18 agosto 2018
Aggiornato 08:30

No, quei 629 migranti non li ha condannati Salvini

È partito il tiro al piccione contro il neo ministro dell'Interno. Ma essere contro questo sistema dell'immigrazione non significa essere contro gli immigrati
Il ministro dell'Interno Matteo Salvini
Il ministro dell'Interno Matteo Salvini (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

ROMA – Premessa: non intendiamo difendere per partito preso la decisione di chiudere i porti, che magari potrebbe apparire un po' maldestra, sia nei modi che nei tempi. Da un ministro degli Interni ci si aspetta una strategia complessiva, mentre questa mossa sembra piuttosto studiata per compiacere l'elettorato, per giunta a urne aperte. Figlia, insomma, di un'Italia in cui si vive in campagna elettorale permanente effettiva, anche perché le elezioni non finiscono mai. Ma tra riconoscere senza pregiudizi gli errori di Matteo Salvini e addossargli tutte le colpe della sorte di 629 migranti, come si è iniziato a fare un secondo dopo la tragedia (visto che una certa area politica, fin dal giorno dell'insediamento del governo, non aspettava altro che un passo falso del genere per avventarglisi contro come un avvoltoio), ce ne passa, eccome.

Altro che politicanti
Se invece di esercitarsi in un facile tiro al piccione si volesse fare uno sforzo di ragionamento in più, e cercare di comprendere a fondo la portata di un fenomeno epocale come l'immigrazione, allora si scoprirebbe che le responsabilità vanno un po' oltre il Viminale. Anzi, risalgono lungo un'interminabile catena, di cui la politica nazionale spesso non è che l'ultimo e insignificante anello. I veri interessi in gioco non sono infatti quelli elettorali, ma i miliardi che si possono lucrare su un traffico di esseri umani diventato, ormai, ben più ricco di quello della droga o delle armi. Che vanno dai soldi estorti dagli scafisti per il viaggio, ai contributi pubblici versati a pioggia a Ong e cooperative, che spesso, invece di prestare un servizio allo Stato, si trasformano in autentici complici di quegli stessi scafisti, alle masse di forza lavoro gratuita (o quasi) messe a disposizione degli imprenditori senza scrupoli, delle grandi multinazionali, quando non addirittura della criminalità organizzata, sostituendo così i lavoratori italiani sfruttati e sottopagati con altri stranieri ancora più sfruttati e sottopagati. Ecco, ci piacerebbe far passare il concetto che essere contro questo sistema dell'immigrazione non significa necessariamente essere contro gli immigrati.

Divide et impera
Eppure azzardare un ragionamento del genere, in questa Italia in campagna elettorale permanente, equivale praticamente a bestemmiare in chiesa. Perché bisogna schierarsi, sempre e comunque, da una parte o dall'altra, e chi rifiuta di schierarsi viene comunque schierato in maniera coatta. Perché anche apocalissi umane di questa portata vanno strumentalizzate, ridotte al solito battibecco tra «pidioti» e «legaioli», tra «fascisti» e «zecche». Peccato che nel frattempo, fuori dal cortile in cui noi così allegramente baruffiamo, c'è tutto un altro mondo, in continua evoluzione. Che, mentre noi ci scanniamo gli uni contro gli altri, continua a sfruttarci, sopra le nostre teste, indisturbato.