22 ottobre 2018
Aggiornato 07:00

Omicidio Yara, per Bossetti siamo al giorno del giudizio

Venerdì 12 ottobre è fissata in calendario in Cassazione l'udienza: si potrebbe chiudere quindi uno dei casi di cronaca nera più eclatanti degli ultimi anni
Massimo Giuseppe Bossetti
Massimo Giuseppe Bossetti (ANSA/Gianpaolo Magni)

ROMA - Per lui sarà il giorno del giudizio. Le ultime speranze di Massimo Bossetti, il carpentiere di Mapello condannato all’ergastolo in primo grado e in appello per l’omicidio di Yara Gambirasio, sono legate alla pronuncia della Cassazione. L’udienza al Palazzaccio è fissata in calendario per venerdì 12 ottobre. I giudici in ermellino potrebbero mettere la parola fine a uno dei casi di cronaca nera più eclatanti degli ultimi anni, confermando la condanna all’ergastolo che dunque diverrebbe definitiva, o annullando senza rinvio i verdetti precedenti. Oppure – terza opzione sul tavolo – potrebbero decidere di annullare la sentenza di condanna ordinando però un nuovo processo d’appello che in questo caso verrebbe celebrato a Milano, e non più a Brescia dove l’unica sezione di secondo grado si è già pronunciata sul caso rendendosi incompatibile con un nuovo giudizio. 

I 23 motivi del ricorso dei difensori
Tutto dipende da come i giudici della Suprema Corte valuteranno i 23 motivi (20 principali più tre aggiuntivi) contenuti nel ricorso da oltre 600 pagine firmato dagli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini. I legali di Bossetti puntano soprattutto a ottenere quella «super perizia», chiesta invano nei due precedenti gradi di giudizio, che ritengono decisiva per dissipare ogni dubbio sul principale elemento di colpevolezza: la presenza di tracce di Dna di Bossetti sugli slip e leggins della 13enne. I giudici di due diversi gradi di giudizio concordano nel ritenerla una «prova granitica» in grado di incastrare il muratore di Mapello: le tracce di dna nucleare perfettamente corrispondente al suo profilo genetico dimostrano è lui l’assassino di Yara. 

I due gradi di giudizio precedenti e le indagini 
Fu Bossetti, hanno stabilito due diversi collegi di giudici togati e popolari in due diversi gradi di giudizio, ad attirare Yara a bordo del suo furgone la sera del 26 novembre 2010 fuori dalla palestra di Brembate Sopra, a portarla in una zona appartata e a massacrarla con crudeltà per poi abbandonarla, esamine, in un campo di Chignolo d’Isola dove fu ritrovata per caso, da un aeromodellista, esattamente tre mesi dopo la scomparsa, il 26 febbraio 2011. Una traccia genetica rimasta a lungo senza paternità e per questo soprannominata dagli investigatori «Ignoto 1». Sono serviti anni di indagine e oltre 25 mila campionature genetiche effettuate soprattutto nell’area della cosiddetta isola bergamasca per attribuire quel profilo a un parente stretto di Giuseppe Guerinoni, autista di bus della Val Seriana morto nel 1999. Le analisi genetiche condotte nella sua cerchia familiare diedero tutte esito negativo. L’assassino doveva dunque essere un figlio illegittimo di Guerinoni, nato da una relazione extraconiugale. Gli inquirenti lo individuarono in Bossetti dopo aver comparato «Ignoto 1» con il profilo di Ester Zaruffi, madre naturale del carpentiere di Mapello. Una prova da sempre contestata dalla difesa perché il profilo «Ignoto 1», accanto a dna nucleare attribuito a Bossetti, presentava anche tracce di dna mitocondriale rimasto senza identità. 

La «super perizia genetica»
Da qui la richiesta dei difensori di una «super perizia genetica» finora mai accolta perché, come ha scritto la Corte d’Assise di Brescia nelle motivazioni della sentenza di secondo grado, «non necessaria ai fini della decisione». Il problema, osservava il collegio presieduto dal giudice Enrico Fischetti, «è che non vi sono più campioni di materiale genetico in misura idonea a consentire nuove amplificazioni e tipizzazioni», e perciò «un’eventuale perizia, invocata a gran voce dalla difesa e dallo stesso imputato, non consentirebbe nuove amplificazioni e tipizzazioni, ma sarebbe un mero controllo tecnico sul materiale documentale e sull’operato del Ris». 

Gli altri indizi a carico di Bossetti
Dalle indagini condotte dal pm di Bergamo, Letizia Ruggeri, sono emersi anche altri indizi a carico di Bossetti: dalle tracce di fibre tessili trovate sugli indumenti di Yara e compatibili con quelle dei sedili del suo furgone, alle immagini delle telecamere di sorveglianza di Brembate Sopra che hanno immortalato un Fiat Daily con le stesse caratteristiche del suo mentre si aggirava intorno alla palestra del paese nel giorno e nell’ora in cui scomparve la 13enne, fino alle mini-sferette di metallo trovate sul corpo della vittima e uguali a quelle rintracciate sull’autocarro. Tutti elementi che gli avvocati Salvagni e Camporini hanno cercato di «smontare» con argomentazioni giuridiche che finora si sono rivelate vane. Ci riproveranno venerdì, davanti ai giudici della Suprema Corte. 

Bossetti non parteciperà all'udienza
Ad ascoltarli, questa volta, non ci sarà Bossetti, che ha sempre partecipato a tutte le udienze del processo di primo grado e dell’appello. «Sono innocente e voglio uscire a testa alta», erano state le sue ultime parole pronunciate in aula davanti ai giudici di Brescia. Non gli resta che sperare nella Cassazione. «Non posso che essere fiducioso» spiega l’avvocato Salvagni «Non ci è stato concesso il contraddittorio in aula con una grave lesione del nostro diritto di difesa. Sono stati calpestati i diritti fondamentali del nostro ordinamento giuridico. La Suprema Corte non potrà non tenerne conto».