24 maggio 2022
Aggiornato 05:00
L'intervista

Calderoli: «Così, con i referendum, vogliamo cambiare la giustizia italiana»

Il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, spiega al DiariodelWeb.it i contenuti dei referendum accolti dalla Corte costituzionale, che vogliono riformare la giustizia

Il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli
Il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli Foto: ANSA

La settimana scorsa è arrivato l'atteso verdetto della Corte costituzionale sull'ammissibilità dei referendum: bocciati quelli sulla cannabis e l'eutanasia, via libera invece a cinque quesiti in tema di giustizia. Che riguardano, tra le altre, tematiche come l'abrogazione della legge Severino, la limitazione della custodia cautelare e la separazione delle carriere dei magistrati. Esulta la Lega, il partito che si era fatto promotore di queste consultazioni, e in particolare il senatore Roberto Calderoli, che quei referendum li ha scritti. Il DiariodelWeb.it ha raggiunto il vicepresidente di palazzo Madama.

Senatore Roberto Calderoli, il Foglio ha titolato efficacemente: «Calderoli batte Fedez cinque a zero». È soddisfatto?
Sono soddisfatto per quel che riguarda me stesso, non certo per le inammissibilità altrui.

Fuor di battuta, i suoi referendum erano evidentemente scritti meglio di quelli dei Radicali, che pure erano sostenuti mediaticamente da personaggi di fama.
Non basta guardare che cosa si propone, ma anche come lo si propone. La materia della compilazione dei referendum abrogativi è molto complessa: non è sufficiente conoscere le leggi e nemmeno essere avvocati, professori di diritto o costituzionalisti. Bisogna specializzarsi. Personalmente, a furia di vivere brutte avventure in Cassazione e Corte costituzionale in passato, ho fatto esperienza e ho imparato come si deve fare.

Anche uno dei vostri quesiti, però, è stato bocciato: quello sulla responsabilità diretta dei magistrati. Come mai?
La motivazione non è ancora stata resa nota, ma mi attengo alle parole del presidente Amato durante la conferenza stampa. Lui ha sostenuto che il referendum non fosse abrogativo ma «innovativo».

Non è d'accordo?
I referendum sono sempre innovativi: attraverso un'abrogazione si introduce una disciplina nuova, altrimenti non avrebbero ragion d'essere. Ma le dico di più: in questo caso non c'è nulla di innovativo.

In che senso?
La responsabilità diretta dei magistrati è presente nell'articolo 28 della Costituzione. Era prevista fino al 1987 con una legislazione speciale, ovvero con il requisito del via libera del ministro di Grazia e Giustizia e della Cassazione. Il referendum di quell'anno, con un consenso superiore all'80%, abolì addirittura queste peculiarità e la rese identica a quella di tutti gli altri funzionari pubblici. Ma il parlamento approvò la legge Vassalli, con cui invece venne messo di mezzo lo Stato. Non capisco perché un referendum dichiarato ammissibile nel 1987 non sia stato accolto nel 2022. E, ancor di più, che cosa ci sia di innovativo in una disciplina che esisteva già allora.

A proposito di storia, sono passati ormai trent'anni da Mani pulite. Allora i magistrati vennero osannati come i servitori della patria, oggi invece il consenso verso di loro, secondo tutti i sondaggi, è ai minimi storici.
Nel 1992 io sostenni fortemente la procura di Milano, che scoperchiò quel vaso di Pandora. Nel tempo divenni anche amico personale, non solo politico, di Di Pietro.

Si è pentito?
Oggi, dopo trent'anni, dobbiamo fare un altro tipo di valutazione. Basandoci non più solo sulle sensazioni e sulle ondate emotive, ma sui dati numerici. Vado a memoria: su oltre 3 mila procedimenti avviati si arrivò a meno della metà di condanne, con mille fra assoluzioni e prescrizioni. Nel 2000, otto anni dopo l'avvio del procedimento, feci una verifica: i carcerati erano appena quattro. Non sono mai riuscito a ricostruire quante furono le carcerazioni preventive in quel periodo, ma mi viene il dubbio che molta gente ci sia finita senza aver fatto alcunché.

