21 ottobre 2018
Aggiornato 04:30

Tumori del fegato, tre studi mostrano gli incoraggianti risultati terapeutici

Tre nuovi studi condotti dai ricercatori dell'Università Cattolica e del policlinico Gemelli mostrano come una nuova tecnica possa offrire eccellenti risultati
Tumori epatici, ci sono nuove cure
Tumori epatici, ci sono nuove cure (Shutterstock.com)

ROMA – Grazie alla radioterapia interventistica oggi è possibile trattare i tumori epatici di maggiori dimensioni, multipli o localizzati in sedi 'difficili' o tecnicamente complesse. Queste terapie si affiancano e non si contrappongono agli altri possibili trattamenti chirurgici, chemioterapici e radioterapici, per la cura dei tumori. Si tratta di procedure combinate che si svolge in un'unica seduta in cui si esegue la termoablazione e la chemio-embolizzazione arteriosa, cioè chemioterapia selettiva, seguita dall'occlusione del vaso che vascolarizza la lesione tumorale con grande efficacia e sicurezza.

Se n'è parlato al Congresso 'Mio Live 2018'
Questi gli argomenti al centro del congresso 'Mio Live 2018', Mediterranean Interventional Oncology, che si svolge ancora oggi presso il Policlinico A. Gemelli (Aula Brasca), promosso dall'Istituto di Radiologia dell'Università Cattolica e dall'Area Diagnostica per Immagini della Fondazione Policlinico Gemelli. Presiedono il Congresso Cesare Colosimo, Direttore Area Diagnostica per Immagini del Policlinico Gemelli, professore ordinario di Radiologia all'Università Cattolica, Riccardo Manfredi, Direttore Radiologia Diagnostica e Interventistica Generale (UOC) del Gemelli, ordinario di Radiologia all'Università Cattolica e Roberto Iezzi, Dirigente Medico Radiologia d'Urgenza (UOC) del Gemelli, radiologo interventista presso l'Università Cattolica di Roma.

Un'evoluzione tecnologica
Nello scenario di cambiamento ed evoluzione tecnologica, la Radiologia interventistica del policlinico Gemelli rappresenta un centro di riferimento nazionale ed internazionale, con una casistica che supera 2.000 procedure ogni anno per il trattamento di alcuni tumori, tra cui quelli epatici, dove sono utilizzate le più innovative procedure e tecnologie di radiologia interventistica grazie soprattutto a una stretta collaborazione con tutti gli altri specialisti clinici. Questa stretta collaborazione multidisciplinare consente di ottenere una corretta selezione dei pazienti che possono giovarsi a pieno della disponibilità di tecnologie avanzate e dell'eccellenza delle diverse e integrate metodologie impiegate nel Gemelli con i migliori risultati in termini di successo tecnico, guarigione e sopravvivenza dei pazienti. La stretta collaborazione con i colleghi oncologi e radioterapisti oncologi, diretti dal prof. Vincenzo Valentini, direttore del Polo Scienze Oncologiche ed Ematologiche con i colleghi epatologi e gastroenterologi, diretti dal Prof Antonio Gasbarrini, Direttore Area Gastroenterologia della Fondazione policlinico Gemelli, ordinario di Patologia speciale Medica e Semeiotica Medica all'Università Cattolica di Roma, e con i colleghi chirurghi epatobiliari, diretti dal Prof Felice Giuliante, direttore dell'UOC Chirurgia generale ed epato-Biliare, ha reso possibile la nascita di tale evento, MIOLive 2018, giunto ormai alla sua terza edizione.

Tre studi ad hoc
Il Mio Live 2018 è anche l'occasione per presentare tre studi clinici, relativi ai trattamenti contro i tumori epatici avanzati promossi dai ricercatori dell'Istituto di Radiologia dell'Università Cattolica di Roma e dai radiologi interventisti del policlinico A. Gemelli: la radioembolizzazione transarteriosa che permette una maggiore efficacia terapeutica nel trattamento di pazienti in condizioni cliniche più avanzate, non passibili di altri trattamenti; l'utilizzo combinato di termoablazione e chemioembolizzazione che offrono interessanti risultati terapeutici contro i tumori epatici di grandi dimensioni non trattabili con la chirurgia; un terzo studio riguarda l'utilizzo dell'approccio transradiale per i trattamenti intra-arteriosi epatici con maggior confort per il paziente nel post-procedura.

