20 agosto 2019
Aggiornato 06:30
Ai confini della scienza

L’elisir di lunga vita? Farsi iniettare del Dna alieno. Lo ha fatto uno scienziato

Come un aspirante Deadpool o Wolverine, il microbiologo Brian Hanley si è fatto iniettare Dna «alieno» nei muscoli per stimolare l’ormone della crescita e ostacolare l’invecchiamento. I rischi però ci sono

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Volwerine Shutterstock

CALIFORNIA – Qualcuno lo ha già definito ‘scienziato pazzo’. È il microbiologo Brian Hanley, 60 anni, cha ha deciso di non invecchiare più. Come una specie di aspirante Deadpool o Wolverine, lo scienziato si è fatto iniettare Dna ‘alieno’ nei muscoli per stimolare l’ormone della crescita e ostacolare l’invecchiamento. Ma i rischi ci sono.

Il fattore rigenerante
«Ha presente Deadpool e Wolverine, con il loro ‘fattore rigenerante’ che li fa recuperare da qualsiasi ferita? – domanda in prima battura a La Repubblica lo scienziato – Credo che un giorno lontano potremo tutti essere così». E, forte di questa convinzione, ha deciso di sfidare la vita (e anche un po’ la sorte) dopo aver accolto nel suo organismo un gene estraneo che dovrebbe mantenere elevata la produzione dell’ormone della crescita – il quale, di solito, è al massimo durante i primi dieci anni di vita, per poi calare drasticamente.

L’idea
Nell’intervista rilasciata a La Repubblica, lo scienziato spiega come gli è venuta l’idea di farsi iniettare Dna ‘alieno’. «Quando studiavo il virus dell’Hiv alla University of California, ho letto che un nostro ormone detto Ghrh, che come effetto più noto ha quello di stimolare la produzione di ormone della crescita (Gh), si attacca alle cellule usando gli stessi recettori che usa il virus dell’Hiv per danneggiarle – racconta Hanley – Così ho pensato che più ormone Ghrh abbiamo, più l’Hiv troverà quei recettori ‘occupati’ e la malattia si fermerà. Anche perché l’ormone Ghrh potenzia il sistema immunitario».

Dall’HIV alla longevità
Lo scienziato racconta di essere passato dalla ricerca per una cura dell’Aids a quella per la longevità semplicemente perché «Le case farmaceutiche non hanno voluto investire nel mio progetto anti-Hiv». E così Hanley ha puntato la sua attenzione sul contrastare gli effetti dell’invecchiamento e nel «potenziamento generalizzato del sistema immunitario».

Però i rischi ci sono
Forse chi non conosce la biologia non sa che non è proprio uno scherzo farsi iniettare Dna che non sia il proprio, o comunque immettere nel proprio organismo dei geni estranei. Sebbene l’ormone GHRH, detto ‘della crescita’, sia uno di quelli maggiormente sperimentati su modello animale, di ciò che può davvero fare nell’uomo poco si sa. Per esempio, sottolinea lo stesso scienziato, «c’è un rischio di gigantismo, di acromegalia, di stress degli organi. E non si possono escludere tumori cerebrali. A oggi, però, sono sano….». Hanley, ha poi precisato che con questa tecnica non intende raggiungere i livelli di quando si è bambini, ma quelli che si hanno a trent’anni. E, infine, non bisogna dimenticare che «l’organismo ha un sistema di autoregolazione che impedisce che il livello di ormone della crescita sia troppo alto».

Cavie umane
Il dottor Hanley non è la prima ‘cavia umana’ volontaria nel mondo della scienza. Sono intatti stati diversi gli scienziati che hanno sperimentato su di sé. Per esempio, «ci sono 15 premi Nobel che lo hanno fatto. E 10 di costoro hanno vinto il Nobel proprio per gli studi su quegli esperimenti. Il più recente è stato Barry Marshall (Nobel 2005 per la medicina), che bevve una coltura di batteri per scoprirne gli effetti nelle gastriti e nelle ulcere».

L’esperimento
Ma come è avvenuto realmente l’esperimento? Lo spiega a La Repubblica lo stesso Hanley. «Il modo più facile per inserire Dna nelle cellule è usare dei geni che i batteri possono scambiarsi tra di loro e con batteri di altre specie: si chiamano ‘plasmidi’. Sono, in sostanza dei circoletti di Dna. Ne ho progettato uno contenente il gene Ghrh e l’ho fatto produrre da un laboratorio. Poi me lo sono fatto iniettare nei muscoli della coscia da un medico e, grazie a una corrente elettrica – dolorosissima, a dire la verità: mi dà ancora gli incubi – l’ho fatto penetrare nelle cellule. La prima volta nel luglio 2015. La seconda volta (con anestesia) nel giugno 2016. Ho fatto due iniezioni perché gli effetti durano qualche mese: non ho modificato il mio Dna, ma solo le mie cellule».

Come sta ora?
La domanda è inevitabile, così come la curiosità. Ma come sta lo scienziato dopo questo ardito esperimento? Hanley racconta che il primo mese dopo l’iniezione si sentiva euforico, ma sottolinea che potrebbe essere stato un effetto placebo (o suggestione). Quello che però è indiscutibile sono i valori ematici: per esempio, «ho più globuli bianchi, 20% in meno di colesterolo cattivo e 20% in più di quello buono, e ho 10 battiti in meno al minuto – spiega il microbiologo – Mi sembra di guarire prima dalle ferite. Ma comunque – chiude con una battuta – no, non mi è ancora venuta voglia di mettermi una calzamaglia e andare a combattere il crimine».