25 giugno 2019
Aggiornato 07:00
Il caso del piccolo Charlie

Charlie Gard: ormai è troppo tardi. La resa dei genitori. Si staccherà la spina

Si è perso troppo tempo, e le cure sono ormai inutili. Questa la sentenza per il piccolo Charlie Gard. Il Tribunale respinge il ricorso e i genitori si arrendono. Per l'On. Gigli «ucciso perché disabile»

LONDRA – Sono giunte le ultime ore per il piccolo Charlie Gard, protagonista di una drammatica vicenda che si trascina da tempo. Dopo che il Tribunale ha respinto il riscorso, anche i genitori si arrendono: i medici potranno staccare la spina e il piccolo seguirà la natura, lasciando questo difficile mondo. Ma a ricordare la lotta per la vita del bimbo sarà soprattutto il tempo che è stato perso dietro alla burocrazia, che ha reso vani tutti i tentativi di poter trovare una cura, che di fatto è ormai divenuta inutile. E anche il Papa in queste ore rivolge la sua preghiera per il piccolo Charlie.

La malattia inesorabile
La malattia che affligge il piccolo Charlie, di soli 11 mesi, è una rara condizione genetica chiamata Deplezione del Dna mitocondriale. Una condizione che non le ha lasciato scampo, perché ormai è troppo tardi. Difatti, lunedì scorso i genitori hanno gettato la spugna, rinunciando anche alla battaglia legale per farlo curare negli Usa, come era stato paventato. Grant Armstrong, il legale della famiglia Gard ha dichiarato durante l’apertura della nuova udienza all’Alta Corte di Londra: «È troppo tardi per Charlie. Il trattamento sperimentale non può ora offrire possibilità di successo». Per tale motivo «i genitori ritirano la richiesta di modificare la sentenza originale della Corte». La sentenza era quella che autorizzava l’ospedale a staccare la spina del respiratore che tiene in vita il piccolo Charlie dall’ottobre 2016. Il gesto doveva essere compiuto lo scorso 11 aprile al Great Ormond Street, l’ospedale pediatrico di Londra.

È finita
Dietro al legale di famiglia, i genitori di Charlie erano visibilmente disperati, e in quell’occasione hanno fatto esprimere l’avvocato, il quale anche lui appariva molto provato: «Il danno è stato fatto – ha proseguito con la voce spezzata – Charlie ha sofferto un’atrofia muscolare estesa che è irreversibile anche per la Nucleoside Therapy. Non è dunque più nell’interesse del piccolo proseguire questo corso di trattamento». Ecco perché i genitori, Connie e Chris, hanno deciso di arrendersi. Ma sperano che la triste vicenda occorsa al loro piccolo sia di insegnamento per altri che possano trovarsi nella stessa situazione, e che sottolinei la necessità di «agire prima possibile» per offrire una speranza. Il prossimo loro passo sarà quello di creare una Fondazione, in modo che la voce di Charlie «continui a essere ascoltata».

Danni irreversibili
Dopo l’ultimo esame, eseguito con la risonanza magnetica la scorsa settimana, si è evidenziato come nel bambino si siano prodotti danni irreversibili al cervello. Per questo motivo, il neurologo statunitense Michio Hirano ha dichiarato che non intendeva più sottoporre il bambino alla terapia sperimentale. Il parere del neurologo è stato riportato dal legale dei coniugi Gard al giudice londinese Nicholas Francis, il quale non ha fatto altro che riconfermare la sentenza che ad aprile aveva spinto i genitori a fare ricorso. «Nessuno di noi può comprendere l’agonia dei genitori e nessun genitore avrebbe potuto fare di più – ha dichiarato il giudice Francis – Ora però devono affrontare la realtà, vale a dire che è nel miglior interesse di Charlie morire. Confermo così il mio verdetto di aprile».

Niente compleanno
Il 4 agosto il piccolo Charlie avrebbe compiuto un anno. Ma, anche se ancora non si sa bene quando i medici staccheranno la spina, è probabile che il bimbo non arrivi a festeggiarlo. Nonostante ciò, «lo spirito di nostro figlio vivrà per l’eternità», ha dichiarato la mamma. «Qui non ci sono vincitori – ha aggiunto tra le lacrime – Questa è stata la cosa più difficile che abbiamo dovuto fare». Durante questo periodo è tuttavia via stato perso troppo tempo. E «molto poteva essere fatto per migliorare le sue condizioni». Ma, comunque sia, «abbiamo deciso di lasciar andare nostro figlio». La decisione arriva dopo aver constatato che la malattia «è arrivata a un punto di non ritorno», sebbene «non ci siano segni di morte cerebrale e non esistono prove che stia soffrendo», ha poi precisato Connie Gard.
Prima di lasciare l’aula la mamma di Charlie ha ringraziato i legali e poi si è rivolta a suo figlio: «Siamo profondamente dispiaciuti per non essere riusciti a salvarti, ma ti amiamo moltissimo e continueremo a farlo in futuro». Infine, volgendosi alla Corte ha aggiunto: «Nostro figlio è un guerriero. Ora, prima di lasciarlo andare con gli angeli, vogliamo trascorrere con lui del tempo prezioso». Nell’aula in molti non hanno trattenuto le lacrime.

Ucciso perché ‘disabile’
Per l’On. Gian Luigi Gigli (Democrazia Solidale – Centro Democratico) il piccolo Charli è stato «ucciso perché disabile». Così le sue parole in un intervento ai microfoni di Radio Cusano Campus.
«Qualcosa si poteva fare prima – prosegue Gigli – è difficile dire in che termini avrebbe avuto efficacia la cura sperimentale. […] Qui si sono persi mesi preziosi che si sono rivelati determinanti. Nelle more della controversia legale sono passati sei-sette mesi e tutto questo non è stato senza ricadute».
Ma il vero problema, ritiene l’onorevole Gigli, «non è se il bambino fosse o meno curabile. Il punto è se un bambino, seppur gravemente disabile, abbia diritto a vivere oppure se era meglio per lui uscire dalla scena di questo mondo. Il resto è contorno. Ci sono tantissimi disabili che non hanno nessuna possibilità di cura: che cosa ne dobbiamo fare di queste persone?».

Un problema di diritti umani
Gian Luigi Gigli non critica i genitori per essersi arresi. «Qui il problema è di diritti umani –sottolinea l’onorevole – Solitamente un giudice interviene se un genitore non tutela o cura il minore. Qui è accaduto l’opposto. Avevamo dei genitori che stavano cercando di curare il bambino e un ospedale che si è permesso di attivare una chiamata a un giudice tutelare affinché fossero tolte le cure al piccolo. Bisogna ringraziare l’eroismo di questa famiglia e di questo bambino perché ha costretto tutto il mondo a vedere. Non è stata la famiglia a dare il benestare per scrivere la parola fine. Questo è un dovere di morire imposto da un tribunale e dai medici. Rimane che il bambino non morirà per la sua malattia ma verrà fatto morire perché si interromperà il sostegno. Qui c’è l’affrettamento della morte. Da oggi bisognerà sostenere il diritto di morire per la propria malattia».