28 novembre 2022
Aggiornato 02:00
L'intervista

Milani: «La pandemia e la guerra in Ucraina fanno parte della stessa strategia»

Lo scrittore ed editore Giulio Milani spiega al DiariodelWeb.it il libro «Noi siamo l’opposizione che non si sente» e il manifesto del suo movimento Rivoluzione Allegra

Milani: «La pandemia e la guerra in Ucraina fanno parte della stessa strategia»
Milani: «La pandemia e la guerra in Ucraina fanno parte della stessa strategia» Foto: Ufficio Stampa

«Noi siamo l’opposizione che non si sente»: è il titolo di un libro edito da Transeuropa Edizioni, ma è anche un manifesto politico. Che raccoglie in un’antologia gli interventi di «scrittori, poeti, artisti, che si oppongono al disegno politico innestato sull'emergenza», come si legge nel sottotitolo, per trasformarli nelle linee guida dell’azione di un nuovo movimento che intende presentarsi alle prossime elezioni, Rivoluzione Allegra. Gli obiettivi li spiega al DiariodelWeb.it Giulio Milani, scrittore ed editore, curatore del libro e fondatore del movimento.

Giulio Milani, come nasce questo libro?
L'idea del libro nasce intorno all'aprile 2021 insieme ad una delle autrici di uno degli interventi, la poetessa Mia Lecomte. Era il periodo in cui si era da poco manifestato Michele Santoro nei programmi televisivi dei suoi colleghi, protestando perché la voce di chi non si ritrovava nella gestione politica della pandemia non veniva rappresentata presso l'opinione pubblica, se non nelle forme del dileggio e dello stigma. Allora ci siamo iniziati a contare e a contattare, tra scrittori, autori e artisti in generale che avevano espresso sui social posizioni critiche, perplesse o scettiche. Ne abbiamo raccolti una cinquantina. Erano anche di più quelli potenzialmente ospitabili in questa antologia, ma alla fine alcuni non se la sono sentita, anche nomi importanti.

Che cos'è dunque «l'opposizione che non si sente» che dà il titolo?
È la descrizione esatta della situazione in cui ci trovavamo in quel momento. I media schierati a concerto uniformavano l'opinione pubblica su un'unica linea, quella governativa. Non si poteva scrivere se non su Facebook e anche lì le opinioni sgradite venivano censurate: a me è capitato più e più volte, fino ad arrivare a penitenze di trenta giorni, anche ripetute. Per non parlare della denuncia per istigazione a delinquere dalla questura di Carrara che mi sono beccato per aver espresso le mie opinioni sui social. Possono riempirsi la bocca finché vogliono parlando di democrazia e libertà, ma di fatto in questi anni c'è stato un giro di vite incredibile. Proprio come avviene adesso con la guerra in Ucraina: non cambiano i registi e i mezzi.

Il conflitto fa parte della stessa strategia della pandemia?
La famosa comunità internazionale di cui si parla sono i famosi quaranta Paesi legati agli Stati Uniti da accordi commerciali e militari. Nel mio libro «La peste e la rivoluzione», concepito nell'aprile 2021, già scrivevo che il fronte Covid è un fronte Nato. E annunciavo che, dopo una rivoluzione di fatto dei palazzi, ci sarebbe stata una guerra. Una cosa chiama l'altra.

Nella tua descrizione hai usato i verbi al passato. Intendi dire che qualcosa sta cambiando?
Sì, esatto. A luglio sono iniziate le proteste di piazza contro il green pass, con numeri impressionanti di partecipanti. Si sono rese visibili, anche se i giornali e le televisioni le hanno sistematicamente oscurate o cercate di far passare come azioni di facinorosi o fascisti. A ottobre, con l'assalto alla Cgil a Roma, abbiamo visto l'unità di intelligence tra il ministero degli Interni e Forza Nuova, con il famoso poliziotto infiltrato che compiva quello che venne definito «movimento ondulatorio» per testare la resistenza e l'equilibrio del camioncino della polizia. Invece i veri manifestanti si lasciavano inondare dai getti degli idranti rimanendo inermi, non violenti, senza colpo ferire. Il movimento è stato abbastanza furbo da non replicare le dinamiche dei no global del 2001, quindi senza scontrarsi con le forze dell'ordine.

È a questa fetta dell'elettorato che volete rivolgervi?
Si è creata una comunità di persone che non esisteva. Poi si sono uniti pian piano altri intellettuali, anche nomi inaspettati o di sinistra: Mattei, Cacciari, Agamben. Questo ha aiutato a toglierci di dosso la cappa di presunto movimento neofascista. Eravamo in pochissimi, ora siamo un po' di più. Sta crescendo anche il numero di giornali e di reti televisive indipendenti: questa è una novità importante che forse non è stata sottolineata abbastanza.

Questo movimento culturale sta diventando però anche un progetto politico.
All'inizio eravamo un comitato di piazza, poi ci siamo costituiti nel novembre dell'anno scorso come associazione socio-culturale a Massa Carrara, Rivoluzione allegra, che successivamente è diventata un soggetto politico in senso ampio. Ci siamo relazionati alla rete nazionale che già esisteva, il Fronte del dissenso, per provare a creare una lista unitaria. C'è un arco costituzionale che non è rappresentato in parlamento ma che sta cercando di mettere insieme le sue diverse anime. La nostra posizione non è quella di presentarci alle elezioni con una mera lista elettorale, ma di convocare una vera e propria assemblea costituente.

Con quale intento?
Riteniamo che il punto nodale sia quello di limitare il più possibile i poteri dell'esecutivo e che su questo si possa trovare la convergenza di tutto il movimento. Facendo anche selezione di quelli che non ci stanno perché vogliono solo candidarsi e guadagnare un posto di rendita. La nostra prospettiva è completamente antisistemica, il nostro programma prevede degli argini costituzionali d'acciaio all'interno dei quali si possa poi esprimere il potere, a prescindere da quale sia il governo in carica. Lo Stato deve essere messo in condizione di non nuocere. Mi rendo conto che sia una posizione radicale, ma viviamo in tempi rivoluzionari.