28 settembre 2022
Aggiornato 20:00
Microbiota e steatosi

Steatosi o fegato grasso: è colpa di alcuni batteri intestinali?

Alcuni scienziati hanno trovato una possibile causa del fegato grasso: i batteri intestinali che producono tali sostanze potrebbero anche rilevare la malattia prima che si manifesti

Steatosi provocata da batteri intestinali?
Steatosi provocata da batteri intestinali? Foto: Shutterstock

I batteri che popolano il nostro intero organismo possono incidere sul nostro stato di salute. E gli ultimi studi sul microbiota intestinale ne sono la conferma. Tuttavia, quest’ampio argomento è ancora oggetto di studio. Ma tra una ricerca e l’altra sono emersi diversi aspetti interessanti. Uno di questi sono i prodotti chimici prodotti dai batteri. Sarebbero proprio tali sostanze a generare eventuali sintomatologie o, al contrario, a proteggerci da altre. Ma non solo: potrebbero addirittura essere usati come una sorta di mezzo diagnostico. Molti batteri che si trovano nel nostro intestino, per esempio, potrebbero far pensare a una mattia epatica. Ecco perché.

Segni premonitori
Secondo un team internazionale di scienziati composto da ricercatori provenienti dell'Imperial College di Londra, dall'Università di Girona, dall'Università di Roma Tor Vergata e dall'INSERM di Tolosa, i sottoprodotti chimici prodotti dai batteri che compongono il microbiota intestinale possono essere utilizzati come segni premonitori di una malattia epatica. E per rilevarli è sufficiente fare un esame del sangue.

Steatosi non alcolica
Una delle patologie più facilmente rilevabili tramite questo nuovo approccio è la steatosi epatica non alcolica (NAFLD). Si tratta di una patologia che inizia con l’accumulo di grasso a livello epatico ma che, con il tempo, potrebbe portare a cicatrici e cirrosi. Nei casi più gravi potrebbe anche sfociare in un’insufficienza epatica e cancro. La maggior parte delle persone affette dalla condizione, tuttavia, non si accorge di averla fino a quando non raggiunge una situazione piuttosto preoccupante.

Microbi e steatosi
Gli scienziati sono riusciti a trovare un composto chimico denominata acido fenilacetico (PAA). Tale sostanza sarebbe prodotta da alcuni batteri che si trovano nell'intestino. Ma non solo: una minima traccia identificabile attraverso un esame del sangue, sembra essere collegata alla NAFLD ed è rilevabile fin dalle fasi iniziali. Ciò significa che il PAA è un potenziale marcatore biologico che potrebbe essere usato per accedere a delle cure precoci. «Attraverso questo lavoro potremmo aver scoperto un biomarker per la malattia stessa, ma nel complesso dimostra che il microbioma sta avendo un effetto sulla nostra salute», ha dichiarato la dottoressa Lesley Hoyles, Department of Surgery & Cancer.

Lo studio
Per arrivare a simili conclusioni, gli scienziati hanno preso in esame 100 persone affette da obesità e fegato grasso e a tutte sono stati prelevati diversi campioni di sangue, di urine e feci insieme a del tessuto epatico. I risultati sono stati poi confrontati con individui sani e i dati hanno mostrato che la più grande differenza risiede nella presenza di PAA, un composto prodotto dai batteri intestinali che scompongono gli aminoacidi derivanti dal cibo.

Differenza durante la malattia in fase avanzata
Altro dato importante emerso dallo studio è che quando la malattia era in stadio avanzato, il numero totale dei geni codificati dai batteri intestinali cominciava a diminuire, ciò significava che il microbioma era sempre meno diversificato, ovvero costituito da un minor numero di tipi diversi di batteri. A conferma di ciò, studi precedenti avevano dimostrato che il numero di geni microbici attivi diminuisce drasticamente in presenza di disturbi metabolici come l'obesità.

Un ulteriore test
Per essere certi che la causa di tutto fossero i batteri che emettevano sostanze deleterie per il fegato, gli scienziati hanno provato a somministrare del PAA in topi sani e hanno dimostrato che poco dopo gli animali hanno cominciato a soffrire di fegato grasso. Stessa cosa è accaduta quando è stato trasferito il microbiota di un topo affetto da steatosi in uno che era sano. Anche in questo caso il topo aveva sviluppato la malattia. «La letteratura scientifica mostra che il microbioma cambia in una serie di malattie, ma potrebbe essere il caso di «è nato prima l’uovo o la gallina?» e non necessariamente un rapporto di causa ed effetto. È chiaro che il microbioma ci influenza perché in qualsiasi momento abbiamo circa 200 metaboliti nella nostra circolazione dai nostri batteri intestinali, quindi hanno effetti a lungo termine e possono influenzare la malattia», spiega il dottor Hoyles.

Troppi pochi batteri intestinali
«Il collasso della diversità genetica dei batteri intestinali osservato nei disordini metabolici è preoccupante: i nostri microbi sembrano perdere la capacità di trarre benefici composti e iniziano a produrre quelli che ci mettono sulla strada della malattia. Il concetto che potremmo usare sui segnali chimici prodotti dai nostri batteri intestinali per individuare le malattie è eccitante: apre la possibilità al fatto che un semplice test di screening effettuato in una clinica possa un giorno essere utilizzato per individuare i primi segni della malattia», ha dichiarato il dottor Marc-Emmanuel Dumas.

Ulteriori verifiche
«Ora abbiamo bisogno di esplorare ulteriormente questo collegamento e di vedere se composti come il PAA possono effettivamente essere usati per identificare i pazienti a rischio e persino prevedere il decorso della malattia. La buona notizia è che manipolando i batteri intestinali, potremmo essere in grado per prevenire la malattia del fegato grasso e le sue complicanze cardiometaboliche a lungo termine», continua Dumas. «Abbiamo scoperto eccitanti connessioni tra la composizione del microbiota intestinale, il fegato grasso e il metabolismo dei carboidrati, contribuendo a capire meglio perché il 30% dei soggetti con obesità non sviluppa un fegato grasso nonostante la massa grassa sia drammaticamente aumentata», commenta José Manuel Fernández-Real, medico capo dell'Università di Girona.

Tradurre i risultati nella pratica clinica
«Il ruolo del microbioma intestinale nei disordini metabolici è schiacciante: il nostro studio ha colmato una lacuna che collega la bassa ricchezza genetica microbica al fegato grasso, l'obiettivo ora è quello di tradurre questi risultati nella pratica clinica per prevenire l'insorgenza di complicanze a lungo termine dell'obesità», conclude il professor Massimo Federici dell'Università di Roma Tor Vergata ha aggiunto. I risultati dello studio, finanziato dall’Unione Europa, dal National Institute for Health Research (NIHR BRC) e dal Medical Research Council, sono stati pubblicati su Nature Medicine.

Fonti scientifiche

[1] Gut bacteria markers could be a ‘smoking gun’ for liver disease – Imperial College London

[2] Gut bacteria markers could be a ‘smoking gun’ for liver disease – Eureka Aler