20 gennaio 2020
Aggiornato 01:00
Il rapporto Osservasalute

Aspettativa di vita in calo per gli italiani. E al Sud si muore prima

Nel 2015 in Italia si accorcia l’aspettativa di vita. Ad aver la peggio sono gli abitanti del Sud Italia. Boom dell’uso di psicofarmaci e antidepressivi

Cala l'aspettativa di vita in Italia, specie al Sud
Cala l'aspettativa di vita in Italia, specie al Sud Shutterstock

ROMA – Cala l’aspettativa di vita degli italiani. Secondo quanto emerso dal ‘Rapporto Osservasalute 2016’, dopo anni di crescita arriva la svolta. Al 2015 la speranza di vita alla nascita è a 80,1 anni per gli uomini e a 84,6 anni per le donne, con un calo rispettivamente di 0,2 anni e di 0,4 anni rispetto al 2014.

Le donne ancora avvantaggiate
Anche se l’aspettativa di vita generale cala, rimane il divario tra maschi e femmine. «La distanza della durata media della vita di donne e uomini si sta sempre più riducendo anche se, comunque, è ancora fortemente a favore delle donne (+4,5 anni nel 2015 contro +4,9 anni nel 2011)», si legge nel rapporto. Il divario tuttavia si fa più evidente tra Nord e Sud, dove le regioni del mezzogiorno segnano più decessi. In particolare è in Campania che si muore di più, ma il Sud è in genere penalizzato da minori risorse economiche in materia di sanità, aggravate da una scarsa disponibilità di servizi e valide politiche di prevenzione.

Mortalità prematura
L’Italia della salute, divisa ancora una volta tra Nord e Sud fa segnare per quest’ultimo il triste primato della più alta la mortalità prematura sotto i 70 anni. Se per esempio in media la speranza di vita di un italiano nel 2015 era di 82,3 anni, nella PA di Trento questo poteva sperare di arrivare a 83,5 anni, mentre un cittadino della Campania arrivava a malapena a 80,5 anni – ben tre anni in meno. In linea generale negli ultimi 15 anni la riduzione della mortalità è stata del 27% al Nord, del 22% al Centro e del 20% al Sud e Isole.

Peggiora anche lo stile di vita
Nota dolente, che probabilmente incide sull’aspettativa di vita è lo stile di vita degli italiani che, si evidenzia nel Rapporto, non migliora affatto; anzi. Rimane infatti stabile il numero di italiani sovrappeso e obesi, si legge nel Rapporto Osservasalute. «Nel 2015, più di un terzo della popolazione adulta è in sovrappeso, mentre poco più di una persona su dieci è obesa (9,8% Vs 10,2% del 2014); complessivamente, il 45.1% (46,4% nel 2014) dei soggetti oltre i 18 anni è in eccesso di peso, specie nelle regioni del Sud. I bambini e adolescenti di 6-17 anni in sovrappeso o obesi sono il 24,9%, con prevalenza nei contesti svantaggiati. Rimane invece stabile la quota di italiani che fanno sport: il 33,3%, pari a 19,6 milioni, mentre i sedentari sono 23,5 milioni, pari al 39,9%.

Aumenta l’uso di alcolici
Altro motivo di biasimo è la diminuzione dei non consumatori di alcolici. Secondo il Rapporto, «si riduce la percentuale dei non consumatori [di alcol], pari al 34,8% (nel 2014 era il 35,6%) e aumentano le donne consumatrici a rischio. La prevalenza dei consumatori a rischio, nel 2015, è pari al 23% per gli uomini e al 9,0% per le donne (nel 2014 erano l’8,2%).

Gli italiani non rinunciano alle bionde
Sempre secondo il Rapporto Osservasalute, rimane «costante il numero degli italiani fumatori. Rispetto agli anni precedenti in cui si registrava un calo, nel 2015 si evidenzia un assestamento della quota dei fumatori. Sono 10.300.000, di cui 6,2 milioni uomini e 4,1 milioni donne. Si tratta del 19,6% della popolazione di 14 anni e oltre. Il vizio è duro a morire tra i giovani: le fasce di età più critiche sia per gli uomini che per le donne sono quella tra i 20-24 e 25-34 anni.

Italiani sempre più depressi
La fotografia della salute nel nostro Paese mostra che gli italiani sono sempre più depressi e ansiosi. Lo evidenzia la crescita dei consumi di psicofarmaci e antidepressivi. Per quanto riguarda gli antidepressivi «i consumi sono pari a 39,60 Dosi Definite Giornaliere per 1.000 abitanti». La tendenza verso l’alto, secondo il Rapporto, «può essere attribuibile a diversi fattori tra i quali, per esempio, l’arricchimento della classe farmacologica di nuovi principi attivi utilizzati anche per il controllo di disturbi psichiatrici non strettamente depressivi (come i disturbi di ansia) e la riduzione della stigmatizzazione delle problematiche depressive».