24 novembre 2020
Aggiornato 02:00
L'intervista

Gervasoni: «Il centrodestra è unito davvero. E Berlusconi non andrà al governo»

Il professor Marco Gervasoni era in piazza del Popolo alla manifestazione del centrodestra. E, al DiariodelWeb.it, fa il punto sull'opposizione e sul governo Conte

Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini sul palco della manifestazione del centrodestra
Antonio Tajani, Giorgia Meloni e Matteo Salvini sul palco della manifestazione del centrodestra ANSA

La fotografia della ritrovata unità del centrodestra è quella dei tre leader Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani, insieme sul palco della manifestazione di sabato in piazza del Popolo. Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia non si presentano solo compatti alle prossime elezioni regionali, ma con una sola voce urlano al complotto contro Berlusconi, alla caduta del governo Conte, al voto a novembre. In mezzo a quei militanti c'era anche Marco Gervasoni, editorialista e professore di Storia contemporanea all'Università del Molise. Che il DiariodelWeb.it ha interpellato per fare un punto sullo stato dell'arte dell'opposizione e sugli scenari politici all'orizzonte.

Professor Marco Gervasoni, questo weekend lei era in piazza per la manifestazione del centrodestra. Che impressione ne ha tratto?
Di un'unità assoluta, soprattutto nell'elettorato. Non sono stati solo i leader ad insistere molto sui punti in comune: dal lascito di Berlusconi alla critica al governo. Anzi, ascoltando gli iscritti e i militanti in piazza, le differenze tra i tre partiti, seppur ovvie, vengono meno. Ho l'impressione che a volte queste divisioni vengano amplificate dalla stampa, oppure da alcuni esponenti che ci marciano per i loro giochi politicistici.

Eppure le divisioni esistono, anche piuttosto evidenti. Penso prima di tutto al Mes.
Questo è un tema molto serio, perché la divisione è anche frutto di una certa superficialità della critica all'Unione europea. Il problema della Ue non è che non ci dà i soldi o che è egoista, ma che vuole costruire una struttura che elimini le nazioni e affidi il potere ad un blocco tecno-burocratico tedesco e, in parte, francese. Se non si capisce questo, di divisioni ce ne saranno molte altre. Del resto Forza Italia fa parte del Partito popolare europeo, che aderisce prevalentemente alle posizioni di Angela Merkel: anche questo è un altro problema. Ma non è che lo scopriamo oggi.

E poi c'è il secondo punto di divisione: la presunta volontà di Berlusconi di andare in soccorso della maggioranza.
E questo tema, invece, è molto meno serio. Berlusconi ha spiegato che non farà mai un governo con i 5 Stelle e che discuterà qualsiasi mossa con i suoi alleati. Partendo da questo presupposto, le possibilità che restano sul tavolo sono limitate. Rimane solo l'ipotesi di un governo di tutti, in cui ci siano anche Meloni e Salvini, ma non il M5s: piuttosto improbabile.

Lei ha parlato di un «bluff» da parte dell'ex Cavaliere.
Berlusconi ha sempre fatto così: con la Bicamerale, con Prodi, con Renzi. All'inizio fa finta di collaborare, mostra la faccia suadente di cui è maestro, poi sferra la mazzata. Credo che oggi la situazione sia identica, tranne per il fatto che la sua forza politica non è più la principale del centrodestra. Non ce lo vedo a rompere la coalizione per fare la ruota di scorta del governo. Anche se è vero che in Forza Italia c'è una linea, quella di Letta, maggiormente collaborativa.

Lo scandalo esploso in questi giorni sulla sentenza Mediaset pilotata va letto come un tentativo di riabilitare politicamente Berlusconi?
Sì, indubbiamente qualche dirigente del Pd ha quest'idea, per ragioni di mera sopravvivenza. Ma nel vecchio Pci, organizzato militarmente, Togliatti poteva decidere da un giorno all'altro di appoggiare Badoglio, ex capo di Stato maggiore dei fascisti, e tutti obbedivano. Oggi non è più così. La sinistra ha vissuto per decenni sull'antiberlusconismo e ora non può spegnerlo a comando. I segnali si vedono nell'apparato mediatico-intellettuale: da quando è uscita questa notizia, la Repubblica ha ricominciato a sparare a zero su Berlusconi ogni giorno.

A proposito di caso Berlusconi, lei è stato molto duro con l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Minzolini ha scritto che Napolitano, appena rieletto, andò di persona a trattare la grazia con Berlusconi. E non è arrivata alcuna reazione né smentita, come se fosse tutto normale. Dal 2011 viviamo in un regime sostanzialmente presidenziale, in cui il vero capo di tutti i governi è il presidente della Repubblica. Questo potrebbe anche starmi bene, perché io sono un presidenzialista, ma allora il capo dello Stato andrebbe eletto direttamente dai cittadini. E non dovrebbe essere una figura politicamente irresponsabile, come prevede invece la Costituzione.

Ma perché il centrodestra non protesta contro questa anomalia?
Perché ha sempre sottovalutato il potere del presidente della Repubblica e per questo si è fatto fregare. Votò Ciampi, non approvò ma gradì la prima elezione di Napolitano e poi votò il rinnovo di colui che aveva fatto il golpe, come lo definisce tuttora Berlusconi. Anche per il prossimo capo dello Stato le premesse non sono buone. Per determinare il gioco del Quirinale bisogna essere scacchisti esperti e su questo versante il centrodestra si è rivelato sempre troppo ingenuo.

In una situazione del genere lei concorda con i leader del centrodestra, che sostengono che l'unica soluzione siano le elezioni anticipate?
Sarebbe la scelta migliore. Ma il pallino dello scioglimento delle Camere ce l'ha sempre il presidente della Repubblica, e l'impressione è che proprio lui sia il primo a non volere il voto. Così si cercano una serie di impedimenti, reali o fittizi: il referendum, la discussione sulla legge elettorale...

E allora qual è lo scenario più probabile?
O la catastrofe assoluta, con crolli dell'economia e sommosse: in quel caso l'unica figura in grado di guidare un governo d'emergenza sarebbe Draghi. Oppure, di fronte ad una sconfitta alle elezioni regionali, Conte potrebbe essere congedato e ringraziato con un posto a Bruxelles, e sostituito da Franceschini o Gentiloni.