19 settembre 2018
Aggiornato 10:30

Depressione, scienziati ne identificano un nuovo tipo

Alcune persone non rispondono ai tradizionali antidepressivi. Scienziati giapponesi, finalmente, scoprono il motivo
Esiste un nuovo tipo di depressione?
Esiste un nuovo tipo di depressione? (Marcos Mesa Sam Wordley)

La depressione è un disturbo che non ha età, non predilige un tipo di sesso e si verifica in ogni angolo del pianeta. Le statistiche ci dicono che circa 300 milioni di persone in tutto il mondo sono affette da questo problema. Non a caso sono molte le case farmaceutiche che hanno sviluppato farmaci in grado di tenere a bada la malattia. Nonostante ciò, un’ampia fetta della popolazione non risponde al trattamento. Il motivo per cui ciò accade è una domanda che si sono posti scienziati in tutto il mondo, senza giungere a conclusioni concrete. Tuttavia, uno studio pubblicato su Neuroscience sembra aver trovato una possibile causa: una forma di depressione mai presa in considerazione prima d’ora.

Le ipotesi sulla depressione
Quando si parla di depressione, generalmente scienziati di tutto il mondo si riferiscono a quella che è conosciuta come ipotesi della monoamina. Si tratta, in sintesi, di due sostanze coinvolte nel tono dell’umore: la serotonina e la norepinefrina. Entrambe carenti nei pazienti affetti da forme depressive. Ecco perché i farmaci mirano a portare equilibrio in queste due monoamine. Inaspettatamente, però, molti pazienti non rispondono al trattamento.

Ci deve essere un’altra spiegazione
Da tempo si cerca di individuare il motivo per cui i medicinali di uso comune non hanno effetto su una determinata categoria di pazienti. «Il 30% delle persone con questi farmaci non ha alcun effetto. Ovviamente, abbiamo bisogno di un nuovo farmaco! Abbiamo bisogno di un'altra spiegazione per quello che potrebbe causare depressione», ha dichiarato il dottor Yumiko Saito che ha condotto lo studio insieme al professor Yuki Kobayashi. Tutti e due neuroscienziati presso la HU's Graduate School of Integrated Arts and Sciences.

La proteina della depressione
Lo studio, condotto dal team dell’Hiroshima University, è basato su lavori precedenti che avevano identificato come una particolare proteina, nota con il nome di RGS8, è in grado di controllare un recettore ormonale chiamato MCHR1. L’espressione della RGS8 è direttamente collegata ad alcuni parti del cervello coinvolte nel movimento e nella regolazione dell’umore. Se MCHR1 viene attivato c’è un miglioramento nella regolazione del sonno, nelle risposte dell’umore e dell’alimentazione. Ora, però, i ricercatori hanno scoperto che in alcuni casi la proteina RGS8 può inattivare MCHR1.

Meno proteina, più depressione
In sintesi, ciò che hanno scoperto gli scienziati è che quando c’è uno squilibrio dei livelli della proteina RGS8 si ha un comportamento depressivo maggiore a causa del ruolo con MCHR1. Gli studi precedenti, tuttavia, erano stati solo condotti in laboratorio, mail gruppo guidato da Saito ha voluto esaminare la depressione direttamente nei topi e comprendere le differenze comportamentali e immunoistologiche. Per farlo hanno usato il test del nuoto, sfruttato spesso dai ricercatori allo scopo di valutare i comportamenti depressivi negli animali. Per farlo, vengono misurati i tempi di attività di ciascun roditore e lo sottraggono dal tempo totale del test. Il risultato finale è il periodo di immobilità – che equivale a una maggiore depressione.

Immobilità più breve
I dati hanno dimostrato come i topolini che avevano un tempo di immobilità più breve avevano anche una quantità più elevata di RGS8. Ma se veniva somministrato loro un farmaco antidepressivo che agisce sulle monoamine, i tempi di immobilità erano ancora più brevi. Tuttavia, se veniva fornito loro un medicinale che impediva a MCHR1 di funzionare, i tempi di immobilità rimanevano elevati, suggerendo livelli più alti di comportamento depressivo. «Questi topi hanno mostrato un nuovo tipo di depressione. Le monoamine sembravano non essere coinvolte in questo comportamento depressivo, ma MCHR1 sì», spiega Saito.

Il cervello visto al microscopio
Allo scopo di effettuare ulteriori approfondimenti, i ricercatori hanno esaminato il cervello dei topi al microscopio in modo da identificare bene la relazione tra MCHR1 e RGS8. Per farlo hanno misurato la dimensione delle cilia che germogliavano dalle cellule di una regione dell’ippocampo denominata CA1. In questa, la concentrazione di RGS8 era decisamente più elevata. Possiamo pensare alle cilia come una sorta di antenne TV coinvolte, però, nella comunicazione cellulare.

Cilia più lunghe con il farmaco
Il team ha scoperto che i topi con alterazioni della proteina RGS8 non si limitavano ad agire in modo più depresso, ma avevano anche cilia più lunghe nelle regioni del cervello dove le concentrazioni di RGS8 erano al massimo. Le cilia anormali sono state collegate anche a obesità, malattie retiniche e malattie renali. Anche dopo la somministrazione di un farmaco che impediva a MCHR1 di funzionare, le cilia sembravano essere più lunghe. Ciò ha portato gli scienziati a pensare di formulare farmaci appositi che prendano in considerazione l’equilibrio della proteina RGS8, piuttosto che le monoamine, per persone che soffrono di questo anomalo tipo di depressione.