9 agosto 2020
Aggiornato 01:00
L'intervista

Rampelli: «Il 'ministro Malafede' graziato per salvare i piani del governo»

Il DiariodelWeb.it commenta con il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, di Fratelli d'Italia, la bocciatura delle mozioni di sfiducia a Bonafede e lo stato del Governo

Il vicepresidente della Camera di Fratelli d'Italia, Fabio Rampelli
Il vicepresidente della Camera di Fratelli d'Italia, Fabio Rampelli ANSA

Il governo supera anche lo scoglio delle due mozioni di sfiducia contro il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: discusse ieri al Senato, ma poi respinte, con il voto contrario decisivo della pattuglia renziana di Italia Viva. Ma la maggioranza è davvero così compatta come è sembrata, oppure la resa dei conti è solo rimandata? Dello stato di forma politica del premier Giuseppe Conte e del suo esecutivo, il DiariodelWeb.it ha discusso con il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, di Fratelli d'Italia.

Onorevole Fabio Rampelli, partiamo dalla questione di più stretta attualità: la bocciatura delle mozioni di sfiducia contro il ministro Bonafede. Che giudizio politico dà dell'esito di questa vicenda?
Non sono stupito, ma indignato sì. Non ho mai creduto che Renzi avrebbe schierato il suo nuovo partito contro Bonafede, rischiando di far cadere il governo, e quindi suicidandosi, perché notoriamente ha delle percentuali molto basse.

Renzi ha giocato al rialzo per ottenere qualche poltrona?
Direi proprio di sì. Ci accorgeremo di qui a breve quale sia stato il suo fatturato: se saranno aggiunti dei sottosegretari, se arriveranno posizioni apicali all'Agcom o in altri enti. Lui sostiene ancora oggi di essere, nei contenuti, favorevole ad entrambe le mozioni. Però ha votato contro, dunque c'è qualcosa che non torna.

Bonafede meritava di essere sfiduciato?
Di certo è stato inefficiente e ha commesso molti errori, come dimostra uno stato della giustizia in Italia assolutamente negativo. Ricordo le rivolte nelle carceri, la sostanziale bocciatura del giudice Di Matteo a capo del Dap, il recente triste episodio degli 8 mila scarcerati e mandati agli arresti domiciliari, tra cui 376 boss mafiosi con i loro gregari. L'ultimo caso, poi, lo rende ancora più chiaro: un anno fa deflagrò lo scandalo di Palamara; a dodici mesi di distanza, dalle intercettazioni, scopriamo che non solo non è stata completata la riforma del Csm per smantellare il sistema delle correnti, ma anche che chi comandava allora comanda ancora oggi, tanto che il capo di gabinetto del ministro si è dovuto dimettere.

Lei l'ha ribattezzato «ministro Malafede». Ma è convinto che abbia ceduto alle pressioni della criminalità organizzata?
Non sono in condizione di dirlo, anzi tenderei ad escluderlo. L'idea che mi sono fatto è che, se non c'è stata malafede, c'è stata stupidità: in entrambi i casi non si può far parte del governo.

Il governo ne esce politicamente rafforzato o indebolito?
L'impressione è che il governo stia galleggiando sull'onda del coronavirus, e intenda sfruttarne cinicamente le opportunità il più possibile. Sicuramente l'eventuale sfiducia al «ministro Malafede» avrebbe rischiato di farlo cadere e dunque di far fallire i loro piani: quelli di gestire tutti i soldi legati alla pandemia e all'emergenza economica, pari più o meno a 200 miliardi entro fine anno. Credo che Giuseppe Conte e questa maggioranza sgangherata la considerino l'occasione della vita. Adesso o mai più.

In concreto, come valuta la gestione di questa emergenza?
Noi, con grande senso di responsabilità e solidarietà, abbiamo persino votato a favore dei primi provvedimenti, tenendoci per noi le perplessità. Poi, quando la situazione sanitaria si è allentata, abbiamo potuto riacquisire la libertà di giudizio e di espressione e abbiamo iniziato a dire le cose come stanno: cioè che questa Fase 2 è stata gestita malissimo. Parlo delle riaperture suddivise per categorie, nonché della barzelletta delle mascherine. Se, dopo tre mesi, viviamo ancora una situazione così assurda, vuol dire che chi comanda non ha saputo provvedere.

E a livello economico?
Noi avremmo messo soldi cash nelle tasche di chi ne aveva bisogno, ovvero gli indigenti. Misura che, per esempio, ha disposto il governatore Marsilio in Abruzzo, elargendo mille euro a testa. Poi saremmo stati più precisi sulle casse integrazioni in deroga, finora erogate soprattutto dai privati, e avremmo previsto contributi a fondo perduto. In questo ginepraio inestricabile di provvedimenti, misure, finanziamenti, crediti d'imposta, prestiti si capisce soltanto che nessuno deve prendere un euro, visto che accedere a questi sostegni è così complicato. La cifra di 400 miliardi messi a disposizione è tutta scena, dal momento che solo il 5% degli italiani è riuscito ad accedervi.

Uno dei tratti distintivi dell'atteggiamento del governo in quest'ultimo periodo è stata la crescente insofferenza verso le critiche, come dimostrano le risposte talvolta anche molto arroganti del premier. Lei, dalla presidenza della Camera, in occasione dell'intervento dell'onorevole Cunial, ha fatto invece un significativo richiamo al diritto di parola e di critica.
Penso che questa fase eccezionale abbia moltiplicato per mille l'autostima del presidente Conte, che era molto bassa quando fu scelto da Di Maio e Salvini affinché non contasse nulla. Adesso il problema comincia ad essere serio, tanto che a mio avviso il presidente della Repubblica dovrebbe riflettere. Quando si è costretti a stare al di sopra della Costituzione, a togliere le libertà personali, a conculcare diritti e prerogative, non lo si può fare da soli, lo si deve fare obbligatoriamente con l'opposizione. Altrimenti c'è la prospettiva della deriva autoritaria. Non so con quale sfrontatezza e imprudenza possa decidere tutto da sola, coadiuvata da qualche centinaio di consulenti, una persona che fino a due anni fa non aveva mai fatto nemmeno l'amministratore di condominio.