Come funziona
La radioembolizzazione transarteriosa consente di eseguire un trattamento radiante in maniera locoregionale, mini-invasiva, selettiva nel solo organo bersaglio, con ridotti rischi procedurali. «Tale trattamento è reso possibile dalla stretta collaborazione tra radiologi, medici nucleari, radioterapisti, fisici sanitari, epatologi, oncologi e chirurghi epatici – spiega il prof. Riccardo Manfredi – Con questa collaborazione multidisciplinare si può ottenere innanzitutto la corretta selezione dei pazienti che possono giovarsi a pieno di tale trattamento, con i migliori risultati in termini di successo tecnico, guarigione e sopravvivenza dei nostri pazienti. Tale trattamento, come tutti i trattamenti di radiologia interventistica oncologica, rappresenta un'opzione aggiuntiva ormai consolidata e comprovata, per pazienti con patologie tumorali, primitive e secondarie, che si affianca (e non si contrappone) agli altri possibili trattamenti chirurgici, chemioterapici e radioterapici. Alla possibilità di trattare lesioni tumorali epatiche primitive quali epatocarcinomi, si è affiancato il trattamento di lesioni tumorali primitive quali colangiocarcinomi e metastasi, principalmente ma non solo da tumore del colon-retto non responsive ai trattamenti chemioterapici standard». Il Policlinico Gemelli rappresenta una delle principali strutture del Centro-Sud ad offrire una tale opzione terapeutica. Tale opzione terapeutica si inserisce inoltre tra i trattamenti eseguibili in pazienti in attesa di trapianto, nell'ambito della gestione multidisciplinare del Centro Trapianto di Fegato del Gemelli, diretto dal Prof Salvatore Agnes.

I risultati del secondo studio
Il secondo studio mostra i risultati ottenuti unendo due procedure di radiologia interventistica, la termoablazione (trattamento che determina la necrosi dei tessuti tramite il calore) e la chemioembolizzazione, nella cura del carcinoma epatico. Nel lavoro viene infatti riportata una nuova opzione di trattamento delle lesioni tumorali epatiche ottenuta abbinando in un'unica seduta l'esecuzione della termoablazione con la procedura di chemioembolizzazione arteriosa, ossia di chemioterapia selettiva seguita dall'occlusione del vaso che vascolarizza la lesione tumorale. In particolare, il trattamento viene eseguito in un'unica seduta, in anestesia locale e con una minima sedazione, senza necessità di esposizione chirurgica degli organi o anestesia generale. In questa maniera viene incrementata l'area di necrosi creata dalla termoablazione e l'effetto chemioterapico mirato all'interno del fegato, proprio della chemioembolizzazione.
«Tale approccio – sottolinea il prof. Cesare Colosimo – consente di ampliare le indicazioni alla termoablazione con possibilità di curare in un'unica seduta tumori di maggiori dimensioni, multipli o localizzati in posizioni tecnicamente complesse, in maniera efficace e soprattutto sicura, con riduzione dei potenziali rischi procedurali».

Aumenta il tasso di sopravvivenza
Con queste procedure si ottiene inoltre un incremento del tasso di sopravvivenza dei pazienti e una significativa riduzione del numero di procedure a cui il paziente deve sottoporsi. «Va sottolineato – aggiunge Roberto Iezzi, radiologo interventista dell'Università Cattolica e medico dell'UOC di Radiologia d'urgenza del Gemelli – che tale trattamento si è dimostrato sicuro ed efficace, in assenza di significative complicanze, con un tempo procedurale e un tempo di degenza media simili alla sola chemioembolizzazione, con un ritorno precoce alla normale vita quotidiana da parte del paziente». Questo tipo di trattamento è frutto di una continua evoluzione tecnologica della radiologia interventistica che ha come obiettivo quello di ampliare le indicazioni a un numero sempre più crescente di pazienti, migliorando il trattamento oncologico nel futuro. In particolare, tali trattamenti, eseguiti in collaborazione con il gruppo HepatoCatt, coordinato da Antonio Gasbarrini, Direttore Area Gastroenterologia della Fondazione policlinico Gemelli, ordinario di Patologia speciale Medica e Semeiotica Medica all'Università Cattolica di Roma, sono rivolti ai pazienti affetti da epatocarcinoma di grandi dimensioni, non trattabili con la chirurgia, o localizzate in posizioni tecnicamente complesse.

E i risultati dell'ultimo studio
L'ultimo lavoro riguarda l'utilizzo dell'approccio transradiale rispetto a quello transfemorale. Lo studio comparativo prospettico confronta l'approccio transfemorale (TFA) e l'approccio transradiale (TRA) in pazienti sottoposti a chemioembolizzazione epatica in termini di sicurezza, fattibilità e variabili procedurali, tra cui tempo di fluoroscopia, dose di radiazioni e preferenza del paziente. L'approccio transradiale (TRA) si è dimostrato fattibile e sicuro per l'esecuzione di procedure di chemioembolizzazione epatica transarteriosa, con un elevato successo tecnico, bassi tassi di complicanze, con un miglior comfort per il paziente trattato. Va sottolineato infatti che tale approccio transradiale è stato preferito a quello standard transfemorale in più dell'80% dei pazienti inclusi nello studio in caso di necessità di nuovo trattamento.
«Nel corso degli ultimi venti anni – conclude Roberto Iezzi – si è andata delineando una nuova figura professionale, quella del medico radiologo interventista. Questa figura interagisce direttamente con i pazienti con patologie tumorali, esegue i trattamenti in maniera mini-invasiva percutanea, senza richiedere alcuna esposizione chirurgica dei distretti corporei su cui si opera, prevalentemente in anestesia locale e in alcuni casi associata a una sedazione profonda, senza necessità di anestesia generale, minore stress procedurale per il paziente, riduzione del dolore, degli effetti collaterali e delle complicanze, nonché dei tempi di ricovero ospedaliero e una più rapida ripresa delle normali attività quotidiane, rispetto a quanto avviene con i pazienti trattati con le terapie chirurgiche convenzionali».