4 dicembre 2020
Aggiornato 19:00
L'intervista

Richetti: «Il governo non sta facendo abbastanza per la ripartenza»

Il senatore di Azione, Matteo Richetti, spiega al DiariodelWeb.it i suoi dubbi sulle riaperture e le ragioni della sua mozione di sfiducia al ministro Bonafede

Il Senatore Matteo Richetti
Il Senatore Matteo Richetti ANSA

Oggi, lunedì 18 maggio 2020, è il giorno delle riaperture in Italia: tanto attese, quanto ancora viziate da troppe incertezze sul futuro delle imprese e da un sostegno insufficiente del governo. Ma, per una particolare coincidenza di date, oggi cade anche il trentaduesimo anniversario della morte di Enzo Tortora, forse il più noto martire della malagiustizia italiana. Il nome a cui Azione, +Europa, ma anche pezzi del centrodestra hanno voluto dedicare la loro mozione di sfiducia al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che verrà discussa in aula mercoledì. Di questi temi il DiariodelWeb.it ha discusso con il senatore Matteo Richetti, che di Azione è stato fondatore insieme a Carlo Calenda ed è esponente al Senato.

Senatore Richetti, oggi è stato il giorno delle tanto attese riaperture. Ma come riparte questa Italia?
Premetto che non intendo in alcun modo fare polemica. Vedo quanto desiderio c'è nel Paese di ripartire bene, in fretta, e con le precauzioni necessarie. Ma non posso non registrare tutta la confusione che accompagna anche questa Fase 2, anche per via delle possibili sovrapposizioni tra le norme nazionali e quelle delle singole Regioni. Quello che è totalmente insufficiente è il sostegno economico alle attività produttive. Aprire in queste condizioni, per molti esercizi, significa ridurre i posti e quindi il fatturato, nonché dotarsi di dispositivi che hanno un costo. Ripartire non significa che domani mattina si tornerà al pre-Covid, ma iniziare un percorso che ci metterà in vere condizioni di normalità solo tra molto tempo. In questo senso, il decreto Rilancio non basta.

Lei e Carlo Calenda, con Azione, avete provato ad avanzare dei suggerimenti. Ce li riassume?
Primo, per mettere liquidità nelle imprese, pagare tutti i debiti della Pubblica amministrazione: ovvero 27 miliardi, e non solo i 12 finanziati dal decreto. Secondo, sostenere davvero i commercianti e gli artigiani che devono pagare un affitto ai proprietari dei loro immobili. Ora come ora, la norma prevede che l'anno prossimo venga concesso alle attività un credito d'imposta del 50% sui canoni. Ma ci sono due problemi: all'anno prossimo bisogna arrivarci, e per giunta con un fatturato sufficiente per recuperare quel credito. Noi abbiamo proposto che il proprietario dimezzi immediatamente la rata dell'affitto, e che il beneficio fiscale lo recuperi lui, che sicuramente su quell'affitto ci deve pagare le tasse. Questo per dire che le norme vengono fatte senza nemmeno avere conoscenza dei problemi.

A non essere ancora ripartite, in compenso, sono le scuole.
E questo mi sta particolarmente a cuore: penso che per i ragazzi e i bambini non si stia ancora facendo tutto il necessario. Il 61% di quelli in età scolare non hanno ricevuto didattica a distanza, probabilmente quelli che vivono in zone del Paese e in contesti familiari più difficili. Stiamo commettendo un errore molto grave: dovremmo mettere in condizione le scuole di tornare a funzionare, anche per un periodo molto breve. Perché si può andare a Messa o al supermercato, ma non in aula? Insomma, è una ripartenza con luci, ma anche molte ombre.

Questi vostri suggerimenti, nel decreto, non sono stati raccolti. Ma almeno vi hanno risposto?
No, nessuna risposta. Io, ovviamente, porterò i nostri emendamenti in parlamento. Ma non è a noi che vanno date le risposte, bensì ai cittadini. Penso ad esempio alla presa in giro delle borse di specializzazione in medicina. Durante l'emergenza abbiamo buttato in corsia dei giovani laureati: ora abbiamo 22 mila ragazzi che hanno già fatto sei anni di università e il test di specializzazione, e le borse finanziate per loro sono solo 13 mila. Allora mi chiedo: perché si trovano tre miliardi per Alitalia e non si trovano 338 milioni per questa misura? Non voglio fare il populista, ma ci siamo raccontati che usciremo diversi dall'emergenza, invece mi sembra che in questo Paese le opportunità continuino ad andare ai più garantiti.

Oggi è anche il 32° anniversario della morte di Enzo Tortora, al quale avete dedicato la vostra mozione di sfiducia al ministro Bonafede. Ce ne spiega le ragioni?
Contro il ministro Bonafede avevamo già fatto la battaglia sull'abolizione della prescrizione. Silenziosamente si sta smantellando lo Stato di diritto fondato sulla presunzione d'innocenza, sul fatto che i cittadini hanno diritti anche se sono reclusi in un carcere. C'è un imbarbarimento cominciato da tempo e che Bonafede ha acuito in tutte le sue forme. La polemica scatenata tra lui e Di Matteo ha risvolti inquietanti: ma è vero che il ministro ha intralciato nomine, su suggerimento di ambienti per lo meno poco raccomandabili? Mi sembra che il suo operato abbia elementi di opacità insopportabili.

La mozione verrà discussa mercoledì e ancora non si sa se arriveranno i voti decisivi di Italia Viva. Lei, che dal suo passato nel Pd conosce bene Renzi, pensa che voglia solo alzare la posta con il governo?
Se la politica non fosse mossa dalle convenienze, la nostra mozione dovrebbe essere votata sia da Renzi che dal Pd, che la condividono in toto. Ma l'approvazione della mozione aprirebbe un problema significativo nel governo, e per questo motivo non credo che saranno disponibili. Azione è nata proprio dall'idea che la coerenza è un valore: se uno dice «mai con il M5s», poi lo fa, non è che si rimangia tutto solo per guadagnarsi qualche poltrona per i suoi.

Le rimando questo richiamo all'unità, allora: perché non vi siete uniti alla mozione di sfiducia lanciata da Salvini e dalla Meloni, visto che alla vostra hanno aderito anche pezzi del centrodestra?
Perché la nostra si fonda sull'idea che il ministro Bonafede stia manipolando la giustizia per farla diventare persecutoria, mentre la mozione del centrodestra chiede di inasprire proprio questo stesso aspetto. Denuncia la scarcerazione dei boss e invoca di sbatterli in galera, mentre a noi interessa che le regole vengano rispettate. Se quei detenuti avevano il diritto di uscire, allora non si fa un decreto per ributtarli dentro; se non dovevano uscire, il ministro non ha amministrato bene il suo dicastero, e quindi si deve dimettere. Alla barbarie di Bonafede non si risponde con le barbarie di Salvini, ma con una giustizia davvero giusta.