Per questo oggi uno dei referendum propone di riformare la custodia cautelare?
Proponiamo di limitarla, non di toglierla.

Non teme che il vostro elettorato della prima ora lo veda come un favore fatto ai delinquenti?
Chiariamo: rispetto a reati di violenza, di armi, di associazioni malavitose o di attacco all'ordine costituzionale, in caso di pericolo di fuga, di inquinamento delle prove o di reiterazione, la custodia cautelare rimarrebbe. Ma in tutti gli altri casi no. Bisogna fare un processo e poi, se sei condannato, vai in carcere, con la certezza che la pena venga scontata. Invece, nel tempo, l'eccezione della custodia cautelare è diventata essa stessa la pena, perché poi a processo non ci va più nessuno.

Anche il presidente Mattarella, nel suo discorso di reinsediamento, ha usato parole nette: «Serve una profonda riforma della giustizia». Lo considera un appoggio, indiretto ma importante?
Credo che in quel momento lì parlasse al parlamento. Che però, in trent'anni, non è riuscito a cavare un ragno dal buco.

Ma ritiene che il vostro metodo sia quello giusto? La strada maestra non era proprio quella di proporre una riforma in aula?
Laddove non arriva il parlamento deve arrivare il giudice popolare: ecco perché abbiamo intrapreso questa strada. Il singolo parlamentare può essere timoroso, intimidito, spaventato ad affrontare una riforma della giustizia. Il popolo no.

Avete fiducia nella possibilità di raggiungere il quorum?
Francamente, se non l'avessi non avrei neanche cominciato...

Lo immagino, tuttavia è un'asticella impegnativa da superare.
Sì, rispetto alla disaffezione al voto che si è segnalata nelle ultime consultazioni elettorali. Però, nel caso di contenuti tecnici come le riforme costituzionali, gli ultimi tre referendum, dalla riduzione del numero dei parlamentari alla riforma Renzi a quella Calderoli, il 50% lo superarono eccome. Anche se per quei quesiti confermativi non è nemmeno previsto il quorum. Quello che ho visto è che, a fronte di una sensibilizzazione vera da parte dei media, in estate c'erano veramente le code di gente che voleva venire a firmare.

Insomma, ritiene che il tema sia molto sentito nel Paese.
Giustizia significa anche lo sfratto, il contenzioso condominiale, il certificato da chiedere in tribunale. Tra civile e penale, è un mondo che tocca milioni e milioni di persone. Chiunque, indistintamente, si sia avvicinato a quella macchina è consapevole della necessità di cambiarla. Dagli avvocati ai magistrati agli imputati a chi chiede giustizia.

Matteo Salvini ha detto che «questi referendum saranno un banco di prova per il centrodestra». Nonostante Fratelli d'Italia si sia già smarcata, ritiene che questa possa essere un'occasione per ritrovare l'unità?
Secondo me oggi le coalizioni hanno un senso elettorale alle amministrative o alle politiche. Ma vorrei che si togliesse qualunque tipo di etichettatura a temi come questo. Altrimenti non si capisce perché sia venuto a firmare il sindaco di Bari e presidente dell'Anci, Decaro. Oppure non si capisce l'intervista che ha rilasciato il senatore Zanda, un personaggio di una cultura e di un'esperienza politica abbastanza importanti.

Certo, sarebbe clamoroso se vi arrivasse l'appoggio di parte del centrosinistra e non di tutto il centrodestra.
A me non interessa se ci sarà la Meloni o no. Quello che mi interessa è che la maggioranza degli italiani vada a votare. E, tra di loro, la maggioranza sia a favore del sì. Delle etichette non mi frega niente.