 Fahrenheit). Ma anche durante i giorni di sole brevi (come capita in autunno e inverno), i venti intensi e una bassa pressione dell’aria sono stati collegati a un aumento del rischio.

Gli effetti del tempo
Secondo i ricercatori, l’aumento del rischio di attacco cardiaco osservato potrebbe essere dovuto agli effetti del tempo sul sistema circolatorio. «Sappiamo che il freddo e il vento inducono il corpo a contrarre i vasi sanguigni della pelle per preservare la temperatura e l’energia – ha spiegato Erlinge – Ciò provoca un pompaggio del cuore contro una maggiore resistenza, che aumenta lo stress sul cuore e può scatenare un infarto». Tuttavia, si legge nello studio, il rischio di infarto è diminuito di circa il 3% per ogni aumento di 7 °C della temperatura minima dell’aria.

Causa ed effetto
Il coautore dello studio, pubblicato su JAMA Cardiology, dottor Usman Baber professore di cardiologia presso la Icahn School of Medicine a Mount Sinai (New York City), avverte tuttavia, che lo studio non può dimostrare una relazione causa/effetto. E che molti altri fattori possono entrare in gioco sull’aumento del rischio di infarto. «Sospetto che la base per questa associazione osservata sarà più complessa di così – ha sottolineato Baber – La fisiologia può avere un ruolo, ma altri fattori come il comportamento del paziente che varia con il tempo potrebbero avere anch’essi un ruolo. Quando il tempo cambia, le persone possono comportarsi in modo diverso – ha continuato Baber – Forse sono più stressati: lo stress gioca un ruolo importante nel rischio di attacco cardiaco, forse le persone non assumono farmaci con regolarità». Altri fattori di rischio sono la scarsa attività fisica, ricordano i ricercatori, e poi i cambiamenti nella dieta e la depressione sono altri fattori comportamentali che potrebbero influenzare il rischio di infarto stagionale. La gente potrebbe anche essere più incline a infezioni respiratorie e influenza durante questo tipo di tempo, e quelle malattie sono noti fattori di rischio per l’infarto. Per esempio – proseguono i ricercatori – è stato dimostrato che un’infezione respiratoria può causare un aumento di 6 volte del rischio di infarto.

Le precauzioni
Per chi è a rischio infarto, o anche chi non vuole comunque rischiare, il dottor Erlinge consiglia di vestirsi adeguatamente nei giorni più freddi, in modo da non sentire troppo freddo e costringere il corpo  – e il cuore – a un superlavoro. «Se sei ad alto rischio, puoi evitare di uscire in un clima molto freddo e ventoso», ha concluso Erlinge.

Riferimento: David Erlinge, M.D., Ph.D., cardiology head, Lund University, Lund, Sweden; Usman Baber, M.D., assistant professor, cardiology, Icahn School of Medicine at Mount Sinai, New York City; Oct. 24, 2018, JAMA Cardiology. Doi:10.1001/jamacardio.2018.3466.