14 ottobre 2019
Aggiornato 20:00
Giustizia

No alla riforma della legittima difesa: per i magistrati è già «ampiamente esercitabile»

Il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Giovanni Legnini, prova a stoppare il dibattito: «La disciplina attuale va più che bene»

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (D) con il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Giovanni Legnini (S). Roma, 27 giugno 2018
Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (D) con il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura Giovanni Legnini (S). Roma, 27 giugno 2018 ANSA

RIMINI - «Perché cambiare i termini della legittima difesa che «è oggi ampiamente esercitabile con i vincoli della proporzionalità della reazione e dell'attualità della minaccia?». A chiederlo è Giovanni Legnini, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, ospite al Meeting di Rimini per un convegno su 'Le ingiustizie e la giustizia'. «Uno degli aspetti più singolari, ignorato nel dibattito pubblico sul tema» ha spiegato Legnini in un'intervista a il Sussidiario.net «è che la disciplina attuale fu introdotta nel 2005-2006 dal Governo Berlusconi. Il ministro della Giustizia era Roberto Castelli della Lega. I motivi di quella riforma erano gli stessi di cui oggi si discute. Eppure all'epoca le modifiche introdotte al codice penale, che pure furono criticate dalle opposizioni, consentirono di garantire un equilibrio accettabile tra i valori in gioco»

«La disciplina attuale va più che bene»
«La legittima difesa è oggi ampiamente esercitabile con i vincoli della proporzionalità della reazione e dell'attualità della minaccia. Perché cambiarla?» si chiede Giovanni Legnini. Il rischio, per Legnini è di «voler annullare o fortemente comprimere la valutazione sulla proporzionalità che spetta al giudice caso per caso. Ho molti dubbi che la sua soppressione sia conforme ai principi costituzionali ma, ripeto, senza un testo definito è difficile esprimere un giudizio compiuto».

Il giudizio sulla (possibile) riforma Bonafede
Sulla possibilità che il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, abbandoni la riforma dell'ordinamento penitenziario comprensiva della disciplina delle pene alternative approvata dal precedente governo, Legnini ha aggiunto: «La mia posizione è netta e coincide con quella espressa dall'intero Consiglio uscente: eravamo e siamo favorevoli a quel progetto di riforma dell'ordinamento penitenziario e quindi siamo contrari a che lo si abbandoni». Occorre, secondo il vicepresidente del Csm, «favorire il ricorso più esteso possibile a misure alternative alla detenzione, al lavoro dentro e fuori dal carcere, ad ogni altra misura di rieducazione e reinserimento sociale. E non c'entra la certezza della pena, esigenza che condivido. E' in gioco invece l'efficacia rieducativa della sua esecuzione e i principi di umanizzazione nel solco delle disposizioni costituzionali».