21 ottobre 2018
Aggiornato 13:00

Salce al DiariodelWeb.it: «Mio padre, il grande regista, non fu fascista»

Il regista di «Fantozzi», Luciano Salce, si è ritrovato al centro di una clamorosa fake news, che ci smentisce il figlio Emanuele: «Non fu repubblichino, ma soldato deportato»

ROMA«Ho sentito una volta di più la necessità e il dovere di fare un po' di chiarezza, con i fatti. Contro quelle che oggi chiamano fake news, ma a me questo termine non piace molto: preferisco balla mediatica». A parlare è Emanuele Salce, attore, regista e figlio di Luciano Salce, classe 1922, protagonista di una delle epoche più sfolgoranti dello spettacolo italiano. Proprio colui che, nei decenni, si è ritrovato involontario protagonista di una clamorosa bufala: definito come fascista, brigatista nero, appartenente alla Repubblica sociale italiana di Salò. Mentre la sua sorte autentica fu quella diametralmente opposta: «Mio padre era militare, in quel periodo: l'8 settembre fu fatto prigioniero dai tedeschi e il 9 tradotto in Germania dentro un treno piombato – racconta Emanuele al DiariodelWeb.it – Nei campi di prigionia è rimasto un paio d'anni: ho pubblicato anche tutte le sue lettere, che si interruppero a fine '44, perché a quei tempi comunicare era un po' più complicato di oggi. Lui riuscì a salvarsi, denutrito e privato di una parte di mandibola che per un incidente gli era stata rifatta in oro zecchino, e a tornare a piedi nell'arco di un mese».

Carta canta
Dapprima internato in un campo di lavoro in Germania e poi, quale punizione per una tentata fuga, concentrato per quaranta giorni a Dachau in prigionia assieme a detenuti comuni russi, come migliaia di altri soldati che pagarono con la morte, o con atrocità quasi peggiori, il caos successivo all'8 settembre. È al cospetto di questo dolore personale e familiare che il figlio si ribella alla menzogna ancora oggi propagata ad arte da non meglio specificati blogger che si nascondono dietro all'anonimato e alla sostanziale impunità della rete. Salce, invece, si è rivolto al Ministero della Difesa, agli storici e ai ricercatori autentici, riscontrando la verità: «E ho usato la stessa moneta per ripagarli, diffondendo un comunicato stampa con le prove, i documenti che riaffermano la verità. Ho anche scritto di mio pugno delle email chiedendo una rettifica, nel rispetto delle loro ideologie e del loro credo politico, che qui non è in discussione. Io voglio solo questo, che si rettifichi, senza aprire cause legali che trovo onestamente esagerate. Altrimenti li sommergerò io di notizie vere...».

L'eredità di Villaggio
Ma Luciano Salce, dopo la sua triste vicenda di guerra, fu soprattutto il regista dei primi due grandi film di Fantozzi, che hanno fatto la fortuna dell'indimenticato Paolo Villaggio. «Paolo lo incontrai tante volte – ricorda Emanuele – Era un uomo di grande intelligenza, cultura e capacità di cogliere subito il senso delle cose, che forse non tirava sempre fuori. Lui non girò soltanto i film di Fantozzi con mio padre, ma scrisse il libro, che fu un best seller negli anni '70. Non fu nemmeno preso in considerazione inizialmente per interpretarlo, si fecero i nomi di Pozzetto, di Tognazzi... Soltanto dopo, anche grazie al fratello di Bertolucci, che era organizzatore di produzione, si trovò la quadratura con mio padre al timone e Paolo come attore. La sua capacità di scrittura gli permise di esprimere un'ironia nuova: forse oggi, dopo 40 anni, viene riscoperto».

Hollywood Italia
Così come Emanuele Salce ha riscoperto un altro grande italiano scomparso da poco, Azeglio Vicini: merito della sua partecipazione al film «Notti magiche», diretto da Paolo Virzì e di prossima distribuzione. «Che bella figura era Vicini, figlio di Bearzot, un uomo perbene, pulito, al servizio di ciò che faceva, un saggio di provincia, dimesso, non una prima donna. Che non ebbe fortuna: la sua era una delle Nazionali più forti, benvoluta da tutti, peccato che trovò sul suo cammino Maradona... Quella partita la giocarono proprio a Napoli e io ci vidi sempre un destino. Di sicuro era un altro calcio, e forse anche solo trent'anni fa il nostro era un altro Paese». Ed era un altro cinema quello italiano, tanto diverso da quello di oggi che pure quest'anno ha prodotto le quattro nomination agli Oscar di Luca Guadagnino per «Chiamami col tuo nome». «Chiedo che il cinema sia un po' lo specchio del Paese: conosce un periodo di difficoltà, di crisi – conclude Salce Jr – Anche se di questa crisi si parlava già negli anni '70 quando si facevano 800 film: oggi se se ne fanno un decimo siamo fortunati. Per fortuna ci sono sempre le eccezioni, più individuali che figlie del sistema italiano, ed è grazie a queste che ci salviamo».