11 dicembre 2019
Aggiornato 10:00
Salute e Giustizia

Il paziente ha il diritto di non curarsi anche se in pericolo di vita

Lo ha stabilito la Cassazione: il non consenso del malato alle cure deve essere contenuto in una dichiarazione «articolata e puntuale»

Il paziente ha il diritto di non curarsi anche se rischia di morire. Lo ha stabilito, oggi, una sentenza della terza sezione civile della Cassazione, che si è occupata del caso di un testimone di Geova contrario a ricevere trasfusioni di sangue in caso di pericolo di vita. Nonostante il cartellino che avvertiva del rifiuto di trasfusioni, al paziente era stata praticata una trasfusione che gli ha salvato la vita contagiandolo però con l' epatite B.

Il testimone di Geova aveva vinto il ricorso in tribunale, perso l' appello e ora la Cassazione fissa alcune condizioni Per gli ermellini al paziente deve essere riconosciuto «un vero e proprio diritto di non curarsi, anche se tale condotta lo esponga al rischio di morte». Ma affinché i medici si astengano dal somministrare cure al paziente non in grado di intendere e volere, per la Cassazione è necessario che il «non consenso» della persona sia contenuto in una «articolata, puntuale, espressa dichiarazione dalla quale inequivocamente emerga la volontà di impedire la trasfusione».

Qualora questa dichiarazione non ci sia, sentenzia la Cassazione, è necessario che il malato abbia indicato un «rappresentante ad acta», una persona in grado di dimostrare la contrarietà alle cure. Con la sentenza di oggi la Suprema Corte ribadisce una linea già espressa sul caso Eluana Englaro, la donna in coma vegetativo da 16 anni.